Trasformati in preghiera

Omelia per la S. Messa d'inizio anno formativo - Seminario, 4 ottobre 2010

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Carissimi.

«Non era tanto un uomo che pregava quanto un uomo trasformato in preghiera vivente»: così afferma Tommaso da Celano, primo biografo di san Francesco. La vita del santo di Assisi fu un’ininterrotta preghiera, le sue azioni e i suoi gesti hanno avuto una fecondità e grande risonanza nella storia della santità cristiana.

Francesco entra nella realtà come in punta di piedi e vi rimane piantato per sempre, soprattutto perché contemplativo alla scuola di Cristo orante e salvatore del mondo.

E’ l’esempio della preghiera del Poverello che conquista il primo discepolo: «Veggendo messere Bernardo per lo lume della lampana gli atti divotissimi di santo Francesco, e considerando divotamente le parole che dicea, fu toccato e ispirato dallo Spirito Santo a mutare la vita sua… Di che, fatta la mattina, chiamò Santo Francesco e disse così: Frate Francesco, io ho al tutto disposto nel cuore mio d’abbandonare il mondo e seguitare te in ciò che tu mi comanderai».

Francesco, come tutti i santi, cercava di vivere nel silenzio e nel nascondimento il suo desiderio ardente di Dio. Ma, quando una persona è innamorata di Dio, si vede negli occhi, nei gesti, nel comportamento, nella vita. E, così, la preghiera di Francesco balzava all’occhio di chiunque e diceva meravigliosamente quanto il suo cuore fosse colmo dell’amore del Signore.

Trascorreva, infatti, tutto il suo tempo in santo raccoglimento, per imprimere nel cuore la sapienza; temeva di tornare indietro se non progrediva sempre. E se a volte urgevano visite di secolari o altre faccende, le troncava più che terminarle, per rifugiarsi di nuovo nella contemplazione. Perché a lui, che si cibava della dolcezza celeste, riusciva insipido il mondo, e le delizie divine lo avevano reso di gusto difficile per i cibi grossolani degli uomini. Cercava sempre un luogo appartato, dove potersi unire non solo con lo spirito, ma con le singole membra, al suo Dio. E se all’improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola col mantello. 

Carissimi, la preghiera è una necessità della vita per fissare il cuore su ciò che è fondamentale e gratuito. Siamo chiamati a comprendere nel cammino di formazione al sacerdozio che il Signore è un “Dio geloso”, una gelosia, la sua, che si presenta per farci avere sete di lui.

  La preghiera deve diventare una via per essere fedeli all’amore di un Dio geloso che realizza in noi il suo progetto. Essa non può esaurirsi in un egoismo che ci cattura, ma diventa esigenza di libertà nella sua volontà. Quando non confidiamo più nel Signore al punto di accettarlo tutt’al più nella sfera privata, allora è ovvio che chiudere il cuore a Dio rende inguaribile la storia.

San Francesco era un uomo che pregava, perché credeva e sperava. La fonte della vita teologale è la preghiera, per entrare nel respiro dell’invisibile e chiedere Dio a Dio. Sì, perché è Dio che si dona, non si conquista, è Dio vivo che si avvicina a noi non per essere posseduto ma per possederci. La vita dobbiamo orientarla al Signore, poiché egli vuole e può agire, anche se opera in modo differente da quello che potremmo rappresentargli nella preghiera. Non è forse la vocazione sacerdotale impegno per condurre gli uomini a Dio? Infatti si tratta sempre di risvegliare la fede, di sollevare le persone dall’inerzia spirituale e dare loro il coraggio attraverso la preghiera e la nostra testimonianza evangelica.

Siamo chiamati allora a essere sacerdoti da Dio, attraverso la chiesa, innanzitutto e soprattutto per pregare. L’orazione non è un pensiero o un compito che il sacerdote deve assolvere il più in fretta possibile, per poi stare tra la gente a fare ciò che conta davvero. Non siamo noi protagonisti della salvezza. Ogni consacrato è uomo della preghiera, perché chiamato a essere voce degli uomini presso Dio. Ma non posso vivere questo impegno del mio sacerdozio, se non imparo io a pregare, sapendo cosa chiedere e come chiederlo, dando tempo al mistero nel mio presente. La preghiera non è cosa pensa l’uomo di Dio ma un’immersione e partecipazione alla storia di Dio con l’uomo. Ci mettiamo sulla lunghezza d’onda della volontà di Dio per diventare a poco a poco capaci di essere, come presbiteri, il tramite delle voci e delle attese degli uomini verso Dio.

Cari seminaristi, perché la vostra sia una fede forte e vigorosa occorre alimentarla con un’assidua preghiera. Le vostre giornate siano scandite dai tempi dell’orazione, durante i quali, sul modello di Gesù, vi intrattenete in un colloquio rigenerante con il Padre. Il momento della preghiera è il più importante nella vita di chi desidera essere discepolo di Gesù. E perciò i momenti di preghiera devono avere nella nostra giornata una vera priorità. Dio è la prima priorità. 

Bisogna, allora, che i nostri rapporti con Dio riprendano capacità di colloquio e la nostra vita spirituale si arricchisca di nuova interiorità e di nuova conversazione con Dio. Nessun rapporto d’amore può crescere se non si sta un poco con la persona amata. La fedeltà è la misura della qualità del mio impegno nell’essere costanti all’amicizia che il Signore mi offre (cfr. Gv 15,15). Il Signore è sempre presente.  Non devo fare altro che rivolgermi a lui come il tutto della mia vita e della vita del mondo, prensentandogli il fondo di miseria che sono e lasciandomi assorbire da quella santità immensa alla quale mi unisco. Se lo Spirito stabilisce la sua dimora dentro di te, non può più smettere di pregare: dormi o vegli, mangi o bevi, il profumo della preghiera si eleva spontaneamente dal tuo cuore.

La Vergine Santa trasformi le nostre emozioni, ogni pensiero e azione come movimento del suo cuore e ci faccia diventare una vita che canta, canta per Dio, per amarlo con tutto il cuore, la mente e le nostre forze. 

Data Inizio:     Data Fine:

04/10/2010