Carissimi,
vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola li ammaestrava dicendo: Beati...
Come novello Mosé, Gesù sul monte guarda le folle che vengono a lui. Ma poi volge lo sguardo ai discepoli e a loro dona la parola della consolazione e della speranza.
Le Beatitudini costituiscono il clima del “giorno senza tramonto”, in cui, vinta la morte, la vita non ha più fine. Esse sono il cuore del Vangelo. E al cuore del Vangelo c’è una parola: felicità. Volontà di Dio è che l’uomo sia felice. E’ Gesù a dire l’indicibile, annunciando l’opposto della storia e contraddicendo ogni logica umana.
Beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, i miti, beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, beati i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia. In verità, il Beato per eccellenza è Gesù. È Lui, infatti, il vero povero in spirito, l’afflitto, il mite, l’affamato e l’assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l’operatore di pace; è Lui il perseguitato a causa della giustizia.
Le Beatitudini ci mostrano la fisionomia spirituale del Signore e, così, esprimono il suo mistero di morte e di risurrezione. Questo mistero, che è mistero della vera beatitudine, ci invita alla sequela di Gesù e così al cammino verso di essa. Nella misura in cui accogliamo la sua proposta e ci poniamo alla sua sequela - ognuno nelle sue circostanze - anche noi possiamo partecipare della sua beatitudine. Con Gesù l’impossibile diventa possibile e persino un cammello passa per la cruna dell’ago (cfr. Mc 10, 25); con il suo aiuto, solo con il suo aiuto, c’è dato di diventare perfetti com’è perfetto il Padre celeste (cfr. Mt 5, 48).
Vogliamo correre quest’avventura meravigliosa? Cerchiamo in fondo al cuore il coraggio di essere poveri. L’audacia della povertà non come mancanza di qualcosa ma come qualità dello Spirito. Semplifichiamo la vita, prendiamo il coraggio di incamminarci verso l’impoverimento.
Getta la maschera, scopri la tua nudità, riconosciti mendicante e ti scoprirai depositario di una catena infinita di doni: Dio ti regala la vita, la luce e il calore, l’amico ti regala la gioia, il suo amore; lo sconosciuto ti fa sentire vivo. Tu diventi una benedizione per gli altri. Povertà e amore in Gesù vanno insieme. E anche nel discepolo vanno insieme, perché allora, solo allora, sei capace di privilegiare le persone sulle cose. Se passeremo dalla logica dell’accumulo a quella dell’incontro, il ritardo della felicità si farà veramente breve.
Il Vangelo presenta il vero discepolo come chi è giusto, fedele, mite, non orgogliosamente autosufficiente, ma cosciente della sua dipendenza da Dio. Egli è designato non da un’appartenenza esteriore, ma da una realtà intima fatta di mitezza, purezza di cuore, povertà in spirito, misericordia.
La beatitudine offerta è la gioia intima della comunione con il Signore sperimentata in situazioni concrete in cui anche Gesù si è trovato e, soprattutto, che ha vissuto come occasione di amore e dedizione. E’ la gioia del servo che si trova là dove anche il suo Signore è stato (cfr. Gv 12, 26). E’ la gioia di chi partecipa al sentire e al volere di Cristo (cfr. Fil 2,5).
Nell’itinerario quaresimale, vorrei indicare, per il vostro specifico servizio, la misericordia e la mitezza. Come intendere la beatitudine dei misericordiosi? E’ la beatitudine di coloro che credono l’umanità e la dignità dell’uomo sempre, anche quando l’uomo stesso, per sua colpa o per disgrazia, l’ha smarrita o resa opaca. La misericordia crede ostinatamente l’umanità del colpevole e la restaura con il perdono. La misericordia è l’amore incondizionato, che ama ciò che non è amabile o che si è reso spregevole; è memoria e pratica della dignità umana nei confronti di chi l’ha offuscata. La misericordia rispetta l’uomo nella sua nullità, nella sua miseria estrema, quando non è (più) utile o interessante per le condizioni di dipendenza che lo affliggono.
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