Carissimi,
le Beatitudini (cfr. Mt 5,1-12) costituiscono il clima del “giorno senza tramonto” in cui, vinta la morte, la vita non ha più fine. Esse sono il cuore del Vangelo. E al cuore del Vangelo c’è una parola: felicità. Volontà di Dio è che l’uomo sia felice.
E’ Gesù ancora a dire l’indicibile: beati quelli che sono nel pianto.
Il Signore annuncia l’opposto della storia, contraddice ogni nostra logica. L’audacia della sofferenza non è la mancanza di qualcosa ma una qualità dello spirito che cerca l’essenziale e diventa impegno a passare dalla logica dell’accumulo a quella dell’incontro.
Beati quelli che sono nel pianto.
Gesù invita a seguirlo su una strada poco frequentata, percorribile solo da chi non soffoca la voce che dall’intimo si erge contro ogni compromesso con il male, con l’ingiustizia e la prepotenza. Ne sono testimoni i nostri militari uccisi in terre martoriate, che, nulla tenendo per sé, se non fatiche e privazioni, sono diventati scintille di speranza sul cammino della Nazione e riescono ancora a far sorgere il dubbio che l’amore è possibile, anzi unica strada percorribile per giungere alla pace.
Beati quelli che sono nel pianto.
Il Signore raccoglie le nostre lacrime, una a una, come in uno scrigno prezioso, quasi fossero il suo tesoro. Dio è sempre vicino a chi ha il cuore spezzato, salva gli spiriti affranti (cfr. Sal 34,19). Parole che lasciano disarmati, che disorientano se non si pensa che il luogo dove risiede la felicità è Dio. Il luogo dove Dio risiede è sempre la Croce… le infinite croci dell’uomo.
Se la vita ha un senso, quel senso ha la forza di assorbire ogni dolore. La fede è una luce che fatica a illuminarci quando ci scontriamo con la durezza di un dolore, con l’urlo lancinante che ci apre al distacco della morte. Il dolore non gira su se stesso, non è un flagello inutile, è un’esperienza dura che ci conduce a una consapevolezza maggiore di ciò che conta, di ciò che resta per sempre. La sofferenza è una spada piantata nel centro delle nostre giornate per separarci dall’effimero; è la spinta che ci permette di approdare, liberi da tutto e da tutti, alle sponde dell’Eterno.
La morte va accolta come un passaggio necessario: se tu non muori, non avrai la vita. Come dalla morte di un fiore nasce un frutto, così ciascuno di noi con la sua morte diventa qualcosa di nuovo. Qualcosa che non possiamo immaginare. Siamo sempre noi, ma in una forma nuova.
All’indomani della Solennità di tutti i santi, la Chiesa esorta a pregare in modo particolare per i defunti, popolo delle beatitudini che fruisce della sollecitudine e della cura del Padre celeste. I defunti dimorano nel suo Regno, gioiscono della sua consolazione, vivono nella sua misericordia e godono della luce del Suo volto.
La loro carità è purificata, perfezionata, non distrutta: il loro raggio d’influenza, la loro misericordia per il bene del prossimo diventa universale come quella del Padre. Essi hanno un debito d’amore verso di noi. Diventati eredi della comunione dei santi, non cessano di essere membra vive del corpo di Cristo, continuano a contemplare il Padre nell’affidamento filiale, a irradiarne misericordia. La vita è trasformata, non tolta, e, dissolta la dimora del tempo, emerge quella eterna del cielo.
La fede nella vita eterna è un invito alla gioiosa speranza di vedere Dio faccia a faccia; credere nella risurrezione della carne significa riconoscere che vi è un fine per ogni vita umana, che «soddisfa talmente il desiderio dell’uomo da non lasciare nulla da desiderare al di fuori di essa» (Tommaso d’Aquino, Somma teologica, I-II, q. 1 a. 5). E’ quello stesso desiderio che sant’Agostino esprimeva ammirevolmente: «Tu ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non dimora in te» (Confessioni, I, 1).
Ma anche noi abbiamo un debito d’amore verso i defunti. Uniti ai meriti dei santi, la nostra preghiera fraterna va in soccorso di coloro che sono in attesa della visione beatifica. L’intercessione per i morti è un’espressione della carità fraterna dell’unica famiglia di Dio, attraverso la quale corrispondiamo all’intima vocazione della Chiesa: «salvare anime che ameranno Dio eternamente» (Teresa di Lisieux, Preghiere 6).
Il Signore, Dio della vita, si lascia sempre commuovere dalle nostre suppliche; perciò, la Chiesa crede che le anime trattenute in Purgatorio siano aiutate dalle intercessioni dei fedeli, soprattutto dalla celebrazione della S. Messa, così come dalle elemosine e dalle altre opere di pietà, vissute con l’intenzione di suffragare le anime.
Preghiamo con fervore per i defunti, per quelli delle nostre famiglie e per i nostri militari, affinché purificati possano ascoltare la voce del Signore: «Vieni, o mia cara anima, al riposo eterno fra le braccia della mia bontà, che ti ha preparato le delizie eterne» (Francesco di Sales, Introduzione alla vita devota, 17, 4).
E quando prego: «L’eterno riposo dona loro, Signore; splenda ad essi la luce perpetua», sia la mia preghiera solo l’eco della parola d’amore che essi, nella pace della eternità, ripetono per me: «dona a lui, che noi, Signore, amiamo nel tuo amore come non mai, dona a lui, dopo la lotta della vita, l’eterno riposo, e splenda anche a lui la luce perpetua, che ha accolto noi» (K. Rahner).