Alla Grotta per la pace

Articolo pubblicato su "L'Osservatore Romano", 3-4 giugno 2008

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Trentuno Vescovi, trentacinquemila tra uomini e donne con le stellette, provenienti da 60 nazioni, dall’Italia alla Slovacchia, dall’Australia al Cile, dal Libano all’Angola, alla Repubblica del Congo, si sono radunati a  Lourdes, dal 22 al 27 maggio, per invocare il dono della pace.

Rappresentanti dei diversi Paesi, popoli, un tempo nemici o che ancora oggi hanno difficoltà a capirsi, che conoscono la disavventura della guerra   il prezzo della pace, sono diventati discepoli ai piedi della Madonna per imparare la grammatica della riconciliazione. La pace, infatti, non è un risultato di inerzia, passività, di debolezza e di viltà e neppure un equilibrio provvisorio di forze contrastanti, ma deve essere un programma energico di rapporti umani ispirati alla fraternità e alla collaborazione.

La piccola cittadina francese, pur distante dai conflitti delle guerre, a seguito di alcune date profondamente tragiche per il mondo e l’Europa, ha saputo, dalla fine dell’Ottocento alla metà del Novecento, accogliere e aver cura di tanti feriti, pregare per i defunti, consolare i sopravvissuti. Di qui la scelta di recarsi a Lourdes, luogo «di sereno raccoglimento, asilo ed immagine di unità», come opportunamente detto da papa Pio XII, nel messaggio predisposto, il 4 ottobre del 1958, per il primo pellegrinaggio internazionale a Lourdes delle Forze Armate italiane.

Il pellegrinaggio militare, allora, si radica nella consapevolezza del soldato che avverte una profonda nostalgia di trascendente e aspira ad incontrare Cristo, per accostare in profondità la realtà dell’uomo e della società, i valori e le esigenze da assicurare perché si possa realizzare in pienezza la vera dignità.

A Lourdes, infatti, i militari vivono la pace, convinti che le armi non devono essere strumenti per offendere e uccidere, ma solo, sempre e dappertutto per custodire la vita. Il loro uso, perciò, tende unicamente a dare forza alla giustizia, nella prevenzione, nell’accordo leale, nella concordia magnanima e nel generoso perdono.

Dinanzi alla Grotta migliaia di uomini e donne d’armi, volti di persone fiduciose e in pace, hanno confermano l’impegno ad essere costruttori di quell’ordine di sviluppo giusto e sostenibile, senza il quale è impossibile costruire la pace nel mondo. Ambasciatori coraggiosi di solidarietà, persone che amano il dovere e la disciplina, scelgono, così, di sacrificare anche la vita per il bene comune: un programma concreto dentro cui far confluire la testimonianza di vita cristiana, nonostante il mondo frammentario delle esperienze, la dispersione della vita in tanti rivoli talvolta contraddittori, l’illusione della felicità cercata nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi e nelle gratificazioni effimere. Il pellegrinaggio internazionale, nel centocinquantesimo delle apparizioni, ha perciò fortemente ispirato ai militari un concreto e appassionato appello per l’uomo. Gesù ci ha rivelato che Dio è amore (cfr. 1Gv 4,8) e che la vocazione più grande di ogni persona è l’amore. In Lui possiamo trovare le ragioni supreme per farci fermi paladini della dignità umana e coraggiosi costruttori di pace.

Il pellegrinaggio si è trasformato, così, in Università di pace, proponendo nei vari momenti di preghiera, riflessione e iniziative culturali, una pedagogia quale compito di verità, libertà, giustizia e diritto per tutti gli uomini, che «in quanto peccatori, sono e saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta di Cristo» (GS 78). Ne è scaturita la consapevolezza che la concordia tra i popoli è sempre possibile, anzi è il dovere consegnato dalla Vergine di Lourdes al mondo militare, che non cesserà di annunciare a tutti l’eterno Vangelo della pace (cfr. Ef 6,15), trasmesso da padre in figlio come un passaparola dai figli ai figli dei figli. E sono passati cinquant’anni e rimane vivo il ricordo di una ragazzina analfabeta che ha visto e ha parlato con la Regina della pace.

Data Inizio:     Data Fine:

03/06/2008