I soldati: disprezzo e misericordia

Meditazione al Quaresimale - Cattedrale di Brescia, 1 aprile 2011

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Carissimi.

Rifletto con voi su un aspetto apparentemente minore, di qualcosa che sembra quasi ai margini del grande dramma della Passione. Si tratta di mettere ulteriormente alla prova la tenuta storica dei vangeli, nei quali nessuna parola è casuale e tutte contribuiscono a completare l’architettura dell’insieme. Parliamo dei soldati che si trovano dinanzi un re da loro deriso e insultato, un re che non garantisce, a quelli che vogliono condividerne il destino e la sequela, né onori né successi.          
La regalità divina di Gesù viene disconosciuta e oltraggiata, perché ai soldati interessa appurare quanto sia il suo effettivo potere, l’autorità coercitiva, l’esercito su cui possa contare quello strano imputato condotto davanti, in modo da prendere per tempo le precauzioni e le misure.           
 Il “re dei Giudei” costituisce il nucleo rivelativo del processo romano, corrispondente al Cristo nel processo giudaico.            
Gesù viene consegnato. Non si tratta di processo politico, ma di traditio nelle mani dei pagani. Con la brusca domanda di Pilato: “Tu sei re?” (cfr. Gv 18,7), irrompe il titolo curioso e provocatorio, probabilmente una traduzione romana di messia. Gesù risponde un sì con riserva che Giovanni espliciterà: «Tu lo dici, io sono re... Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36s.). La meraviglia di Pilato ci dà la chiave di lettura della situazione: «Come molti si stupirono di lui tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto... così si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito» (Is 52,14s.). 
Il processo è particolare. Pilato si limita a far domande, la difesa (spettava all’accusato) è muta; la folla, sobillata, detta legge e cambia l’ordine del giorno trasformando una seduta processuale in un’udienza popolare. Si insinua l’accusa di tradimento dell’autorità del Cesare: «Se liberi costui non sei amico del Cesare. Chiunque si fa re si mette contro Cesare». Il governatore è colpito nella sua dignità e, nella sua responsabilità, subisce il più inatteso ricatto che mette in pericolo anche il suo ufficio e forse la sua vita. Assume allora il suo ruolo di giudice, e si vendica con una battuta tagliente: «Ecco il vostro re».            
 Poco documentato era l’uso di liberare un carcerato per Pasqua. L’evangelista si serve del malfamato Barabba per additarci ancora una volta in Gesù il Servo «trafitto per i nostri delitti, giusto per i peccatori» (Is 53,5).  Il popolo e il suo re sono faccia a faccia. Pilato si rivela sempre più un puro funzionario e la stessa sentenza di condanna non sarà espressa dal giudice legittimo, ma gridata dalla folla: «Crocifiggilo!». 
Lo scambio si compie: Barabba è liberato, Gesù consegnato alla terribile flagellazione, lasciato in balia dei soldati, che hanno sentito del suo farsi e chiamarsi re, e, vedendolo come un illuso, lo fanno oggetto di beffa in un’autentica flagellazione della sua persona e della sua dignità: la corona di spine sul capo, il mantello di porpora sulle sue spalle sanguinanti, il saluto di scherno: «Salve re dei giudei...», ma anche gli schiaffi sul volto.               
Questo re ridotto a una povertà umana inverosimile non può fare male a nessuno, non può dirsi assolutamente re. Non ha quindi colpa, non è pericoloso, è già ridotto con la forza del castigo esemplare dell’impero alla sua misura di un povero uomo.      
Gesù è definitivamente condannato a morte. Il movimento di personaggi che ruotano attorno al condannato fa risaltare più nettamente la figura del Nazareno. Il Cireneo, la crocifissione, i soldati... si presentano come icone complete in se stesse, poste l’una accanto all’altra e che hanno nel Sal 22 e nel Sal 69 il filo conduttore che le unisce.  
Gesù, prima di essere crocifisso, riceve un gesto di pietà. «gli diedero da bere vino mescolato con fiele», la bevanda che le donne ebree preparavano per alleviare ai condannati le sofferenze.             
 Il Signore si avvia verso il Golgota portando la croce e viene crocifisso. I soldati si dividono le vesti, ma non stracciano la tunica tessuta tutta d’un pezzo, da cima a fondo. È la veste del re, la veste del Cristo sacerdote, che si offre in sacrificio di espiazione.     
I soldati s’impadroniscono di tutto quello che Cristo possiede senza rendersi conto che di lì a poco diventeranno ricchi di un dono ben più grande - la fede - che li farà esclamare: «Davvero costui era Figlio di Dio». Anche la motivazione della condanna posta sulla croce trova eco nella profezia di Baalam figlio di Beor (Nm 24,17: «Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele»).         
Un susseguirsi di gesti e parole ostili, distanti, crea il vuoto attorno al Crocifisso. Gesù è condotto «fuori» (cfr. Mc 12,8 ed Eb 13,12), l’assenza dei discepoli è sottolineata dalla requisizione di Simone di Cirene. Il rifiuto della mirra anestetica, lo spogliamento e il persistere dell’equivoco sul «re dei Giudei» prolungano l’incomprensione. Comincia, così, l’aperta provocazione degli scherni in croce, la corale ostilità.     
 Gesù si sente abbandonato; non sente più in quel momento la presenza del Padre che aveva illuminato la sua vita terrena. Invece del sentimento della presenza paterna, prova la pena di un’assenza, un vuoto che succede alla gioia abituale causata dalla vicinanza intima del Padre. Soffre di un vuoto affettivo.  
Qual è il valore di questo vuoto affettivo? E’ dovuto alla missione redentrice che fa portare a Cristo il peso dei peccati dell’umanità. Nel peccato l’uomo si allontana da Dio e ne prova anche le conseguenze affettive. Il peccatore perde il sentimento della vicinanza amorosa di Dio e dell'intesa amichevole con lui che procura la pace dell’anima. Nell’opera redentrice Gesù assume le conseguenze del peccato senza però entrare in uno stato peccaminoso. Perfettamente innocente, Egli assume nella sua offerta il sentimento di abbandono che proviene dal peccato. Come prende su di sé la sofferenza e la morte che erano la sanzione del peccato, senza essere contaminato dal peccato, assume anche la desolazione affettiva che viene dal peccato senza cedere niente al peccato. Trasformando sofferenza e morte in offerta redentrice, converte l’abbandono affettivo in oblazione per la salvezza del mondo.           
 L’abbandono diventa un atto di fiducia filiale, quello del Figlio che si consegna nelle mani del Padre.              
Nelle mani del Padre, Cristo è certo di ricevere il potere glorioso che gli permetterà di guidare dall’alto la crescita del suo regno sulla terra. Lo spogliamento dell’abbandono è destinato a procurare in sovrabbondanza all’umanità la ricchezza divina. 
In risposta agli insulti, il velo del tempio si squarcia. E’ il solo effetto fisico della morte di Gesù: insieme rottura e nascita, chiusura e inaugurazione. E, in reazione a tanti equivoci, il soldato comincia a capire; dopo tanti scandali, qualcuno crede, fondando la sua fede proprio su ciò che scandalizzava: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio». Se il tempio riservato ai circoncisi si spalanca, il primo nuovo credente può ben essere questo soldato romano, questo pagano che, con la sua confessione, ricomincia dall’«inizio del vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio» (Mc 1,1). E dopo tante latitanze, ecco apparire le presenze. Le discepole erano già lì, ma non si vedevano: per osservare, seguire, servire. Solo dopo la morte rispondono pur da lontano alla diserzione dei Dodici. E solo ora si scopre perfino, nella persona di Giuseppe di Arimatea, l’esistenza di un uomo del Sinedrio solidale e coraggioso. Il centurione, Giuseppe, Maria di Magdala, Maria madre di Joses, ma pure il lenzuolo, la roccia e il masso sull’ingresso del sepolcro, sono tutti testimoni oculari della morte di Cristo.          
 Solo occhi pagani possono scegliere il Golgota per lanciare la professione di fede nell’assoluta novità del Dio crocifisso. Solo ginocchia mai inginocchiate possono piegarsi davanti a quest’uomo spirato in quel modo e inaugurare l’assemblea degli stolti (cfr. 1 Cor 1), celebrando, fuori Gerusalemme, la gioia della Pasqua.      
Non era una morte qualunque quella del Crocifisso. Era una morte che doveva rivelare Dio stesso... Nel capitolo 53 di Isaia, il coro a un certo punto domanda: «Chi l’avrebbe mai creduto?». Questo modo di reagire è quello del soldato che vuol capire, che si lascia educare a capire. Dio sfida la comprensione del soldato per essere fedele alla sua logica di amore...  
 L’uomo che rivela la croce non è l’uomo crocifisso da Dio, ma è l’uomo che crocifigge Dio. Non è Dio che incatena, costringe; è Dio che scende e opera lo scambio, per quello che dipende da lui. È sul modo di amare che, in definitiva, si misura la distanza tra Dio e l’uomo. Dio non è come l’uomo. Lasciamo che Dio si difenda da sé. E meravigliamoci, invece, come coloro che hanno l’impressione di qualcosa d’insospettato che si comincia a vedere. In fondo, la lezione più grande la leggiamo quando il centurione dice: «Veramente quest’uomo era il Figlio di Dio!».  
 È questa la meraviglia dell’intelligenza che conduce alla fede. L’altra è la meraviglia della ragione che conduce all’incredulità. Tolto ogni segreto, vediamo anche noi con il centurione chi è Gesù e chi è Dio. Le due visioni sono inseparabili tra di loro e dalla croce: Gesù, infatti, è Dio perché muore così (“vedendo che così era spirato...”), e quel Dio che nessuno ha mai visto è proprio quest’uomo che spira così. Si dice che “era” non perché non lo sia più, ma perché la sua morte fa capire come lo fosse anche prima, nella sua vita che il vangelo racconta.            
Aveva insegnato: “Siate misericordiosi” e non ha trovato nessuna misericordia. È il giudice dell’universo, ed è stato ripetutamente giudicato da un re corrotto. 
 Si era presentato come la forza e la consolazione dei deboli, e non sa neppure portare il legno del suo tormento fino alla piccola altura del Golgota.    
 Aveva detto: “Non preoccupatevi troppo del vestito, perché il Padre vostro, che veste splendidamente i fiori del campo, vestirà anche voi”. E il Padre, quasi a vanificare le sue parole, lascia che gli venga tolta ogni veste, anche la tunica di un solo pezzo che sua madre gli aveva amorosamente intessuto.  
 Aveva detto: “Colui che nasce dallo Spirito è libero come il vento, che non sai donde venga né dove vada”. Ed è inchiodato a una croce, come uno schiavo colpevole.  
Aveva insegnato: “Io sono la vita, colui che si affida a me non morirà in eterno”. E adesso la morte prevale su di lui. 
 Tutto dunque sembra smentito.   
 Nel momento in cui l’oscurità è più fitta e lo smarrimento assoluto, comincia a germogliare il miracolo dell’uomo che, oltre le apparenze, arriva a vedere la verità: “Costui è davvero il Figlio di Dio” (Mt 27,54) dicono i soldati artefici della crocifissione.  
Proprio nel momento del trionfo della morte, prende inizio il prodigio della vita che rinnovata ritorna: Le tombe si aprono e i morti cominciano a risorgere (cfr. Mt 27,52-53). Nel momento in cui è più difficile scorgere anche solo un essere umano, sotto la maschera di dolore del Crocifisso, con breve e folgorante intuizione un ladro sa vedere il Re dell’universo: “Ricordati di me, quando sarai nel tuo Regno” (Lc 23,42).  Dalla morte, dunque, ha principio la vita, dalla disperazione la speranza, dall’assurdo la fede. Dalla nostra pena, di pentiti crocifissori di Cristo, inizia la strada della nostra gioia. Ma Dio non si lascia vincere dalla nostra malvagità: ciò che è conseguenza della colpa diventa subito principio di redenzione. Colui sul quale è stata fatta ricadere l’iniquità di tutti diventa il protagonista della nostra salvezza.          
«Davanti alla croce stava in piedi la madre, e rimaneva intrepida mentre fuggivano gli uomini ... Con occhi pietosi osservava le ferite del Figlio, per il quale sapeva che a tutti sarebbe stata assicurata la redenzione» (sant’Ambrogio, De institutione virginis 49).  
  Ma non soffriva meno per questo: soffriva come e più di qualunque altra madre chiamata a vivere un’esperienza così lancinante.  
 Nel dolore di una madre vi è qualcosa d’ineffabile, di irrimediabile, d’inconsolabile, di eterno: è uno strazio che non si placa, è una piaga che non si rimargina. Ed è il soldato, il primo credente, che nel ricevere il germe della redenzione dona al cuore della madre un grande conforto e una prima consolazione.       
 «Quanto è bello vedere che, mentre i giudei - adoratori del vero Dio, illuminati nella scienza divina - si ostinavano a negare la divinità del Messia loro promesso, da loro tanto aspettato, per loro particolarmente venuto, insultavano e bestemmiavano Iddio, loro salvatore, i soldati romani, idolatri, pieni di errori, colmi di vizi, ignoranti del vero Dio, si convenivano, riconoscevano e glorifica¬ vano questo Dio vero e confessavano il mistero del suo unico Figlio» (San Leone Magno, Sermone sulla Passione).      
La specifica condizione della vita militare è anch’essa “luogo” e strumento di possibile santità.
San Francesco di Sales esplicitamente sottolinea che la santità non fa distinzione di razza o di censo. Non vi sono professioni o condizioni sociali che favoriscano la santità, in quanto è dono di Dio per l’edificazione del suo regno e dell’umana società. Infatti, afferma: «pretendere di eliminare la vita devota dalla caserma del soldato, dalla bottega dell’artigiano, dalla corte del principe, dall’intimità degli sposi è un errore, anzi è un’eresia».  Senza alcuna presunzione i nostri soldati rimandano a quelle persone che consideriamo secondarie e che, invece, rappresentano il criterio del discernimento finale; quelli che nel vangelo della Passione sono indicati come figure secondarie e che ritroveremo come «questi miei fratelli più piccoli».

 Donaci Signore, la grazia di vivere quel segreto, di coinvolgerci con gioia nelle vie che tue umiliazioni, che hai vissuto per noi.  Donaci il coraggio di giocarci nella nostra vita come ti sei giocato tu. Rimettici ogni giorno nella via della fede, nella tua via della croce. Fa’ che possiamo lasciarci invadere dall’amore per te e contemplare la tua bellezza di Crocifisso risorto.
 Dio che ti nascondi, Dio che non sembri Dio, Dio delle piaghe e delle infamie, noi ti amiamo. Non sappiamo come dirtelo, abbiamo paura di dirtelo eppure sentiamo di dirtelo: noi ti amiamo, Signore crocifisso e Risorto.

+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo

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