Cari amici della Sassari,
quando si scorre la storia della Chiesa, si rimane colpiti dal grandissimo numero dei santi, cioè delle persone che in ogni epoca, in qualunque situazione di vita e condizione sociale, hanno vissuto davvero il Vangelo e si sono sforzate di conformarsi a Gesù Cristo, contente soltanto di amare e di servire.
In questa luce non sorprende la specifica condizione della vita militare quale luogo e strumento di possibile santità per coloro che, dediti al servizio della Patria, esercitano la loro professione come ministri della sicurezza e della libertà dei popoli. Non mancano allora militari santi, autentici modelli dell’alfabeto della pace, che hanno incarnato l’insegnamento di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Amare non è emozione, mero sentimento, è un’azione: dare la vita, donare ciò che fa belle e intense le giornate, ciò che fa vibrare l’animo dinanzi al bene, comunicare la bellezza dell’incontro con Dio.
Così ha vissuto il nostro sant’Efisio, alto ufficiale dell’esercito romano. Nella testimonianza della sua vita possiamo individuare alcuni aspetti particolari. Il primo è di carattere cristologico, cioè l’esemplarità di Cristo. Efisio segue i passi di Cristo che, apparendogli, gli annuncia: «nella forza della croce che ti ho mostrato, la mia pace sarà sempre con te». Il secondo aspetto è quello del dono. Cristo, per amore, ha dato la sua vita per i fratelli. Così il martire offre la sua vita in forza di una convinzione di fede. Il martire è un credente che non ha paura di donare ciò che per ogni uomo è più prezioso: la propria vita.
Il terzo aspetto è la testimonianza alla verità del Vangelo. Il martire non muore per se stesso, per un proprio progetto o per qualche nobile causa sociale o politica. Egli, davanti a chi lo perseguita, professa la fede in Gesù morto e risorto. Pur subendo un ingiusto processo, Efisio non nascose ai giudici la sua fede cristiana, sottolineando come Cristo, al quale si era affidato con i suoi compagni, lo aveva liberato da ogni pericolo.
Carissimi, l’accoglienza delle reliquie del nostro martire ha il sapore di un rinnovato programma: diventare santi per comunicare agli altri la gioia di esistere. Il nostro millennio ha bisogno, più che di apologeti, di testimoni del cristianesimo. Vi è urgenza di uomini che, come i primi martiri cristiani, più che sforzarsi di provare la risurrezione di Cristo attraverso ragionamenti o indizi di ordine storico, ne testimoniano la perdurante verità nella storia tramite la loro fedeltà al Vangelo, fino ad accettare di morire perché la risurrezione di Cristo sia narrata come una ragione per la quale vale la pena vivere e dare la vita.
La memoria di Efisio invita noi militari a una maggiore audacia evangelica, risvegliando il coraggio dell’annuncio delle verità eterne. Ma se il martirio era la maniera più eccellente di essere discepolo di Cristo per il fatto di spargere il proprio sangue per causa sua, noi tutti possiamo diventare martiri con la volontà. «Puoi anche tu, se lo vuoi, - ricorda san Giovanni Crisostomo - offrirti in sacrificio. È necessario per questo gettarti nel fuoco? C’è un altro fuoco che tu puoi affrontare: quello della povertà volontaria, quello dell’austerità. Mortifica e crocifiggi il tuo corpo, e anche tu riceverai la corona del martire» (Commento alla Lettera agli Ebrei, Om. 11,3).
L’esempio della morte di Efisio, ci commuova, perché egli è figlio e padre della nostra amata Chiesa sarda. Noi abbiamo un legame indissolubile con lui; la sua risolutezza può formare la nostra, non soltanto con l’esempio, ma perché essa ha meritato la nostra.
La confessione di fede fatta dal nostro Patrono deve essere di esempio e di incoraggiamento a tutti noi, perché impariamo ad affrontare il «buon combattimento della fede» (1Tm 6,12).
Resti viva la memoria di questo fratello, amico e maestro. Anzi, cresca. Sia trasmessa di generazione in generazione, perché da essa germini un profondo rinnovamento cristiano.
Tutti benedico di cuore.
+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo