I valori: una cerniera tra etica e educazione

Conferenza allo IASD, 28 aprile 2011

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Premessa
L’uomo si manifesta a se stesso in grado eminente nell’atto libero di scelta. Nell’esercizio della propria libertà, diventa consapevole di se stesso come causa in senso vero delle proprie azioni. L’uomo libero è causa sui non nel senso che uno è causa del suo esserci, ma nel senso che mediante i propri atti configura se stesso. Ciò genera l’esperienza della responsabilità, dell’imputabilità morale e giuridica dell’atto a chi l’ha compiuto, di esperienze spirituali come il rimorso e il pentimento.      
Quando parlo di educazione ed etica, mi riferisco ai valori profondi, alla stessa concezione della natura umana, che richiama continuamente la legge naturale, inscritta nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. Dei valori o della legge naturale, molti elementi sono presenti nel cuore di ciascuno, ma condizionati, in senso negativo, da un mondo dominato dalla moda, dalla pubblicità, da quello che fanno tutti e che tutti sfoggiano.
Esiste una questione antropologica. Infatti, lo sviluppo delle scienze e delle tecnologie biomediche può mettere l’uomo interamente in mano all’uomo, rendendo manipolabile la sua stessa essenza. Una questione che sta a significare la capacità tecnica dell’uomo di decidere sulla vita e sulla morte, di produrre l’uomo in laboratorio, svincolandosi completamente dalla natura dentro cui il Creatore avrebbe inserito la propria sapienza.
L’uomo è un essere, se pur sottoposto al continuo divenire storico, rimane saldamente ancorato a qualcosa che permane, anzi a qualcosa di eterno, Dio. Si radica su un fondamento trascendente. E ciò è attestato dalla presenza durevole e incancellabile in noi della legge morale resa eloquente dall’educazione e custodita dalla coscienza.  

L’emergenza educativa
L’opera educativa sembra oggi messa alla prova da molteplici sfide, richiamate da iniziative in ambito ecclesiale, quali il Convegno di Verona (2006), la Settimana sociale dei Cattolici (2007), gli Orientamenti dell’Episcopato Italiano a partire dal 2010. La prima sfida riguarda l’ideale dell’autonomia e l’orizzonte ampio dentro il quale collocare il suo valore educativo. L’avventura educativa nasce da un incontro, che svela un senso, genera una compagnia, attiva un cammino, e non è autentico se tende a mantenere l’altro in uno stato di dipendenza permanente. Educare non è fare, ma stimolare. Una persona non si fabbrica con l’addestramento. E’ necessario, perciò, nella relazione educativa ricercare un equilibrio continuo fra i passi indietro che l’educatore deve compiere nella sfera della crescita e i passi avanti dell’educando nell’esaltante cammino della libertà. Questo cammino implica un diritto di ricevere e insieme un dovere di restituire, che oltrepassa il rapporto diretto con il maestro e investe l’intero arco delle relazioni sociali che egli sarà chiamato a vivere (es. la restituzione educativa del figlio si esercita all’indietro, obbedendo al comandamento di onorare il padre e la madre, e in avanti, disponendosi a mettere alla prova la propria vocazione genitoriale).
Un’interpretazione egoistica dell’autonomia rischia, se intesa in senso improprio come autoaffermazione, di generare soltanto perdita del senso dei legami, delle norme, delle identità, sino a declassare la differenza fra uomo e donna a un aspetto marginale e riconducibile nell’ottica delle preferenze individuali. In questa direzione si penserebbe al soggetto umano come originato da se stesso, abbandonandolo a una solitudine narcisistica, una società incivile.           
Connessa a un’idea narcisista di autonomia è l’altra sfida: la lusinga dell’immediato, tentativo continuo di liberarsi dagli oneri della memoria e dalle fatiche del futuro.
Non è difficile rintracciare alcuni aspetti del quotidiano, in cui vige la voracità di relazioni usa e getta, l’insofferenza verso la formazione professionale, il miraggio del guadagno facile, la rinuncia a progettare un futuro insieme, per la comunità familiare e per la società politica.
Ciò significa sperimentare una forma di solitudine, alla quale corrisponde il sogno di nuove evasioni virtuali. Il virtuale appare così come medicina. Di qui il vuoto esistenziale, forma di indifferenza ontologica, ancora più grave del relativismo etico. Se la vita delle persone si muove nel vuoto, nel nulla esistenziale, cosa potrà mai accomunarci, al di là di interessate e occasionali convergenze?

Un impegno comune
L’etimologia del commune ci rimanda a un munus – dono e compito – non riducibile ad artificio contrattuale o a un’addizione di interessi o peggio, di egoismi individuali, in quanto attesta un orizzonte originario che custodisce e manifesta la distinzione di pubblico e privato.
Eppure oggi aumenta la dissociazione tra sfera pubblica e sfera privata. Si assiste a una pubblicizzazione del privato, esibito fino alla noia, a cui corrisponde una privatizzazione del pubblico, occultato fino all’illegalità. Le storie private sono messe in piazza, mentre l’autorevolezza del bene sembra allontanarsi dalle aule delle istituzioni. Ci sono sfacciataggine e superficialità esibite con cui ci illudiamo di conquistare visibilità nello spazio pubblico, ma c’è un’oscenità non meno grave, fatta di silenzi, decisioni prese in segreto, dove dalle scelte di pochi dipendono lo sviluppo e persino la vita di intere popolazioni.              
A questo scollamento tra pubblico e privato corrisponde uno sdoppiamento dell’idea di bene comune: per un verso identificato con una somma aritmetica di beni materiali, meritevoli di tutela pubblica solo perché utilitaristicamente indispensabili alla vita di tutti (come i beni ambientali) o comunque ritenuti irrinunciabili dinanzi alla libera fruizione individuale (come i beni culturali e artistici); per altro verso, ridotto a una cornice vuota di condizioni e regolamentazioni che comportano tensione e competizione.
Il bene comune diventa, così, problematico: altro è raccontare una società originariamente pacifica e figlia della partecipazione, altro lo stile del sospetto, che mette in guardia contro una società figlia della guerra e del conflitto, in cui guadagnare convenienza e dove la giustizia viene ridotta a difesa degli egoismi privati.
In tale direzione, la politica, già indebolita nell’elaborare progetti alti e unificanti, asseconda di volta in volta, ora il populismo di campagne moralizzatrici, ora un’apparente mentalità al di sopra delle parti. Di qui l’emergenza etica per accreditare ed esplicitare le potenzialità educative, liberando l’autonomia da ogni tentazione di autoreferenzialità con l’attenzione agli altri. In realtà, il difficile bilanciamento fra l’autonomia della persona e il bene comune domanda una cultura della partecipazione, che motiva una forma di reciprocità aperta, dilatando la rete delle appartenenze, dall’ambito primario della famiglia a quello della società civile, fino a comprendere l’intera famiglia umana, aprendo le frontiere dell’inclusione, in una sana dialettica di amore e giustizia, che è credibile se non identifica sempre l’altro con l’estraneo o il nemico.        
Impariamo a essere umani educandoci all’accoglienza gratuita del prossimo, all’attenzione premurosa verso i deboli e gli ultimi. La motivazione del commune non è il successo ma il bene, un bene che è tanto più autentico quanto più è condiviso, e che non consiste prima di tutto nell’avere o nel potere ma nell’essere.
Così si edifica una città che si sviluppa nell’incontro e nella collaborazione tra gli uomini e Dio. È nella cura appassionata di questa doppia cittadinanza, che i valori cristiani della fraternità, della riconciliazione e della solidarietà possono tradursi in una cura della partecipazione, che è l’antidoto più sicuro contro le involuzioni dell’individualismo, e in una partecipazione alla cura del prossimo e del creato ferito e saccheggiato dall’egoismo. Un’intera gamma di virtù sociali, dalla sobrietà dei consumi alla sincerità del dialogo e alla generosità della cooperazione, può fiorire entro questo spazio tra cura e partecipazione
In tal modo sapremo riconoscere il volto buono e sensato del mistero dell’essere per non smarrire la differenza fra cosmo e caos, considerando la vita e la pace come pilastri irrinunciabili della morale senza i quali non si costituisce un discorso educativo degno della persona umana. Vita e pace sono, infatti, beni in sé e, insieme, condizioni che aiutano a edificare il profilo “comune” del bene. Si renderà concreta una coerenza di fondo: l’insieme dei beni umani fondamentali, in quanto universali, saranno considerati come beni per chiunque e per ciascuno e la natura relazionale dell’essere umano, sarà più rispettata e promossa.             
Questo però comporta la necessità di liberare i valori della vita e della pace da ogni interpretazione utilitaristica. L’impegno culturale e formativo per fare pace con la vita e per far vivere la pace offre un contributo a quella dignità della persona, fondata su valori irrinunciabili e non negoziabili.
E’ la salvaguardia e la difesa di ogni uomo e di tutto l’uomo che unisce nord e sud, cittadini e classe dirigente, società virtuale e società reale. Al nostro Paese, sedotto da messaggi e da modelli che ostentano l’idolatria del benessere individuale, che guarda con disaffezione alla stanchezza e omologazione della politica, dobbiamo rispondere con un impegno culturale e di passione civile, con una straordinaria scommessa educativa, che è il modo migliore per investire in futuro, per il bene di tutti.      
Vi è un orientamento di base che sorregge e guida l’appello etico dei nostri giorni: ritrovarsi pienamente nel dono sincero di sé. E’ il senso più vero della vita e della libertà della persona. La vita umana è vita di relazione, segnata dall’esigenza del dialogo interpersonale, dove si fonda l’uguale dignità degli uomini, che per questo sono indisponibili, cioè non possono essere asserviti ai propri simili e quasi ridotti al rango di cose. Gli uomini sono accomunati in un’unica grande famiglia, partecipi dell’uguale dignità personale. Il dono si compie nel donarsi, diventa un compito nella storicità dell’esistenza. Ne scaturisce la regola dell’amore reciproco, che non è il do ut des normato dal riduttivo criterio della geometria, ma è il linguaggio profondo bene comune, che comporta il coraggio di assumere un nuovo stile, passando dall’indifferenza all’interessamento, alla responsabilità per e dell’altro. Le persone non sono concorrenti da cui difenderci, ma fratelli con cui essere solidali; sono da amare per se stessi, convinti che ci arricchiscono con la loro presenza. A riguardo, anche i rapporti con culture ed esperienze religiose diverse, resi più intensi dall’aumento dei flussi migratori e dalla facilità delle comunicazioni, possono costituire una risorsa feconda, da valorizzare senza indulgere a semplificazioni o cedere a eccessivi timori e diffidenze.
Queste condizioni, se comportano maggiore fatica e rischi rispetto al passato, nella formazione etica, accrescono lo spazio di libertà della persona nelle proprie decisioni e fanno appello alla responsabilità educativa. Di fronte a tutti gli uomini di buona volontà si presenta la sfida di contrastare l’assimilazione passiva di modelli ampiamente divulgati e di superarne l’inconsistenza, promuovendo la questione dei valori, questione non astratta e oziosa, ma concreta, esistenziale e profondamente umana. Essa ci riguarda da vicino come uomini e interessa profondamente la nostra vita sia a livello personale sia a livello sociale. In effetti «le cose non ci lasciano mai indifferenti. Preferiamo alcune cose ad altre; alcune causano ripulsione mentre altre ci attirano; alcune le stimiamo mentre altre non suscitano in noi interesse alcuno; alcune le classifichiamo come buone altre come cattive; per alcune siamo capaci di fare enormi sacrifici, mentre daremmo qualsiasi cosa per sottrarci ad altre. In altre parole, a ogni istante stiamo valutando, riconoscendo un valore oppure un antivalore in quanto andiamo sperimentando» (R.M. Ibanez).

Etica, educazione e valori
Ciascuno di noi, alla nascita, è semplicemente un progetto-uomo. La nostra singolarità e la nostra nobiltà rispetto a tutto ciò che ci circonda (piante, animali, cose) sta proprio in questo: nell’essere dei progetti anziché opere compiute, nell’essere responsabili del proprio progetto di umanità, che dipende dalla nostra intelligenza e dalla nostra libertà. Possiamo, infatti, tracciare i progetti più svariati, proporci, ad esempio, di diventare contadini, operai, ingegneri, soldati, artisti, musicisti... Ma chi mi da l’orientamento? Sono i valori che mi procurano la direzione nel definire e realizzare il mio percorso di vita.
L’uomo non può tracciare il proprio progetto capricciosamente. Ciascuno deve fissare un cammino consono alle proprie possibilità, virtualità, che realizzi pienamente le proprie facoltà, in particolare quelle spirituali: la verità per l’intelligenza, la bontà e l’amore per la volontà, la dedizione per la libertà, la bellezza per l’immaginazione…     
Tutto ciò ha una dignità, una sua importanza, una sua utilità; oltre che vero, buono e bello è anche valido. Ma come si vedrà, il regno dei valori è vastissimo, e comprende molte ramificazioni, di cui quella più importante riguarda i valori assoluti e perenni.
Ascoltando, seguendo, coltivando, assimilando valori perenni, l’uomo realizza un progetto di umanità che neppure la morte distruggerà. La cultura dei valori perenni è eminentemente cultura dell’uomo. Ne consegue, però, che ci sono valori fondamentali di cui nessuna società può ritenersi arbitra o padrona, come la giustizia, la verità, la libertà, la vita, l’onestà, la santità... Questi sono valori primari, al di sopra di ogni convenzione e di ogni arbitrio, che ogni gruppo sociale include nella propria cultura; li riconosce, li difende, li promuove e li propone ai propri membri perché li assimilino e li includano nel loro progetto di umanità. Non si deve allora ritenere che si possa arbitrariamente rimpiazzare il paniere tradizionale dei valori trascendenti e perenni, radicati nella natura umana con un nuovo paniere fatto semplicemente di valori storici, economici, politici e culturali.
Sui valori possiamo raccordare etica e educazione. Infatti, l’etica dei principi e l’educazione alla responsabilità non costituiscono due mondi opposti, perché non si danno principi senza responsabilità e responsabilità senza principi. Etica e educazione sono aspetti che si completano a vicenda e che insieme delineano l’uomo autentico, protagonista di quell’etica pubblica, non disgiunta dalla privata moralità. Dobbiamo quotidianamente rivolgerci quest’ammonimento: Per la via sulla quale l’umanità si è incamminata, non sarà più felice se la maggioranza delle persone non ritroveranno i valori della pubblica e privata moralità. Dobbiamo affermare l’etica dell’ “age quod agis”, fare ciò che si deve quotidianamente, farlo sempre, farlo da solo o in compagnia, farlo per il presente o per l’avvenire, sapendo che non si realizza ciò che è possibile se nel mondo non si aspira all’impossibile. Soltanto chi è sicuro di non cedere, anche se il mondo è troppo stupido o volgare; soltanto chi è sicuro di poter dire di fronte a tutto: “non importa, andiamo avanti”; soltanto quest’uomo ha la vocazione per il bene comune. Soltanto questi uomini sanno e possono far sapere che cosa significa l’etica fondata nella coscienza morale da educare continuamente.  

+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo

Data Inizio: 28/04/2011     Data Fine:

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