Il canto della speranza

Omelia per la S. Messa in preparazione al Natale - Maridist (Roma), 22 dicembre 2010

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Carissimi,

a pochi giorni dal Natale, la liturgia ci invita a riscoprire il senso della gratitudine. Anna, la madre di Samuele, e Maria, la madre di Gesù insegnano a dire grazie dinanzi alle grandi opere che Dio sempre compie nella nostra vita. Potrebbe essere un modo per prepararsi più fortemente e veramente al Natale, quello di aprire il nostro cuore a dire grazie in modo più continuo e profondo.

Magnificare significa riconoscere che siamo piccoli davanti a Dio e che i nostri fratelli più deboli e più semplici sono compagni di viaggio nel cammino della storia. Anna ricorda di aver pregato per quel fanciullo che ha tra le braccia e non dimentica la sua promessa: il piccolo Samuele è il segno che Dio non aveva disprezzato l’umiltà e la povertà di questa donna, e, proprio come dono ricevuto, va generosamente offerto.

Nel Vangelo, poi, Maria manifesta la consapevolezza di essere serva del Signore e si pone al cuore del suo popolo, che è un “servo”, la cui ricchezza e speranza è la misericordia. Il Magnificat è la celebrazione dell’impossibile reso evento: ha fatto in me cose meravigliose, dei miei giorni un tempo di stupore, della mia vita un luogo di prodigi. Il canto di Maria nasce da un’esperienza felice: ha capito Dio. L’esultanza non deriva dalla rivelazione di nuove regole di vita, da un migliore codice etico: la bella notizia che Maria trasmette è l’innamoramento di un Dio, che ha messo le mani nel folto della vita, nelle ferite della storia, diventando bambino.

Il Bambino che nasce è segno della debolezza e della vulnerabilità proprie a ogni neonato, ma per noi indica la debolezza di Dio, mendicante dell’amore umano. Piccolo è il Signore e sommamente amabile; sì, piccolo è colui che è nato per noi, amabile perché piccolo. «Tu sei per noi Piccolo Bambino, Dio eterno» (Romano il Melode).

Ma alla scuola del vangelo non possiamo non guardare insieme a Betlemme e al Calvario, alla mangiatoia e al sepolcro, alla nascita e alla risurrezione, al Bambino e al Risorto, perché il mistero del Natale e della Pasqua si richiamano e s’illuminano a vicenda. Diciamo, allora, che il Redentore è nato, ma chi se n’è accorto? Nessuno. E’ un bambino come tutti gli altri. Fin dal principio, egli venne come la luce e tra i suoi, ma non fu accolto e per Maria e Giuseppe non c’era posto nell’albergo.

Così i fatti dell’infanzia divengono quasi simboli e preannuncio degli avvenimenti della passione. «(Maria) diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia» (Lc 2,7); e poi «(Giuseppe d’Arimatea) chiese a Pilato il corpo di Gesù, lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia» (Lc 23,53). Il segno sarà questo: «un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (2,52) per i pastori; per le donne al sepolcro invece «osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù» (23,55).

E’ nato, dunque, un bambino vero, perché questo bambino vivrà e poi morirà e sarà deposto nella tomba. Dopo tre giorni risorgerà. E ci sono i testimoni. Questa è storia, non una leggenda. E’ la nostra salvezza dinanzi a cui esplode il Magnificat che pone al centro della religione non quello che io faccio per Dio, ma quello che Dio fa per me.

Eppure in questo canto c’è come uno scandalo della fede. Dov’è il rovesciamento? La fame continua a uccidere, i cimiteri trionfano. Ma la speranza è più forte dei fatti. Non li ignora, non li aggira, li attraversa e li contesta. Perché se io credo che la notte finirà non è perché il sole è già spuntato, ma perché, come cristiano, io sono uomo del terzo giorno: «Il terzo giorno risusciterò» (Mt 20,19). E anche nel colmo della notte del Venerdì di passione so fissare gli occhi e il cuore sulla luce del mattino. Se credo che il mondo sarà cambiato, con Maria, non è per i segni che riesco a discernere dentro il groviglio sanguinoso della storia, ma perché c’è la promessa, perché Dio si è impegnato e sulla sua promessa uomini coraggiosi e liberi sfidano la notte, contendono il mondo alle forze della notte. La promessa di Dio è il mio punto di forza. Dio esaudisce sempre: non le nostre preghiere, ma le sue promesse.

Possiamo ben dire, allora, che il mistero del Natale, non si conclude a Betlemme, non è un avvenimento circoscritto, perché l’incarnazione del Verbo progredisce in tutta la vita di Gesù e si completa nella risurrezione, nell’ascensione al cielo e nell’effusione escatologica dello Spirito.

A Natale termina l’attesa, incomincia il futuro per tutti, per ogni uomo, cui sant’Agostino rivolge l’avviso: «Svegliati, o uomo: per te Dio s’è fatto uomo» (Disc. 185). Cresca la nostra capacità di stupore e di futuro, una capacità di non attendere, ma di generare quel domani che entra in noi molto prima che accada. Salvezza è che lui ami, non che io ami.

L’augurio per questo Natale lo suggerisce Sant’Ambrogio: «Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria a esultare in Dio; se, secondo la carne, una sola è la madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo; ognuna, infatti, accoglie in sé il Verbo di Dio... L’anima di Maria magnifica il Signore, e il suo spirito esulta in Dio, perché, consacrata con l’anima e con lo spirito al Padre e al Figlio, ella adora con devoto affetto un solo Dio, dal quale tutto proviene, e un solo Signore, in virtù del quale esistono tutte le cose».

Facciamo sì che nella nostra anima e nella nostra vita il Signore trovi una dimora. Non dobbiamo solo portarlo nel cuore, ma portarlo al mondo, cosicché anche noi possiamo generare Cristo per i nostri tempi.

Data Inizio:     Data Fine:

22/12/2010

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