Giovanni XXIII, maestro della vera pace

Omelia per la S. Messa nel 150° Fondazione dell'Esercito italiano - Basilica Ara coeli, 10 marzo 2011

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Cari amici,

all’indomani delle Ceneri, il vangelo ci mette di fronte al viaggio di Gesù verso Gerusalemme e direttamente si rivolge a ciascuno di noi: «Se qualcuno vuole venire dietro a me...». Il tempo quaresimale è posto sotto il simbolo del cammino, della marcia nel deserto. Il Signore parla di se stesso e del suo mistero che va compiendosi nella libertà, ma, parlando di se stesso, invita a scegliere di stare con lui, camminare sui suoi passi, mentre Egli conduce il treno della vita e della storia.

Come in ogni viaggio, chiaro deve essere il punto di partenza e altrettanto chiara la meta, e, ancora, è necessario scegliere il mezzo di trasporto: prendere la croce ogni giorno e seguirlo. La croce è questo mezzo che sembra penda su di noi; è invece la croce che prende noi su di sé.

Il Signore non ci parla delle croci che la vita impone - malattie, situazioni difficili, relazioni dolorose, lutti... - ma indica il coraggio di abbracciare la croce, che consiste nel saper rinunciare a noi stessi, al nostro individualismo con tutto il suo corteo di egoismi, indifferenze, narcisismi e
chiusura alle necessità dei nostri fratelli più bisognosi.

La lotta contro l’egoismo necessita della preghiera, dei sacramenti, della lettura quotidiana del Vangelo, nutrendo la mente con il pensiero di ciò che è buono, con atti concreti di amore, vincolo che libera da ogni violenza. Così, per grazia di Dio, non saremo più dominati da egoismo e desiderio incontrollato, ma capaci di vero amore.

Davanti a noi il Signore pone la vita e la morte, la carità e l’odio, chiedendoci di operare una scelta e di ratificarla giorno dopo giorno. Una scelta non ovvia, poiché Gesù ce ne esplicita il paradosso: alla vita secondo Dio, alla vita che è Dio, si perviene rinnegando se stessi per il Signore.

«Se uno vuoi venire dietro a me... ». E’ chiara la prospettiva di sofferenza inclusa nella sequela, non lo è meno lo sbocco finale: la risurrezione, la vita salvata, una vita in pienezza al cui confronto nulla giova guadagnare il mondo intero. Scegliamo dunque la vita, amando il Signore, obbedendo alla sua voce e tenendoci uniti a lui: se con lui oseremo attraversare ogni giorno la morte a noi stessi, con lui conosceremo fin d’ora l’ineffabile gioia della serenità futura.

Siamo di Cristo, non nostri! L’uomo non ha niente con cui farsi forte di fronte a Dio; nessun sostegno, nessuna forza e sicurezza oltre all’impegno e al sacrificio del proprio cuore.

Carissimi, il Paese, sappiamo bene, ha una storia più lunga del suo Stato unitario. L’anniversario che celebriamo è rilevante non tanto perché l’Italia sia un’invenzione del 1861, ma perché in quel momento veniva a compiersi anche politicamente una Nazione che da un punto di vista geografico, linguistico, religioso, culturale e artistico era già da secoli in cammino. Festeggiando i 150 anni dalla Fondazione dell’Esercito vogliamo far rivivere nella memoria e nella coscienza degli italiani le ragioni di quella indivisibilità, fonte di coesione sociale base essenziale di ogni sviluppo tanto del nord quanto del sud. Celebrare l’Unità non vuol dire riproporre il mito del Risorgimento ottocentesco, ma rileggere con pazienza e pacatezza la storia e considerare la costruzione di uno stato più giusto ed equo per tutti.

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