Mendicanti di luce

Omelia per la S. Messa in suffragio del Capitano Massimo Ranzani caduto in Afghanistan - Basilica Santa Maria degli Angeli, 3 marzo 2011

Luogo:

Predicatore:

Signor Presidente della Repubblica, grazie di cuore per la sua paterna vicinanza ai nostri giovani militari;

carissima mamma Ione, continua a sentirti madre di tutti gli Alpini con la tua preghiera quotidiana;

carissimo papà Mario, che hai accolto, rispettato e condiviso la professione del tuo Massimo;

cari amici

come Bartimeo, il cieco del Vangelo ora ascoltato, anche noi, seduti al bordo della strada della vita, siamo a mendicare un po’ di luce. Scegliamo di mendicare stendendo la mano, via via assaporiamo la sapienza contenuta in questo gesto.

«Gesù, abbi pietà di me». Non ci rassegniamo al buio di oggi, non ci accontentiamo di una vita senza senso. Potrebbe capitarci di innamorarci della nostra cecità: cecità per desiderio di primeggiare, cecità per chiusura nell’ostinatezza delle proprie convinzioni; cecità per ristrettezza di orizzonti e meschinità di visione; cecità perché non si ama l’umanità.

Proviamo dolore per il male presente nel mondo? O siamo ciechi anche noi? Ciechi nello sguardo interiore: possiamo vedere perfettamente le forme e i colori, ma se ci fermiamo alla superficie delle cose o, peggio, se il nostro è uno sguardo impudico o violento, dissacrante o profanatore, piegato al criterio dell’utile, siamo terribilmente ciechi.

Sono cieco se non riesco a percepire delle cose la verità profonda, fatta di mistero, di sacralità, di bellezza, di luce sepolta. Sono cieco se non ho lo sguardo di Cristo, pieno di stupore e di pietà, capace di raggiungere senza profanarlo il mistero di ogni creatura, che riempie la vita e la fa vera.

«Abbi pietà di me»: è la preghiera dei piccoli, dei poveri, dei popoli martoriati che, giorno e notte, senza sosta, gridano il loro bisogno e la loro dignità. Sull’esempio di Gesù, mai sordo al grido dei deboli, anche il nostro Massimo, lasciato ogni sostegno, senza vedere, con le braccia tese in avanti, si è lasciato orientare solo dalla voce del cuore dinanzi alla sofferenza e all’angoscia del popolo afghano. Egli ha lasciato il buio dell’egoismo, la vita comoda, per dire al fratello dimenticato e abbandonato: coraggio, alzati; sono qui per te, ti sono amico, mi metto dalla tua parte, solidale con il tuo atroce dolore.

Agli amici, Massimo confidava che per costruire la pace bisogna guardare gli occhi dei bambini, leggervi dentro il sogno di cose belle e nuove; perché non ci sono bambini italiani, afghani o di altri Paesi, ci sono solo bambini, proprio come non ci sono tante paci ma la Pace.

Massimo è stato instancabile seminatore di speranza dinanzi allo straniero, al prigioniero, al nudo, all’affamato. Sperare vuol dire credere nell’impossibile. Passare oltre, rifiutare o fuggire il grido di aiuto dell’altro, è come scegliere la morte e, peggio ancora, divenirne l’artefice. Aprirsi all’accoglienza dell’altro, invece, lasciandosi sconvolgere, disturbare, distogliere, significa aprirsi alla novità dell’amore di cui farci complici.

Sperare ci porterà via del tempo, richiede rispetto, attenzioni, cure, e certo anche consolazione nei giorni tristi...

Massimo, un alpino dallo sguardo sorridente e dal gesto coraggioso, è stato colpito mentre rientrava da un’operazione di assistenza medica, dopo aver distribuito vestiti, coperte, scarpe e tonnellate di cibo. Operazioni che i nostri giovani svolgono quotidianamente perché hanno scelto di “investire” nel povero la propria storia.

Da buon cristiano, cresciuto tra gli scout della sua parrocchia, guidato dal tuo buon parroco, sapeva bene che la pace esige il lavoro più eroico e il sacrificio più difficile. Esige un eroismo più grande della guerra e una maggiore fedeltà alla verità. Siamo chiamati a spendere la nostra vita, non a trattenerla. Dare la vita significa realmente morire. Ma è la morte che, sola, ci offre la possibilità di rimanere per sempre: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Ogni atto d’amore vero, non solo di amore divino ma anche di amore umano, partecipa, almeno per un briciolo, di questa esperienza.

Le missioni internazionali di sicurezza ci aiutano a capire che siamo famiglia umana, nella circolarità del dono. Troppo spesso, invece, ci nascondiamo dietro affermazioni del tipo: «Non è compito mio», «Ne vale la pena?», «Non ne sono capace». Forse non abbastanza ci brucia nel cuore l’amore - assoluta gratuità - con il quale far giungere le onde della fraternità in ogni parte del mondo. Chi, guardando alla vicenda storica nella quale ci troviamo non vorrebbe una civiltà che consenta alla vita umana una migliore esistenza, una sua ragionevole pienezza, un futuro sereno?

Le condizioni morali, sociali e politiche, nelle quali gli uomini sono ora coinvolti in diversi punti del mondo, sembrano contraddire l’ottimismo, la fiducia e spegnere subito le speranze: la terra è solcata da problemi, da agitazioni, da conflitti, sentimenti e propositi di odio e di guerra. Ma il sacrificio dei nostri militari ci impegna nel riaffermare con una nuova consapevolezza, quell’amore sociale, norma suprema e vitale della persona umana.

Dinanzi a Massimo, interroghiamoci su cosa vogliamo ottenere con la nostra vita. Di questo mondo nel quale siamo, per quanto dipende da noi, cosa vogliamo fare? Adottare una politica di odio, di eliminazione di coloro che si oppongono a noi oppure allargare i nostri orizzonti nel costruire una comunità internazionale stabile e pacifica?

Occorre compiere un capovolgimento di prospettiva: su tutto deve prevalere non più il bene particolare di una comunità politica, razziale o culturale, ma il bene dell’umanità, la riscoperta della originaria vocazione a essere un’unica famiglia, in cui la dignità e i diritti delle persone siano affermati come anteriori e preminenti rispetto a qualsiasi individualismo.

Signore, ti preghiamo, perché un riflesso della tua luce illumini ogni nostro giorno e ci renda aperti ai fratelli più poveri e oppressi, aperti a una speranza sempre nuova che non si lascia soffocare dall’abitudine e dall’indifferenza. Infondi nei cuori di tutti la saggezza della pace, la forza della giustizia e la gioia dell’amicizia. Amen.

Data Inizio:     Data Fine: