Carissimi.
Perché Signore, ti tieni lontano e ti nascondi? Eppure tu vedi il nostro affanno e il nostro dolore, li guardi e li prendi nelle tue mani. A te si abbandona l’anima mia (cfr. Sal 10).
Il salmista esprime così il lamento e il lutto non solo per Lucio e Angelica, ma anche per l’intera comunità di Subiaco. E le sue sono le stesse parole che sgorgano con sofferenza dal nostro animo in questa celebrazione nella quale ricordiamo la morte di due persone a noi care, apprezzate e amate per la dedizione agli altri e la testimonianza di fede.
Viviamo dunque un doppio motivo di dolore. Il dolore per la morte di Lucio e Angelica, e vogliamo esprimere la partecipazione affettuosa ai genitori, ai fratelli, ai familiari cui siamo vicini; così come esprimiamo vivo cordoglio alla città, alla comunità parrocchiale e alla famiglia dell’Arma dei carabinieri.
In questa cattedrale, sentiamo, oggi, un’imprescindibile esigenza di silenzio, mistero di grazia, che ci apre allo stupore di scoprirci amati da Dio e ci dona la forza di abbandonarci nelle sue braccia. Più ci raccogliamo in preghiera e meglio riusciamo ad armonizzare il sentire e il pensare di Dio con la nostra vita, la sua con la nostra volontà. E’ bene, perciò, liberarsi dai pensieri e discorsi vani, che ci fanno agire con presunzione e prepotenza.
Dinanzi al mistero della morte, come gli apostoli, ci rivolgiamo al Signore: «Accresci in noi fede» (Lc 17,6). Nel vangelo di oggi, Gesù risponde: «Se aveste fede quanto un granellino di senape, potreste dire a questo gelso: sradicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe» (v.6). La fede è un dono meraviglioso, nessuno la dona a se stesso né può aumentarla con i propri sforzi. Non è il frutto di un ragionamento né di un’emozione. Credere nella notte, sperare contro ogni speranza, amare senza vedere: è così che il Padre ci insegna e ci offre la possibilità di credere. La speranza è perfetta solo nella notte; perché quando si vede non c’è più la speranza. La notte del dubbio, della passione, degli interrogativi è il tempo in cui diventiamo veri figli di Dio, in cui la nostra figliolanza si purifica attraverso la preghiera.
Davvero Dio è un amico difficile. Ci chiede una fede assoluta in lui, nel mistero della sua persona e poi si nasconde nel silenzio e ci conduce lungo vie in cui sembra impossibile riconoscere l’orma dei suoi passi. Il silenzio di Dio è pesante da portare e non è facile credere che il Signore sia buono e vegli su di noi. Non sappiamo abbandonarci a lui come bambini fiduciosi che non pongono domande, ma sono sereni nel suo abbraccio, sicuri che egli conosce il perché del nostro dolore.
La fede cristiana insegna che Dio non può patire, ma può compatire, soffrire insieme a noi. L’uomo ha per Dio un valore così grande da essersi Egli stesso fatto uomo per poter com-patire con l’uomo, in modo molto reale, in carne e sangue. Dal momento della morte in croce, Gesù è entrato come Cireneo in ogni sofferenza umana.
Aver fede significa aver scelto in modo definitivo di fidarsi di Dio. Il Dio in cui confido non può ingannarmi, non sarebbe Dio; non può deluderci, non sarebbe Dio; non può non amarci, non ci avrebbe creati. La fede è più forte delle regole degli uomini, del mare e della terra, delle leggi della carne e del sangue. Non pensare che la fede si possa misurare, pesare o contare. Te ne basta quasi niente per lanciarti in Dio, arrivare a lui, così vicino e pronto ad accoglierti. Ne basta un niente per cambiare il cuore delle nostre famiglie e imparare che la forza della vita è oltre la vita terrena, oltre il muro d’ombra, oltre l’apparenza: nella vita eterna.
Dio ci offre consolazione e conforto e ce lo dice attraverso l’immagine del gelso piantato in mare: nulla è impossibile alla fede.
La fede vince la morte. La morte che tutto divora, che vince la vita trova nella fede in Dio l’unico capace di resisterle. Forte è la morte capace di privarci del dono della vita; ma più forte è la fede che ci apre al dono possibile di una vita migliore, la vita eterna… non un continuo susseguirsi di giorni, ma appagamento, abbraccio dell’infinito Amore.
Dio stesso è la nostra vita, e lui vive di noi, vive di me, poiché l’amato è la vita di chi ama. La fede nella risurrezione è allora fede in un amore che conosce molti doveri, ma il primo di questi è di essere vicino, unito, inseparato amore.
L’evidenza della storia, la nostra esperienza, tutto dice: il cammino dell’uomo va dalla vita verso la morte. Gesù capovolge la prospettiva: dalla morte alla vita va il pellegrinaggio dell’uomo. La morte sta dietro, alle spalle, non in faccia. In faccia a me sta il Dio dei viventi, nel quale respiriamo e siamo i viventi della terra e del cielo.