Carissimi Anna, Francesco, Dario, Giulia, Alfredo e Patrizia,
nel Vangelo abbiamo ascoltato Giovanni Battista che, presentando Gesù al mondo, esclama: «Ecco l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo». L’agnello, nella Bibbia, come del resto in altre culture, è il simbolo dell’essere innocente, che non può fare del male ad alcuno, ma solo riceverlo.
Giovanni vide Gesù venire verso di lui... Il Signore, passo dopo passo si fa più vicino, viene proprio verso di me, diretto verso i miei occhi. Dio è in cammino per tutte le strade e la meta è l’uomo. Viene come mite agnello, che illumina il cammino di chi soffre. Viene lungo il fiume dei giorni, negli occhi dei fratelli, negli uccisi come agnelli; viene lungo quella linea di confine tra bene e male, tra morte e vita, dove si gioca il senso del mondo. Per far comprendere all’uomo quanto è prezioso ai suoi occhi, Dio Padre non risparmia il proprio Figlio, ma lo consegna nelle mani degli uomini, mentre l’uomo ancora non si fida di Dio.
«Ecco l’agnello di Dio…»: parola folgorante che contiene la novità assoluta: in tutte le religioni il sacrificio consiste nell’immolare qualche cosa per Dio, nel cristianesimo è Dio che si immola per noi; invece di chiedere sacrifici, Dio sacrifica se stesso; si fa vittima della violenza, perché la violenza non prenda più vittime.
Il nostro Matteo, discepolo dell’Agnello, è stato chiamato a partecipare all’umana solidarietà nel dolore, diventando un agnello che purifica e redime, secondo l’amorosa legge di Cristo, un sacrificio offerto per il dono della pace. La sua bara, avvolta dal tricolore, è come una piccola ma preziosa reliquia della redenzione che si rinnova nel tempo. Il nostro dolore è affine a quello di Cristo in una “confluenza” del sangue di Matteo nel fiume salvifico del Redentore.
Matteo il 4 novembre, Festa delle Forze armate, aveva scritto una lettera al Sindaco di Thiene sulla sua esperienza in Afghanistan. Un messaggio che inaspettatamente è diventato profeticamente testamento capace di condensare la ricchezza umana che egli lascia a tutti noi.
Il dolore degli innocenti è qualcosa di troppo puro e misterioso per poterlo racchiudere dentro le nostre povere “spiegazioni”. Gesù, che di spiegazioni da dare ne aveva certo più di noi, davanti al dolore della vedova di Naim e delle sorelle di Lazzaro, non seppe far di meglio che commuoversi e piangere.
Da dove veniva al nostro Matteo l’amore alla vita, l’amore per ogni vita, quella dilatazione del cuore, ordinata e virile, che si riversava su coloro che avvicinava, anche nelle inevitabili angustie e tra gli spettacoli più angosciosi dell’Afghanistan. Si tratta di una realtà interiore, di una felice dimensione della sua personalità fatta di parole, gesti, sobri e profondi, di sentimenti, della fede schietta dell’alpino, sempre pronto a spezzare il suo corpo come fosse pane e distribuirlo ai più piccoli e abbandonati.
Alla scuola di don Gnocchi, Matteo aveva imparato che non possiamo dare vita ad altri, senza dare la nostra vita: «...chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà...» (Mc 8, 36). Non sono infatti gli avvenimenti che contano, ma conta solo ciò che grazie agli avvenimenti si diventa. Molti chiedono perché ci ostiniamo ad esporci in terre così pericolose, ma allora non si potrebbe rimproverare anche a Gesù di avere cercato la morte affrontando deliberatamente coloro che avevano il potere di condannarlo? Perché non fuggire? Gesù non ha cercato la morte. Non ha però neppure voluto sfuggirla, perché giudicava che la fedeltà ai suoi impegni fossero più importanti della paura di morire. Ha preferito andare fino all’estremo limite della logica della sua vita e della sua missione piuttosto che tradire ciò che era, ciò che diceva e ciò che aveva fatto.
Matteo ha sempre creduto nella giustizia, nella verità e nella forza interiore della compassione, nella fiducia e nell’amore, fino a dare la vita. Anche noi non possiamo rassegnarci alla forza negativa dell’egoismo e della violenza; non dobbiamo abituarci ai conflitti che provocano vittime e mettono a rischio il futuro dei popoli. Di fronte alle minacciose tensioni del momento, specialmente alle discriminazioni, ai soprusi e alle intolleranze religiose, Matteo invita a non cedere allo sconforto e alla rassegnazione. Come poter credere a un domani di pace se non fossimo in quelle terre a dichiarare che l’amore è l’unica via che pone fine alla vendetta e alle uccisioni.
Il nostro Paese, cari militari, vi ringrazia uno per uno; è il mondo intero che ha bisogno di persone come voi, che ogni giorno donano qualcosa di eterno. Che la carità portata da Cristo, venuto bambino sulla terra, infiammi sempre più, fino a diventare capace di togliere dalla nostra civiltà la miseria e la guerra.
Per questo difficile compito non bastano le parole, occorre l’impegno concreto e costante dei responsabili delle Nazioni, ma è necessario soprattutto che ogni persona sia animata dall’autentico spirito di pace, da implorare sempre nuovamente nella preghiera e da vivere nelle relazioni quotidiane, in ogni ambiente.
Siamo obbligati ad allargare gli orizzonti e a riconoscere la nostra responsabilità nel costruire una comunità internazionale, in cui il diritto di tutte le nazioni e di altri gruppi sia rispettato e garantito. Non possiamo aspettarci che una società mondiale pacifica emerga da sola dal tumulto di una spietata lotta di potere: dobbiamo lavorare, fare sacrifici e cooperare per gettare le fondamenta, su cui le generazioni future potranno costruire una comunità internazionale stabile e pacifica.
In un mondo sempre più interdipendente e nel quale ha sempre meno senso parlare di crisi locali, questo significa non solo fermare i conflitti il prima possibile, ma costruire e mantenere la pace, una pace giusta e duratura. Questa convinzione apre i cuori a quella responsabilità di proteggere, quale principale prerogativa della comunità internazionale; una sfida che deve sempre più passare dalle parole ai fatti per difendere le popolazioni da qualunque offesa alla dignità umana.
Carissimo Matteo, a nome della nostra Patria, particolarmente di tutti i tuoi amici, dei nostri alpini, di coloro che ti hanno voluto bene e che tu hai tanto amato, di tutti coloro che ti sono stati vicini e continuano la tua opera, noi ti diciamo grazie, angelo del dolore innocente, per averci resi tutti più capaci di bontà, di amore e di speranza e per aver resa più civile, più cristiana e più umana la nostra convivenza.
In questa celebrazione eucaristica abbiamo davanti agli occhi, l’immagine della Madonna dell’Olmo, a te così cara. La Madre di Dio ci accompagni in questo nuovo anno; ottenga per noi e per il mondo intero il desiderato dono della pace.
Amen.