Ave, speranza nostra

Omelia per la S. Messa alla Grotta di Lourdes, 24 maggio 2008

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In Galilea c’è un paesino, mai ricordato nella Bibbia prima dell’Annunciazione: Nazareth, dove in una casa scavata nella roccia, un’umile fanciulla vive la sua vita quotidiana di lavoro, fatica, povertà, ma anche di attesa e speranza. Maria, come ogni pia ebrea, conosceva le promesse fatte da Dio ad Abramo, a Mosè, a Davide... conosceva il libro di Isaia da cui è tratta la prima lettura: La vergine darà alla luce un figlio e lo chiamerà Emmanuele, cioè Dio-con-noi (Is. 7,14) un germoglio spunterà dal tronco di Jesse… su di lui si poserà lo Spirito del Signore ( Is. 11,1-2).

Ma dove, quando, da chi nascerà? Ecco il Vangelo: L’angelo Gabriele fu mandato da Dio (Lc. 1,26) ad una vergine, chiamata Maria. Il Signore è con lei, e in lei l’attesa diventa presenza, risposta di Dio. Il figlio che nascerà da lei ha un nome preciso, Gesù: Sarà chiamato Figlio dell’Altissimo; avrà il trono di Davide e sarà santo e chiamato Figlio di Dio.

La donna, visitata dall’angelo, esce dal suo silenzio con una domanda, solo preceduta dal turbamento di fronte all’irruzione del mistero: Come è possibile? Turbamento e domanda esprimono, in modo diverso, la percezione dell’infinita distanza tra la creatura e Creatore; ma soprattutto una fede che si fa discernimento di fronte a un progetto distante dalle prospettive umane. La fede è dono, e tuttavia anche Maria fatica per entrare nel disegno di Dio. Ma nulla è impossibile a Dio. Avvenga di me quello che hai detto. L’esperienza di Maria sembra disegnare per ogni credente un itinerario di speranza.

Abbiamo tutti una grande nostalgia di speranza, anche per i rischi insiti nelle rapide trasformazioni culturali; in particolare per la deriva individualistica, la negazione della capacità di verità da parte della ragione, per l’offuscamento del senso morale. 

Cosa mette in pericolo la speranza? Il mancato rispetto per la sacralità della vita, la distruzione dell’ambiente e il suo uso improprio o egoistico, l’accaparramento violento della terra e delle sue risorse, le violazioni della libertà di religione, il permanere delle disuguaglianze tra uomo e donna, la cattiveria degli adulti verso i bambini, la negazione dell’accesso ai beni essenziali. Noi siamo stati salvati nella speranza.  

La nostra vita, cari pellegrini, richiede senso di responsabilità, spirito di dovere, dedizione continua non sempre riconosciuta. Il nostro servizio alla pace, negli anni passati e recenti, testimonia la verità di valori vissuti con intelligenza e grande generosità e, a volte purtroppo, anche con il sacrificio supremo di sé.

Certo, la vita non è interamente nelle nostre mani, perché la vita è speranza e, d’altra parte, la speranza è vita. La speranza è ciò che ancora non è stato scoperto, ancora non vissuto e che attende d’esser decifrato e realizzato; è segno d’intelligenza, di libertà interiore, di voglia di futuro e di novità, di rifiuto d’una concezione ripetitiva e passiva, noiosa e banale della vita.

Carissimi, continuate ad essere la meravigliosa famiglia umana, risorsa di bene comune, che scopre nell’invisibile orizzonte il fascino di una Speranza eterna, Dio. Siate voi stessi luci di speranza gli uni per gli altri. E quale persona potrebbe più della Vergine Santa essere per noi stella di speranza – Lei che con il suo si aprì a Dio stesso la porta del nostro mondo (Benedetto XVI) e a noi spalancò la porta del cielo.

Vergine di Lourdes, regina del cielo senza tramonto, noi inneggiamo a te. La vita umana è come un viaggio, spesso oscuro e incomprensibile, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri perchè ci indichino la meta. Porta del cielo, a te affidiamo le nostre amate famiglie, e tu continua a splendere su di noi per portare ovunque, come su ali di aquila, l’amore, la concordia e la pace.

 

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