Dalle sue piaghe siamo stati guariti

Omelia per la S. Messa in occasione della Giornata Mondiale del Malato - Policlinico militare "Celio", 11 febbraio 2011

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Carissimi,
  ogni anno, nella ricorrenza della memoria della Beata Vergine di Lourdes, che si celebra l’11 febbraio, la Chiesa propone la Giornata Mondiale del Malato. Tale circostanza, diventa occasione per riflettere sul mistero della sofferenza e, soprattutto, per rendere più sensibili le nostre comunità e la società civile verso i fratelli e le sorelle malati. Se ogni uomo è nostro fratello, tanto più il debole, il sofferente e il bisognoso di cura devono essere al centro della nostra attenzione, perché nessuno di loro si senta dimenticato o emarginato. Infatti «la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana» (Spe salvi, 38).  
 «Dalle sue piaghe siete stati guariti» (1Pt 2,24): è il tema di questa Giornata del malato. Le piaghe sono quelle del Figlio di Dio che ha sofferto, è morto, ma è risorto; quelle piaghe sono, perciò, sia il segno della nostra redenzione, che un banco di prova per la nostra fede.  Come per i discepoli, così per noi, la sofferenza rimane sempre carica di mistero, difficile da accettare e da portare. Ricordiamo l’apostolo Tommaso che fatica a credere alla via della passione redentrice: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo» (Gv 20,25). Ma di fronte a Cristo che mostra le piaghe, la sua risposta si trasforma in una commovente professione di fede: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28). Ciò che prima era un ostacolo insormontabile, perché segno dell´apparente fallimento di Gesù, diventa, nell’incontro con il Risorto, la prova di un amore vittorioso: «Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede» (Benedetto XVI, Pasqua 2007).         
Nelle piaghe del Signore riconosciamo i segni indelebili della misericordia infinita del Dio di cui parla il profeta: Egli è colui che risana le ferite dei cuori spezzati, che difende i deboli e proclama la libertà degli schiavi, che consola gli afflitti e dispensa loro olio di letizia invece dell’abito da lutto, un canto di lode invece di un cuore mesto (cfr. Is 61,1-3).  Come i discepoli, anche noi seguiamo Gesù affascinati, lo amiamo. Ma ogni volta che quell’Uomo parlava della sua passione e della sua morte non comprendevano, si rifiutavano, si opponevano a quelle parole. Così è per noi, che pure immersi in questo tempo rumoroso e distratto crediamo in Dio, e ci sforziamo di essere cristiani. Per tutti c’è una prova in cui vacilliamo, è il momento del dolore: della malattia che piomba improvvisa in una casa, del figlio che muore in una notte, assurdamente; o dell’agonia di chi ti è accanto da tutta la vita, della vecchiaia che consuma e apparentemente annienta un padre o una madre. Ci diciamo cristiani, certo, però il dolore e la morte ci lasciano ammutoliti e, come senza ragioni, subiamo come un’eclissi della speranza.  
  La sofferenza rimane sempre carica di mistero, difficile da accettare e da portare.  Essa ci ammutolisce cerchiamo, per quanto è possibile, di sfuggirla; di non vedere, sino a bandire dai luoghi pubblici il crocifisso: perché dovremmo avere l’immagine di un uomo torturato davanti agli occhi?          
Eppure il futuro si regge sulle spalle dei malati dell’anima e del corpo. Fanno assai più di noi malati, handicappati o dementi, nell’economia misteriosa della salvezza che le nostre programmazioni pastorali senz’anima. La croce è l’unico balsamo dinanzi alle piaghe dell’umanità, aperte e doloranti in ogni angolo della terra, anche se spesso ignorate e talvolta volutamente nascoste; piaghe che straziano anime e corpi d’innumerevoli fratelli e sorelle. Esse attendono di essere lenite e guarite dalle piaghe del Signore e dalla solidarietà di quanti, sulle sue orme e in suo nome, pongono gesti d’amore e s’impegnano fattivamente per la giustizia, spargendo segni luminosi di speranza nei luoghi insanguinati dai conflitti e dovunque la dignità della persona umana continua a essere vilipesa e conculcata.    
Solo attraverso le piaghe del Cristo possiamo vedere, con occhi di speranza, tutti i mali che affliggono l’umanità. Alla prepotenza del Male opponiamo l’onnipotenza dell’Amore divino. «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).
 San Bernardo afferma: “Dio non può patire, ma può compatire”. Dio, la Verità e l’Amore in persona, ha voluto soffrire per noi e con noi; si è fatto uomo per poter com-patire con l’uomo, in modo reale, in carne e sangue. In ogni sofferenza umana, allora, è entrato Uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; in ogni sofferenza si diffonde la con-solatio, la consolazione dell’amore partecipe di Dio per far sorgere la stella della speranza (cfr. Spe salvi, 39).  
Contempliamo le piaghe di Gesù con lo sguardo si rivolge al suo Cuore sacratissimo, in cui si manifesta in sommo grado l’amore di Dio. Sentiamo tutti la vicinanza di questo Cuore carico di amore e attingiamo con fede e con gioia a tale fonte, pregando: «Acqua del costato di Cristo, lavami. Passione di Cristo, fortificami. Oh buon Gesù, esaudiscimi. Nelle tue piaghe, nascondimi» (Preghiera di S. Ignazio di Loyola).  
Ci protegga la Vergine Addolorata, Salute degli infermi e Consolatrice dei sofferenti. Nell’ora della Croce, Gesù le ha presentato ciascuno dei suoi discepoli dicendole: «Ecco tuo figlio» (cfr. Gv 19,26-27). La compassione materna verso l’apostolo diventi compassione materna verso ciascuno di noi nelle quotidiane sofferenze.

+Vincenzo Pelvi
Arcivescovo

Data Inizio: 11/02/2011     Data Fine:

11/02/2011

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