Carissimi,
lo stupendo miracolo della moltiplicazione dei pani è fra i più documentati nel Vangelo. Tutti e quattro gli Evangelisti ne fanno il racconto. San Giovanni, suo è il testo ora ascoltato, vi aggiunge alcuni particolari che dimostrano la sua presenza al prodigio. Nomina, infatti, Filippo e Andrea; dice che il pane era di orzo, accenna ad alcune caratteristiche del luogo; comunica altre notizie, che nessuno avrebbe inventato se non fossero state reali e registrate nella memoria di un testimone oculare. Un grande miracolo compiuto a beneficio di cinquemila persone fatto davvero per essere un segno non soltanto per alcuni, ma per una folla accorsa ad ascoltare l’insegnamento di Gesù.
Il popolo aveva ascoltato il Signore per ore. Alla fine Gesù dice: Sono stanchi, hanno fame, dobbiamo dare da mangiare a questa gente. Gli Apostoli domandano: Ma come? E Andrea, il fratello di Pietro, attira l’attenzione di Gesù su di un ragazzo che portava con sé cinque pani e due pesci. Ma che sono per tante persone, si chiedono gli Apostoli. Il Signore fa sedere la gente e distribuire questi cinque pani e due pesci. E tutti si saziano. Anzi, il Signore incarica gli Apostoli di raccogliere gli abbondanti avanzi: dodici canestri di pane (cfr. Gv 6,12-13).
Poi la gente, vedendo questo miracolo, vuole fare di Gesù il proprio re. Ma Egli non accetta e si ritira sulla montagna a pregare tutto solo.
Il giorno dopo, Gesù sull’altra riva del lago, nella sinagoga di Cafarnao, interpretò il miracolo, non nel senso di una regalità su Israele con un potere di questo mondo nel modo sperato dalla folla, ma nel senso del dono di sé: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). Gesù annuncia la croce e con la croce la vera moltiplicazione dei pani, il pane eucaristico, dando la sua carne. Cosa vuol dire questo? Anche per i discepoli appare inaccettabile quanto Gesù dice. Era ed è per il nostro cuore, per la nostra mentalità, un discorso “duro” che mette alla prova la fede. Molti dei discepoli si tirarono indietro. E quando Gesù chiese ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?», Pietro reagì con lo slancio del suo cuore generoso, guidato dallo Spirito Santo; rispose con parole, che sono anche le nostre parole: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (cfr. Gv 6,66-69).
Come a Cesarea, anche a Cafarnao, con le sue parole, Pietro inizia la confessione della fede cristologica della Chiesa e diventa la bocca degli altri Apostoli e di noi credenti di tutti i tempi. Ciò non vuol dire che avesse già capito il mistero di Cristo in tutta la sua profondità. La sua era ancora una fede iniziale, una fede in cammino; sarebbe arrivato alla vera pienezza solo mediante l’esperienza degli avvenimenti pasquali. Tuttavia la sua era già fede, aperta perché non era fede in qualcosa, era fede in Qualcuno, Cristo.
Anche la nostra fede è sempre iniziale e dobbiamo compiere ancora un grande cammino. Ma è essenziale che sia una fede aperta e che ci lasciamo guidare da Gesù, perché Egli non soltanto conosce la Via, ma è la Via.
Di fronte al bisogno della folla, la prima preoccupazione, il primo pensiero che sembra avere Gesù è la fede dei suoi discepoli. Ma gli apostoli calcolano, fanno l’inventario delle loro forze e dei loro mezzi e la loro risposta a Gesù è una constatazione scettica d’impossibilità. Insomma, essi non hanno superato la prova della fede, non hanno capito che Gesù non voleva mettere alla prova la loro bisaccia, ma la fede che dicevano di avere in lui. Qual è allora il buon atteggiamento di fede? Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare? La domanda posta da Gesù a Filippo sembra trovare la risposta nella sue stesse parole. Il luogo della nostra sazietà non è che lo stesso Signore Gesù.
Il ragazzo dei cinque pani e dei due pesci offre tutto. Quello che dona non è niente rispetto al bisogno, ma questo niente, per il ragazzo, è tutto. Allora Dio può compiere l’offerta. La santità è il compimento che Dio dà all’offerta totale, anche se l’offerta totale di noi stessi è l’offerta di un bel niente. La grazia germina sulla fede dell’offerta totale dei poveri di spirito, dei piccoli e dei semplici. Gesù non ama i piani, le valutazioni, i programmi pastorali dettagliati in anticipo; preferisce che i suoi discepoli mettano a disposizione il poco o il niente che sono o che hanno: questo gli basta per moltiplicarlo.
«La potenza - esclama Sant’Agostino - era nelle mani di Cristo; e quei cinque pani erano come semi, non affidati alla terra, ma moltiplicati da colui che ha fatto la terra. E’ stato dunque offerto ai sensi tanto di che elevare lo spirito, è stato offerto agli occhi tanto di che impegnare l’intelligenza, affinché fossimo presi da ammirazione, attraverso le opere visibili, per l’invisibile Iddio; ed elevati alla fede, e mediante la fede purificati, sentissimo il desiderio di vedere spiritualmente, con gli occhi della fede, l’invisibile, che già conosciamo attraverso le cose visibili».
Il Signore viene incontro alla nostra attesa spirituale di essere alimentati misteriosamente dalla sua presenza, dalla sua Persona, dalla sua parola. Cercate di desiderare Cristo, di aver fame di Lui, di conseguire l’unione con Lui, e di capire che senza di Lui non possiamo vivere; di comprendere invece che con Lui siamo in grado di avere la vita che non fallisce.
«Se desidero - prega Sant’Ambrogio - medicare le mie ferite, tu sei medico. Se brucio di febbre, tu sei la sorgente ristoratrice. Se sono oppresso dalla colpa, tu sei il perdono. Se ho bisogno di aiuto, tu sei la forza. Se temo la morte, tu sei la vita eterna. Se desidero il cielo, tu sei la vita. Se fuggo le tenebre, tu sei la luce. Se cerco il cibo, tu sei il nutrimento».
Ma io ho desiderio di Cristo? So cogliere dalle sue parole, dalla sua grazia, dal suo insistere alla porta della mia anima, il senso della prossimità che Egli stabilisce col mio spirito? La mia vita appare piena sì di mistero, ma è altrettanto ricca di luce, forza, conforto; densa di risposte. Fidiamoci di Gesù Cristo, come quel ragazzo dei pani e dei pesci Gesù conta sulla nostra generosità nell’offrire il poco che possediamo.
Ecco il compito che c’è affidato: diventare protagonisti generosi di un cambiamento che segni il futuro della Chiesa. Per fare questo è necessario prendere coscienza di ciò che possediamo, dei nostri cinque pani e due pesci, cioè delle risorse di entusiasmo, di coraggio e di amore che Dio ha messo nel nostro cuore e nelle nostre mani, talenti preziosi da investire per gli altri.
L’Eucaristia insegna l'obbedienza della fede, a fidarsi di un Dio che si fida di me e mi rende capace di distribuire il pane a una grande folla, che nemmeno posso contare. In effetti, le provviste di bene, che noi pensiamo possano uscire dalla nostra bisaccia, cinque pani d’orzo e due pesci, quel poco che noi siamo, rispetto a una folla affamata, Gesù vuole trasformarle in un cibo, in vivande più che abbondanti, non solo per noi stessi, ma anche per la famiglia umana. Questo cibo è lui stesso, il vero pane disceso dal cielo, presente e suddiviso in ognuna delle nostre eucaristie, ma presente e attivo misticamente in ogni credente, come un fermento di Dio capace di trasformare il mondo ed elevarlo fino a Dio. Siamo fatti per la felicità, ma in questa corsa della vita, in questa furia di vivere che ci prende, non ci preoccupiamo di moltiplicare dentro di noi le sorgenti interiori che danno la felicità. Per questo chiedo con voi al Signore che accenda la fame di Lui, fame di cose grandi ed eterne.
Maestro buono,
metti la nostra vita
sulle tracce della tua libertà
della libertà di spezzare il pane
di condividere il poco,
di asciugare le lacrime,
di lasciarci aiutare e nutrire,
di camminare insieme
e consumare la vita, per amore tuo. Alleluia.
+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo