Signor Presidente della Repubblica,
Carissima mamma Rita, papà Antonio, signora Daniela.
Aperto il Vangelo, i nostri occhi trovano queste parole: «Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui».
È questo il mistero della vocazione, anzi della nostra vita. Tutto sembra estremamente semplice, immediato, spontaneo. Il Signore esercita un fascino irresistibile.
Scoprire che la vita è vocazione significa scoprire che siamo oggetto di un grande amore. Non siamo figli del caso, non siamo gettati in balia degli eventi ma conosciuti, voluti e attesi. In questa coscienza c’è la nostra dignità, la nostra speranza, la nostra certezza.
Certamente Gesù, in quelle folle che gli correvano dietro, pretendendo da lui tempo, ascolto, parole e miracoli, vedeva racchiusa l’umanità intera, la vita di ciascuno di noi fatta di luci e ombre, di consolazione e stanchezza.
Il tempo in cui viviamo, contagiato dal terrorismo, dalla guerra e dalla tragedia ancor più grande dell’insicurezza, del disorientamento e della paura, possiede l’energia dell’immortalità nella fragilità delle cose, ci chiama a vigilare, a restare desti come le sentinelle disposte a spendere la propria vita, per amore.
Non sono le parole che contano, ma quanta convinzione, quanta passione e stupore contengono. L’amore non si dimostra, si mostra con gesti che illuminano gli occhi e con parole capaci di rapire il cuore.
L’uomo, crocevia di finito e d’infinito, di piedi impolverati e di ali d’aquila, è chiamato a vivere per guarire la vita o almeno per prendersi cura del dolore e dell’ingiustizia di un mondo barbaro e magnifico.
E il nostro Luca in Afghanistan intendeva essere una presenza amica, desiderosa di favorire uno scambio di doni tra persone semplici, umiliate e minacciate in un conflitto in cui nessuno chiede il loro parere, salvo imporre loro di soffrire e pagarne le atroci conseguenze. Luca aveva compreso che non si vince solo con le armi e non si vince importando determinati modelli culturali e politici. Era un Alpino sempre sorridente che sentiva compiersi misteriosamente in se stesso quell’invito appassionato: volere e fare del bene.
La sua morte violenta potrebbe portare a concludere che s’illudeva. Ma egli una simile fine l’aveva messa nel conto, perché uomo a cui il coraggio non mancava; un soldato che affrontava giorno dopo giorno il rischio della vita, lasciandosi invadere dalla benevolenza per i popoli martoriati.
Nessuno dei nostri militari vuole fare l’eroe. Tutti vogliono tornare a casa dalle loro famiglie e dai loro amici. Ma tutti non esistano a porre a rischio il proprio futuro, sapendo che possono dare la vita o rimanere segnati. Questo è il vero eroismo quotidiano della famiglia militare.
Certo, il nostro Luca, non poteva immaginare che chi aveva simulato una scelta simile alla sua, arruolandosi nell’esercito afgano, avrebbe potuto tradirlo, colpendolo a morte, frantumando il suo desiderio di amicizia tra i popoli. A Luca non è stata rubata la vita, perché egli l’aveva già donata.
E anche noi non ci faremo rubare la speranza, non ci strapperanno l’amore per i più deboli e la fiducia nel popolo afgano, nonostante questa ennesima ferita. E’ l’Amore che genera la speranza, che ci è stata consegnata dall’Innocente tradito.
Il peggio, Gesù non l’ha fuggito. L’ha affrontato, l’ha desiderato fino all’angoscia e alla ribellione. Sulla croce ha consegnato il soffio della speranza allo straniero, al prigioniero, al nudo, all’affamato.
Abbiamo bisogno di scrivere la speranza di uno sguardo fermo, di gesti audaci, di decisioni risolute, di quel dinamismo sicuro che pone azioni anziché parole.
Il coraggio di Luca ha la sua radice nell’unione con Gesù Cristo, nella forza che viene da lui, in maniera tanto misteriosa quanto vera e concreta. Di un coraggio analogo ha bisogno ciascuno di noi, se vuole affrontare il cammino della vita; un coraggio non per colpire e uccidere, ma per accogliere e costruire la comprensione, il dialogo e la pace là dove troppo spesso regnano l’intolleranza, il disprezzo e l’odio.
Chi è più caritatevole del soldato che giura di morire per il bene dell’altro? L’amore per l’uomo debole e bisognoso ha chiamato Luca in un deserto. Terra inutile da coltivare perché sterile di futuro? Ma Luca amava quella terra e aspettava l’aurora di un nuovo giorno, anche se non conosceva i tempi del germoglio.
Bisogna avere sensibilità e dedizione per l’umanità che soffre fisicamente, socialmente, moralmente. Sogniamo, forse, quando parliamo di civiltà della pace? No, non sogniamo. Gli ideali, se autentici, se umani, non sono sogni: sono doveri.
Il dovere di costruire la pace non deve essere confuso con una specie d’inerzia quietistica che è indifferente all’ingiustizia, accetta ogni tipo di disordine, scende a compromessi con l’errore e con il male e cede a ogni pressione per mantenere “la pace a qualsiasi prezzo”. Il cristiano sa bene, o dovrebbe sapere bene, che la pace non è possibile in termini simili. La pace esige il lavoro più eroico e il sacrificio più difficile. Esige un eroismo più grande della violenza. Esige una maggiore fedeltà alla verità e una purezza di coscienza molto più perfetta.
O Dio dell’amore, rivolgi il Tuo sguardo su di noi, concedi luce e gioia al nostro amato Luca, a tutti gli uomini e le donne vittime del terrorismo. Guarisci la sofferenza di questa famiglia in lutto e di quanti hanno perso i propri cari al servizio della pace. Concedi loro la forza di continuare a vivere con coraggio e speranza.
O Dio della compassione, unisci i nostri cuori a Luca, gravemente ferito; la nostra preghiera possa abbracciare il suo dolore e la sofferenza della sua famiglia.
O Dio della riconciliazione, infondi nei nostri cuori la saggezza della pace, la forza della giustizia e la gioia dell’amicizia.