Carissimi,
abbiamo appena pregato alcune strofe del salmo responsoriale dedicate all’elezione e alla consacrazione del re d’Israele. Davide, figura minuta, inesperta e delicata, diventa l’eletto di Dio (cfr. l Sam 9,2). L’unzione ricevuta gli conferisce la forza per un servizio nel nome del Signore: «Ho trovato Davide, figlio di Jesse, uomo secondo il mio cuore, egli adempirà tutti i miei voleri» (At 13,22).
Davide anticipa il rapporto di paternità e filiazione divina, che non è difficile cogliere dietro alla voce celeste: «Tu sei il mio Figlio» (Sal 2,7); «l’amato» (Gen 22,2); «in te mi sono compiaciuto» (Is 42,1). Nelle Scritture Gesù leggeva e ascoltava come rivolte a sé le parole del Padre: «Tu sei il mio Figlio, in te mi sono compiaciuto», a cui rispondeva: «Tu sei mio Padre» (Sal 88,27).
Questo amore, e Gesù lo sapeva bene, esisteva da sempre. Lo conosceva e ora doveva nuovamente riconoscerlo. Ma questo amore non era mai stato pronunciato con tale forza da parte di Dio a un uomo. Si traduce in immagini umane lo stupore dell’Eterno, che genera e contempla il Figlio con quella carica affettiva che avvolge il mistero della vita e la fecondità dell’universo.
E soltanto il Padre sapeva fino a che punto questa sua dichiarazione d’amore avrebbe condotto il Figlio: «Non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,42); «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito» (Lc 23,46).
«Pater meus es tu, Filius meus es tu»: ecco il canto del Padre che guarda compiaciuto il Figlio. «Come giudicheremo la discendenza dell’Unigenito dall’Ingenerato? - si chiede Ilario di Poitiers - Più volte, infatti, il Padre proclama dal cielo: “Questo è il Figlio mio diletto nel quale mi sono compiaciuto”. Non si tratta di taglio o di separazione; infatti il generante è impassibile, colui che nacque è immagine del Dio invisibile ed attesta: “Perché il Padre è in me ed io sono nel Padre”; non si tratta di adorazione; infatti egli è vero figlio di Dio, e proclama: “Chi ha visto me, ha visto anche il Padre”» (La Trinità II, 8).
E’ impossibile che il Padre possa distogliere dal Figlio il suo volto, il suo amore, dal momento che egli è il santo orgoglio della sua paternità, l’irradiazione della sua gloria, la benedizione per l’intera umanità.
Il Padre vede suo Figlio in Gesù di Nazareth e gli si rivolge con il “tu”. «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato». Il Padre si presenta al Figlio, gli rivela se stesso e lo riconosce nel Figlio di Maria, dichiarando noi tutti suoi figli. Il Figlio, che non ferma mai su di sé gli sguardi e i cuori, vive per il Padre, nella cui volontà trova il segreto e l’alimento della sua anima.
Dentro questa dinamica di paternità e filiazione, Cristo assume una perenne mediazione sacerdotale; da un lato, glorifica il Padre, promuovendone la conoscenza; dall’altro, illumina la vita degli uomini con il dono dell’amore paterno.
«Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato». Era la prima volta in assoluto che la parola del Padre risuonava così sulla terra, ma non l’ultima. Infatti non risuonava solo per Gesù, ma anche per tutti noi. E non era l’ultima volta che l’unzione dello Spirito Santo sarebbe giunta a dimorare su un uomo. In ogni ordinazione sacerdotale, infatti, un uomo è generato in quella mediazione di amore filiale, che è la salvezza del mondo.
«Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato». Nei secoli queste poche parole del Padre continuano a riecheggiare e plasmare il cuore dei presbiteri. Nell’economia filiale, l’ordinazione sacerdotale si vive come una delicata e insostituibile esperienza di concentrazione luminosa nella mente, mentre si avverte un calore nuovo nell’animo e una trasformazione delle stesse facoltà umane. Questa luminosità deriva dal fatto che la scelta di consacrazione permette di amare Dio in essa ed essa in Dio. Il sacerdozio è come un bacio silenzioso, con cui il Signore ha approvato un’inclinazione, che per grazia e non per merito avvertiamo quotidianamente.
E’ nell’esperienza di questa gioiosa memoria che il sacerdote riconosce il dono e il mistero della sacra unzione. Ed è nella comunione con il Padre che si trova lo slancio e la direzione della missione presbiterale e le indicazioni per una fruttuosa azione pastorale.
La preghiera è esperienza di comunione con il Padre, base solida del ministero. Perciò il sacerdote dev’essere soprattutto un uomo di preghiera, imparando nel misterioso e nascosto dialogo con Dio che il suo scopo non è quello di costruire un’esistenza interessante o una vita comoda, nè crearsi una comunità di ammiratori e sostenitori. Purtroppo ci sono presbiteri che si chiedono dubbiosi se credere nell’amore del Padre possa veramente fare del bene o se invece questo non renda più pesante la vita. Forse sarebbe meglio lasciare le persone alla loro tranquilla incredulità - pensa qualcuno -, perché in tal modo sembra che si possa vivere più facilmente. A riguardo, San Gregorio Magno descrive il ministero del pastore che non è consapevole della dignità di figlio: «Si presenta anche al pastore il pericolo di inorgoglirsi, perché l’autorità lo pone al di sopra degli altri. Il comando è una continua tentazione. Tutti pendono da un cenno del pastore. I suoi ordini vengono prontamente eseguiti. Per un pò di bene che faccia, lode a profusione. Nessuno che gli rimproveri il male fatto. Anzi spesso lodano anche ciò che dovrebbe essere biasimato.
Adulato e sedotto, non riesce più a capire; peggio, a capirsi. Esteriormente è circondato da immensa stima, dentro si svuota di ogni senso della realtà. Dimentico di sé, s’affida al criterio della pubblica opinione, nella quale trova la misura della stima che ha di se stesso.
Non si troverebbe certo, quale dovrebbe essere, se indagasse dentro di sé. Ne consegue il disprezzo per i fedeli che non giudica uguali a sé, nemmeno per natura. Il fatto di essere a loro superiore per potere, gli fa ritenere di esserlo anche per i meriti. Poiché comanda di più, crede di capire più di tutti gli altri. Si pone su un piedistallo e si rifiuta di ammettere di essere uguale agli altri, anche per natura. Non degna di uno sguardo gli altri, come a suoi simili» (Regola Pastorale, IV, 2, 6).
Carissimi, ci è data la parola: «Tu sei mio figlio». E’ un Padre vicino e amorevole che parla: vicino al punto di scendere su di me, amorevole al punto di soffrire con me tutti i miei problemi. Accompagna la mia vita, la interpella, la riaccende, la salva.
«Tu sei il mio figlio». Ogni presbitero è un figlio prediletto, in cui Dio si compiace. Un giorno arriverò davanti a Dio, egli mi guarderà, so che vedrà un pover’uomo, nient’altro che una canna molte volte incrinata, un po’ di fumo, eppure mi dirà: tu sei mio figlio, sei sacerdote in eterno, il mio preferito, entra nell’abbraccio di tuo Padre. Così mi sento: piccolo, ma abbracciato dal mistero; piccolo, ma avvolto da un abbraccio che mi porta nella gloria.
A ogni presbitero, il Padre ripete: tu porti tutto il mio amore, tu sei mio figlio. Ma io continuo a essere figlio solo se vivo ancora delle mie sorgenti. Dio è davvero la sorgente delle mie parole, delle mie scelte, dei miei giudizi, il Signore della mia vita?
Se è così, la mia esistenza diventa racconto di Dio; ogni vicenda si fa cristologica, ogni vita parla di Dio: ognuno è un Cristo incipiente, un figlio incompiuto. E ci prende una nostalgia, o un sogno, o una strana passione, comunque un desiderio di fare qualcosa che assomigli a quel Figlio che passò nel mondo facendo del bene (cfr. Atti 10,38). E’ la sintesi consolante della vicenda di Cristo e di ogni esistenza sacerdotale: esistere per Dio, per guarire la vita, per guarire il male di vivere.
Lo Spirito del Signore è sopra di me; mi ha consacrato con l’unzione, mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi. Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato (cfr. Lc 4,18-21).
«Signore mio Dio, mia unica speranza, ascoltami benignamente, non permettere che desista dal cercarti per stanchezza, ma sempre cerchi il tuo volto con ardore. Dammi tu la forza di cercare, tu che ti sei fatto trovare e mi hai infuso la speranza di trovarti con una conoscenza sempre maggiore. Davanti a te è la mia forza e la mia debolezza: conserva quella, guarisci questa. Davanti a te è la mia scienza e la mia ignoranza; là dove mi hai aperto, accoglimi quando entro; là dove mi hai chiuso, aprimi quando busso. Fa’ che io mi ricordo di te, che comprenda te, che ami te. Accresci in me questi doni, finché non mi abbiano trasformato completamente in creatura nuova. Amen» (Agostino d’Ippona).
La Vergine Maria, Regina degli Apostoli e Regina della Pace, con la sua assidua protezione sorregga i passi del nostro ministero e interceda per noi presso il Figlio, perché non venga mai meno la gioia di chiamare Dio col nome di Padre.
+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo