L'Amore che vince la morte

Omelia per la S. Messa della Domenica delle Palme - Villaggio Italia (Dakovica), 17 aprile 2011

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Carissimi.
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?... Gesù, emesso un alto grido, spirò.  C’è un grande mistero nel grido di Gesù morente, che non possiamo lasciar cadere nel vuoto. Se esso fu emesso, è perché fosse raccolto; se è scritto nel Vangelo, è anch’esso Vangelo. Tutto quello che, nella vita di Gesù, era rimasto di non detto e di non dicibile a parole, è racchiuso in quel grido. Con esso, Cristo svuotò il suo cuore di tutto ciò che l’aveva riempito in vita. E’ un grido che attraversa i secoli, più alto di tutte le grida umane di guerra e di dolore.           
Ma Gesù muore da Figlio, dicendo: «Il mio Dio sei Tu». Egli crea in sé un nuovo modo di morire, che sconfigge la morte, non perché la morte venga evitata, ma perché viene vinta nel suo stesso terreno, cioè morendo, e privata del suo significato di maledizione. Invece di essere segno di fallimento e di disperazione, essa diventa abbandono amoroso nelle mani del Padre, segno di vita senza fine e occasione di benedizione. Insieme alla morte, poi, ogni altro elemento di questa serie negativa di realtà - l’umiliazione, la condanna, la sofferenza fisica, la menzogna, il tradimento, l’abbandono - acquistano capacità e valore redentivo.          
Gesù muore assolutamente solo. Egli assapora, proprio per la sua innocenza, un senso della passione che è del tutto inedito e irripetibile. Chi di noi muore bene, muore con lui. Chi di noi morisse male, avrebbe potuto morire bene, perché esiste una possibilità reale di morire nell’amore del Padre e dei fratelli, una possibilità che soltanto Gesù crea in sé.  
Il grido di Gesù sulla Croce è un grido di parto. Nasceva, in quell’ora, un mondo nuovo. L’uomo si riconciliava con Dio e, dopo l’esperienza del peccato, diveniva pienamente umano. Fu dunque un grido di sofferenza e di amore insieme: «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Li amò sino all’ultimo respiro. Di quale forza divina fosse carico quel grido di Cristo, lo comprendiamo da ciò che esso provocò subito in chi lo ascoltò dal vivo. Il soldato che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39). Intanto il velo del tempio si squarciò da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono. Tutto per indicare il  terremoto che doveva avvenire nei nostri cuori. Le rocce che devono spezzarsi sono i cuori di pietra degli uomini che mai si sono commossi, mai hanno pianto, mai hanno fatto del bene.           
In risposta agli insulti, in reazione a tanti equivoci, il soldato comincia a capire; dopo tanti scandali, qualcuno crede, fondando la sua fede proprio su ciò che scandalizzava: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio». Se il tempio riservato ai circoncisi si spalanca, il primo nuovo credente può ben essere questo soldato romano, questo pagano che, con la sua confessione, annuncia il vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio.     
Solo occhi pagani possono scegliere il Calvario per lanciare la professione di fede nell’assoluta novità del Dio crocifisso. Solo ginocchia mai inginocchiate possono piegarsi davanti a quest’uomo spirato in quel modo e inaugurare l’assemblea di coloro che celebrano la gioia della Pasqua. 
Gesù sapeva bene che c’è una sola chiave che apre i cuori chiusi. Essa non è il rimprovero, il giudizio, la minaccia, la paura, la vergogna, ma è solo l’amore. È solo l’amore. Ed è questa l’arma che egli ha usato con noi: «l’amore di Cristo ci stringe al pensiero che uno è morto per tutti» (2 Cor 5,14). Lasciamoci afferrare dall’amore al Crocifisso. Il suo abbraccio ancora oggi passa per le case di tanti che soffrono: di coloro che pensano all’avvenire con crescente timore, di chi è lontano dalle famiglie, di coloro che subiscono violenza e odio. Ma passa anche per le case dei nostri bambini e degli anziani, per le case di coloro che attendono giustizia senza riuscire a ottenerla, di quanti hanno dovuto, per qualunque motivo, abbandonare una patria senza riuscire a trovarne una nuova o a sentirsi accolti, che forse non hanno neppure da mangiare e stanno magari vicino a noi.
L’abbraccio del Crocifisso si rinnova quotidianamente in tutti coloro che si sentono esclusi e che la società fa sentire tali, in coloro ai quali non vengono indicate vie di uscita: drogati, disadattati, carcerati che, anche nei luoghi che dovrebbero essere di espiazione ma anche di redenzione, rimangono vittime di un clima di violenza e di solitudine che in passato hanno contribuito a creare. Passa, inoltre la passione di Gesù per il cuore di tutti coloro che vedono il loro sacrificio e la fedeltà al dovere quotidiano considerato dalla società inutile, anche quando di questo dovere cadono vittime.         
Le braccia di Gesù, inchiodate e distese in un abbraccio che non può più rinnegarsi, sono cuore dilatato sul mondo, accoglienza di ogni creatura, vita nuova dell’uomo in Dio. La Croce è davvero la gloria di Dio e la gloria di Dio è l’uomo vivente.     
Il tuo volto, Signore Gesù, è il volto del Dio dell’umiltà che ci ama fino a lasciarsi crocifiggere per noi.            
Il tuo volto è il volto del nostro dolore, della nostra solitudine, della nostra angoscia che hai voluto prendere in te perché non fossimo più soli e disperati.    
Fa’ che impariamo a riconoscere questa sconcertante onnipotenza di chi ama fino a condividere la sofferenza, lasciandosi crocifiggere per amore.     
Insegnaci cosa significa amare come tu ci ami, per gustare con te e in te la gioia della vittoria piena sulla divisione, sul peccato e sulla morte.  

Vergine Santa,          
prima testimone delle Risurrezione,       
destaci dal sonno dell’indifferenza e dell’apatia,     
portaci l’annuncio che è Pasqua pure per noi.      
Donaci la certezza che il bene vince sul male,      
la gioia sulla tristezza,          
la guarigione sulla malattia,         
la luce sulle tenebre.          
Donaci un po’ di pace,         
preservaci dall’odio e dall’egoismo,       
regalaci la speranza che in Te        
vinceremo il duello con la nostra morte.

+Vincenzo Pelvi
Arcivescovo

Data Inizio: 17/04/2011     Data Fine:

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