Entrare nella Buona novella

Omelia per la S. Messa in preparazione al Natale - Capitanerie di Porto (Roma), 17 dicembre 2010

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Carissimi,

con la sua lunga serie di nomi per lo più sconosciuti, l’inizio del Vangelo secondo Matteo ci sorprende: siamo di fronte a una cultura tanto diversa dalla nostra e siamo tentati di prendere le distanze. Se però abbiamo nel cuore il desiderio di entrare nella buona novella, allora la genealogia, come la corrente di un fiume, ci sospinge sempre oltre, verso le profondità del mistero di Dio che non disdegna di entrare lui stesso nella storia umana per farne una storia sacra. Mentre i nomi si susseguono, il verbo generare rimane uguale, quasi a dire che gli uomini passano, ma la vita resta, anzi si rinnova attraverso l’opera di chi la trasmette. Alle spalle di ciascuno c’è dunque una storia, forse umile e oscura, ma ricca di benedizione e di amore: essa ha il volto e il nome di un padre, di un nonno, di un bisnonno... E bene far memoria delle proprie radici per scoprire che esse affondano nel terreno di un disegno provvidenziale, in cui noi abbiamo un posto unico.

La serie di nomi che accomuna personaggi celebri e oscuri, giusti e peccatori, è l’umanità nella quale Gesù s’inserisce, per assumerla e trasformarla.

Il Verbo si è fatto carne. Il “Verbo” in greco significa anche il senso. Il senso di tutto si è fatto uomo.

Il Figlio di Dio, nato nella capanna di Betlemme è il senso di tutto, ci conosce, ci chiama, ci guida. Il senso non è una legge universale, nella quale è assegnata anche a noi una qualche funzione; piuttosto, è qualcosa che viene pensato in relazione a ciascuno, ed è perciò una verità totalmente personale, direi un progetto, una vocazione che ha origine nella semplicità di un bambino.  

Il segno di Dio è che si fa piccolo per noi. Egli non viene con potenza e grandiosità esterne, ma come bambino bisognoso del nostro aiuto. Non vuole sopraffarci con la forza. Ci toglie la paura della sua grandezza. Egli chiede il nostro amore: perciò si fa bambino. Nient’altro vuole da noi se non il nostro amore, mediante il quale impariamo spontaneamente a entrare nei suoi sentimenti, nel suo pensiero e nella sua volontà.

I veri e supremi valori si presentano sotto l’insegna dell’umiltà e del nascondimento, perché Dio ha posto definitivamente il segno della piccolezza come distintivo essenziale della sua presenza in questo mondo. Accostiamoci, allora, alla capanna di Betlemme, guidati dalla fede, e chiediamo a Dio quella semplicità di cuore che purifica l’anima dall’orgoglio intellettuale e la rende idonea ad accettare il paradosso del Natale. La gloria di Dio non ha voluto manifestarsi nel trionfo di un sovrano, che assoggetta con potenza il mondo, ma nella povertà di un bambino che, ignorato dalla grande società, viene al mondo in una stalla. L’impotenza di un bambino è diventata l’espressione vera dell’onnipotenza di Dio, che non adopera altro potere se non quello della potenza silenziosa della verità e dell’amore.

Un suggerimento, poi, vorrei dare per riconoscere il Signore a Betlemme, vivere la dimensione di silenzio nella quale agisce Dio. L’argomento esige una chiarificazione. In verità, si può tacere con le labbra ed essere terribilmente rumorosi dentro. Fare silenzio significa trovare un nuovo ordine e una nuova disposizione interiori; significa non mirare esclusivamente alle cose che si è capaci di rappresentare e di mostrare; vuol dire non rivolgere lo sguardo soltanto a ciò che ha valore tra gli uomini e possiede per loro un qualche prezzo. Far silenzio è sviluppare i sensi interiori, il senso della coscienza, il senso di ciò che è eterno in noi, la capacità di ascoltare Dio. Ciò comporta il recupero del senso religioso della vita.

Fare silenzio per riconoscere Dio nel Bambino della stalla, ma anche per sentire la sua voce che ci chiama, mentre bussa alla nostra porta. In realtà, il Bambino bussa alla porta di questo nostro mondo. Il Bambino bussa. Che cosa vuole da noi? Innanzitutto vuole donarci se stesso. Il vero dono natalizio all’umanità, alla storia, a ciascuno di noi è Gesù Cristo.

Bussa alla porta, il Bambino, anche alla ricerca di rifugio, poiché ha voluto diventare un essere che dipende da altri, che invoca aiuto, che come primo gesto protende le mani cercando protezione. Dio è diventato bambino. Il Bambino bussa. Se lo accettassimo, dovremmo rivedere interamente il nostro essere uomini come uno sconfinato egoismo o come una libertà fiduciosa, che si sa chiamata alla comunione dell’amore e alla libertà della condivisione e della solidarietà.

Signore Gesù, non solo nomi ma molti secoli e vicende impastate di umanità di donne e uomini hanno preparato la tua venuta.

Ti ringraziamo, Dio della storia, e ti offriamo la nostra vita come ciottolo, perché la via della salvezza avanzi nella terra della nostra umanità.

La Vergine Santa, maestra del “sì”, ci sia di guida nell’attendere Gesù nell’umiltà e nel silenzio dell’animo.

Data Inizio:     Data Fine:

17/12/2010