Sulla roccia dell'Amore

Omelia per la S. Messa con le famiglie dei caduti in missione - San Damiano (Assisi), 6 marzo 2011

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Carissimi,

ringrazio il Signore per la testimonianza della vostra fede, la generosità della vostra presenza e, soprattutto, la ricchezza di un dolore indescrivibile che, condiviso nella semplicità e nell’ospitalità reciproca, ci immerge nel miracolo di un mistero che è fiducia e speranza.

Nel Vangelo Gesù esclama: «Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, costruisce la sua casa sulla roccia». Di quale casa si tratta? Certamente della casa che è la nostra vita. Casa che in questo luogo non può non richiamare alla mente l’invito del Crocifisso a Francesco: «Va, costruisci la mia casa».

Nella parabola si parla delle due case, la differenza tra quella che rimane salda e quella che va in rovina è tutta in un verbo solo: mettere in pratica o non mettere in pratica le parole ascoltate. Costruisce la vita sulla roccia chi pone a fondamento del proprio agire la regola dell’amore, nelle piccole cose di ogni giorno. Costruisce, invece, un futuro inaffidabile chi edifica sulla sabbia del proprio io, e sarà deluso proprio da ciò che ha costruito per vivere.

Nel cuore dell’uomo c’è il desiderio di una casa. È la nostalgia di una casa nella quale il pane quotidiano sia l’amore, il perdono, la necessità di comprensione, nella quale la verità sia la sorgente da cui sgorga la pace del cuore. È la nostalgia di una casa di cui si possa essere orgogliosi, di cui non ci si debba vergognare. Questa nostalgia non è che il desiderio di una vita piena, felice, riuscita. Non abbiate paura di questo desiderio! Non lo sfuggite! Non vi scoraggiate dinanzi a progetti vanificati o a nostalgie svanite.

Ma come costruire quella casa chiamata vita? Gesù ci esorta a costruire sulla roccia. Soltanto così essa non crollerà. Costruire sulla roccia vuol dire prima di tutto: costruire su Cristo e con Cristo, amore crocifisso. Vuol dire costruire con Qualcuno che, conoscendoci meglio di noi stessi, ci dice: «Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima ed io ti amo» (Is 43, 4). Vuol dire costruire con Qualcuno che è sempre fedele; che si china costantemente su ogni cuore ferito e dall’alto della croce stende le sue braccia, per ripetere: «Io do la mia vita per te, perché ti amo».

Costruire su Cristo vuol dire fondare sulla sua volontà i propri desideri, le attese, i sogni; dire a se stessi, alla propria famiglia, agli amici, al mondo intero e soprattutto a Cristo: «Signore, nella vita non voglio fare nulla contro di Te, perché Tu sai che cosa è il meglio per me».

Non abbiate paura della coerenza. I grandi valori (onestà, giustizia, libertà, fedeltà) non esistono scissi da uomini e donne che li incarnano nella loro esistenza e accettano di servirli fino a pagarne le conseguenze estreme. Niente è amore, se non nella volontà di Dio. È stata la grande scoperta di san Francesco quando all’improvviso vide il mondo intero nelle mani di Dio e si chiese perché Dio non lo lasciava cadere. Egli scoprì col cuore che al di fuori di Dio nulla esiste, nulla respira, nulla si muove, nulla vive. Il problema non è vivere bene quanto possiamo, ma far sì che la nostra vita trovi il proprio saldo fondamento nella vita divina.

«Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli». Dire Signore a Gesù è confessare la sua divinità. Atto di fede, ma anche atto di preghiera.

Carissimi, dinanzi alla vostra sofferenza, l’atteggiamento più giusto sembrerebbe il silenzio. Ma la preghiera non crea mai disagio interiore. C’è né una che spesso recito, è quella di un Beato: «Padre mio, io mi abbandono a te. Fa’ di me ciò che ti piace. Qualsiasi cosa tu faccia di me, io ti ringrazio. Sono pronto a tutto. Accetto tutto. Purché la tua volontà sia fatta in me e in tutte le tue creature. Non desidero altro, mio Dio. Rimetto la mia anima nelle tue mani. Te la dono, mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore, perché ti amo. Ed è per me una necessità di amore donarmi e rimettermi nelle tue mani. Senza misura, con infinita fiducia. Perché tu mi
sei padre».

È una preghiera difficile, lo ammetto. Forse è difficile pure per voi, piagati nel corpo, che tremate a pronunciarla anche nella prova che viviamo. Sulla croce un giorno è salito un uomo innocente… sul retro della stessa croce c’è un posto vuoto dove un altro innocente è chiamato a far compagnia all’agonia di Cristo. Quel posto è nostro. Dal giorno del calvario è iniziata quella via crucis degli innocenti, dove anche voi siete stati coinvolti. Invocate Gesù Crocifisso. Non può non sentirvi: è inchiodato appena dietro di voi, anzi v’invita ad essere i suoi Cirenei.

La Via Crucis è una scuola di compassione, di umanità e di solidarietà, che l’egoismo e la prepotenza vogliono allontanare dal cuore umano. Non così il cuore dei nostri Alessandro, Antonio, Davide, Gianmarco, Giandomenico, Giovanni, Luca, Luigi, Massimiliano, Massimiliano, Rosario, Sebastiano, e di tutti i nostri giovani caduti, che hanno imparato a battere con il cuore di chi è nel bisogno e nel dolore. Costruire la vita sulla roccia significa scoprire che siamo oggetto di un grande amore. Non siamo figli del caso, non siamo gettati in balia degli eventi ma conosciuti, voluti e attesi. In questa coscienza c’è la nostra dignità, la nostra speranza, la nostra certezza. E i nostri ragazzi in Afghanistan intendevano essere una presenza amica, desiderosa di favorire uno scambio di doni. Il loro coraggio era fondato sulla roccia che è Gesù, nella forza che viene da lui, in maniera tanto misteriosa quanto vera e concreta. Di un coraggio analogo ha bisogno ciascuno di noi, se vuole affrontare il cammino della vita; un coraggio non per colpire e uccidere, ma per accogliere e costruire la comprensione, il dialogo e la pace là dove troppo spesso regnano l’intolleranza, il disprezzo e l’odio.

Care famiglie, contiamo su di voi, sulle vostre preghiere, sull’offerta e sul valore delle vostre sofferenze per sperare che nell’intimo tessuto dell’umanità avvenga quell’interiore risanamento, che vuol dire serenità e pace dell’anima.

O Vergine Santa, rivolgi il tuo materno sguardo su di noi, guarisci la sofferenza di queste famiglie in lutto e di quanti hanno perso i propri cari al servizio della concordia e della solidarietà. Concedi loro la forza di continuare a vivere con coraggio la saggezza della pace, la forza della giustizia e la gioia dell’amicizia.

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Riferimenti

Lettera alle famiglie dei caduti in missione

Tipologia: Lettere Pastorali

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