La logica del dono

Omelia per la S. Messa della Festa di San Matteo, Patrono della Guardia di Finanza - Comando Generale Guardia di Finanza, 21 settembre 2010

Luogo:

Predicatore:

 

Carissimi,

Gesù vede Matteo, lo chiama e gli chiede di seguirlo. Ciò che Gesù compie vedendo quell’uomo è ciò che compie per ogni uomo che incontra: s’interessa a lui (lo vide), gli parla (gli disse), gli prospetta un futuro, indicandogli un cammino (seguimi), gli dona soggettività (si alzò). 

Il nome Matteo in ebraico significa “dono del Signore”. Come l’apostolo, anche ciascuno di noi può considerarsi dono del Signore.

La gratuità è presente nella vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo utilitaristica dell’esistenza. Erroneamente l’uomo moderno è convinto di essere il solo autore di se stesso, della vita e della società.

Ma ogni essere umano è fatto per il dono, è relazione, incontro con l’altro: il bambino comincia a capire chi è nel momento in cui scopre il tu della madre, come distinto da sé. Se non è in grado di percepire la madre come altro da sé non sarà mai in grado dì scoprire se stesso come io. Io non mi faccio da solo, non sono frutto del mio impegno: io sono un dono di altri.

In una società come la nostra in cui il fare ha preso il sopravvento sul dono è necessario che l’uomo recuperi questa comprensione fondamentale di sé. Se la vita è dono, ogni attività umana è chiamata a lasciarsi plasmare da questo carattere originario.

Il lavoro personale, anche se dipendente, se vuole diventare veramente umano deve essere aperto al dono. In ogni lavoro c’è qualcosa di più, di gratuito, che non può essere retribuito, perché l’azione di colui che lavora, mettendoci se stesso, è sempre più della semplice produzione.

Penso al lavoro ben fatto e curato, al lavoro creativo, al lavoro artigianale che produce cose belle, al lavoro fatto con passione e dedizione personale a cui educare i giovani, al lavoro fatto con sacrificio, al lavoro vero dell’economia reale, al lavoro onesto e coraggioso, al lavoro volontario che è presente in tutti i lavori, al lavoro solidale diretto ad altre persone.

La famiglia è il luogo privilegiato, in cui in cui la logica del dono deve essere particolarmente custodita e promossa. E’ in famiglia che s’impara l’accoglienza dell’altro e ci s’impegna a vivere una libertà che non è arbitraria (faccio quello che voglio e basta). La presenza fisica da sola non basta; è necessaria la gratuità per imparare a diventare fratelli.

La fede, se è assimilazione a un Dio buono e generoso che dall’eternità continua a far dono di sé a ciò che esiste, esige scelte concrete di gratuità che si tradurranno in stili di vita più sobri e solidali, «nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti» (Caritas in veritate 51). 

Tutto è dono: non solo il lavoro, la famiglia, la fede, ma anche la società dove vivo. Non posso allora accettare l’etica del dono nella mia vita privata senza contagiare il tessuto sociale di cui sono protagonista. Vi è, infatti, reciproca implicazione tra la via del bene della persona, quale si manifesta in tutte le espressioni, e la via sociale in cui testimoniare la gratuità.

Non possiamo avere un’etica di gratuità individuale che sia distante o parallela a comportamenti sociali. 

Il dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è l’eccedenza, il complemento e l’esaltazione del principio di solidarietà. Infatti, mentre la solidarietà è il principio di organizzazione sociale che consente ai diseguali di diventare eguali per via della loro uguale dignità e dei loro diritti fondamentali, il principio di fraternità è quel principio di organizzazione sociale che consente agli eguali di esser diversi, nel senso di poter esprimere diversamente il loro progetto di vita o il loro talento.

La società non è capace di futuro se esiste e si sviluppa solamente la logica del “dare per avere” oppure del “dare per dovere”.

Proprio la logica del “mi spetta” ha fatto crescere la speculazione e l’arricchimento fraudolento, consentendo che l’economia venisse governata da logiche contrarie all’etica e alla morale comuni, ai principi di gratuità e di fraternità.

Di qui il bisogno di un’economia nuova che guardi al bene comune e superi quella visione dell’uomo falsata dall’ideale, purtroppo deludente, dell’uomo economico che ha fame solo di denaro e mira solo ad accumulare il proprio profitto personale. La persona è il vero capitale su cui investire.

Per ripensare l’economia, allora, bisogna superare ogni forma d’isolamento individualistico e riscoprire la relazionalità. Non è certo male desiderare di vivere meglio, ma è sbagliato lo stile di vita che si presume essere migliore, quando è orientato all’avere e non all’essere e vuole avere di più non per essere di più, ma per consumare l’esistenza in un godimento fine a se stesso. Soltanto se ogni uomo e donna saranno pronti a rivedere le proprie scelte di vita alla luce della sobrietà e della condivisione si potrà costruire un mondo più umano.

Mi risuonano nella mente le recenti parole del ministro Tremonti, in occasione della nostra festa dello scorso anno: L’Europa, in Europa l’Italia, è un continente che produce più debito che ricchezza. Non abbiamo alternative alla disciplina nella politica di bilancio. Deve finire l’illusione per cui ogni anno si può continuare a spendere più di quello che si produce nello stesso anno o più di quello che si è prodotto negli anni precedenti, tanto qualcuno pagherà. Questa volta non ci saranno altri a pagare per noi. Saranno tempi duri se continuiamo a permetterci spese inutili e ad abusare dei soldi pubblici, senza essere attenti a quel giusto equilibrio nel saper prendere da chi possiede per dare a chi ha bisogno.  Saranno tempi sempre più difficili se scegliendo ciò che piace a ciascuno dimenticheremo di lavorare per ciò che è bene per tutti. Parole che suonano come monito profetico ma che incoraggiano a riscoprire la logica del dono, segreto per un futuro sereno.

Carissimi, Cristo è il dono a noi consegnato dal Padre celeste. Egli non disdegna di sedersi anche stamane alla mensa eucaristica con noi peccatori, accettando di mangiare il nostro pane, mentre è lui stesso per noi Pane di vita. Ogni uomo è invitato a questa mensa del Signore: per quanto peccatore sia, per quanto indegno si riconosca, può accogliere l’invito con gioia, come Matteo, perché Gesù viene a cercare proprio chi è malato e perduto, senza scandalizzarsi dalla nostra miseria, né arrestarsi davanti alla durezza del nostro cuore. Non che sia cieco da non vedere il male, ma il suo immenso amore guarisce le più gravi ferite. Non temiamo, dunque, di presentarci a lui! Gesù viene a offrirci, ma è lui stesso a chiamarci: bisogna saper cogliere il momento, dire sì semplicemente e seguirlo correndo senza indugio, per imparare che c’è più gioia nel dare che nel ricevere. 

Alla Vergine Maria, Madre delle nostre famiglie, a San Matteo vostro Patrono, affido l’intelligente e lungimirante servizio che offrite al bene del nostro Paese con spirito civile e senso del dovere.

Data Inizio:     Data Fine:

21/09/2010

Immagini