Con Giovanni Paolo II, sui passi del Risorto

Omelia per la S. Messa in occasione della consacrazione della chiesa e dell'altare alla Scuola di Cavalleria - Lecce, 18 maggio 2011

Luogo:

Predicatore:

Carissimi,
ringrazio il Signore che mi offre la gioia di condividere con voi questa profonda esperienza di fede e di festa e rivolgo a ciascuno di voi il mio più affettuoso e augurale saluto.                  
Riflettendo sulla parola di Dio ora proclamata, cerchiamo di comprendere ciò che stiamo vivendo. La prima lettura, tratta dal libro di Neemia, racconta la ricomposizione della comunità ebraica dopo la distruzione di Gerusalemme, la dispersione del popolo e il suo esilio. È il libro delle origini di una comunità. Il brano di oggi ha al centro due grandi figure: un sacerdote, Esdra, e un laico, Neemia, che rappresentano rispettivamente l’autorità religiosa e l’autorità civile di quel tempo. Il testo descrive il momento solenne in cui si ricostituisce ufficialmente, dopo la dispersione, la piccola comunità giudaica, in un clima di semplicità e povertà. Alla lettura del libro della Legge, alcuni cominciano a piangere per la gioia di potere di nuovo, dopo la tragedia della distruzione di Gerusalemme, riascoltare in libertà la parola di Dio. Neemia li ammonisce dicendo che quello è un giorno di festa e che, per avere forza dal Signore, bisogna gioire, esprimere riconoscenza per i doni di Dio.   
Quanti ricordi si affollano in questo momento. Quanta strada si è fatta in questi anni. Quanti sogni e progetti e quante difficoltà. Ma ascoltando la voce dello Spirito, ci siamo inoltrati nella realizzazione di un suo santo desiderio: avere una casa di preghiera, trasformando un rudere in luogo dove abita il Signore del mondo. Ora c’è data l’opportunità di proclamare e ascoltare insieme la parola di Dio in una bella chiesa, che irradia serenità, raccoglimento, gioia; una chiesa che vuole essere immagine di una fede forte, vissuta insieme dalla nostra comunità militare. Lodiamo il Signore e impegniamoci a fare di questo tempio lo spazio in cui si ascolta la parola di Dio, scuola continua di vita cristiana. Diventiamo una sola famiglia, celebrando i sacramenti e testimoniando la carità della verità di Cristo morto e risorto. Non dimentichiamo mai che la comunità vivente è ancora più sacra del tempio materiale che ora consacriamo: sono, infatti, i battezzati, le famiglie cristiane, il vero tempio, la vera casa di Dio. La cura per l’edificio materiale - che è asperso con l’acqua benedetta, unto con l’olio, cosparso d’incenso - va ancor più impiegata per far crescere il tempio formato di pietre vive che è la comunità dei battezzati.     
La pagina evangelica, poi, mette al centro la figura dell’apostolo Pietro. Vi si riferisce un colloquio tra Gesù e i suoi, in particolare tra Pietro e Gesù, un colloquio incentrato sulla persona di Cristo. Gli uomini hanno intuito qualcosa di Lui; alcuni pensano che sia Giovanni Battista redivivo, altri Elia ritornato sulla terra, altri ancora il profeta Geremia. Ma Pietro, in nome dei discepoli, dichiara che Egli è assai più di un profeta: è l’inviato di Dio, il Figlio stesso di Dio. E Gesù dice a Pietro: su te costruirò la mia Chiesa. Pietro diviene la pietra, la roccia su cui è fondata la Chiesa. In questo brano biblico Pietro è visto come strettamente unito a Gesù che è l'unico fondamento della Chiesa, associato a Gesù per la sua fede nel Figlio di Dio.         
Così, ancora una volta, siamo di fronte alla proclamazione di Gesù, fondamento della fede della nostra comunità ecclesiale. È Gesù che viene annunciato nella liturgia della Parola; è Lui che si fa cibo dei fedeli nell’Eucaristia. Tutto parla di Lui, tutto è riferito a Lui. È dunque in e per Lui che ora consacriamo questa Chiesa a Dio Padre, invocando la protezione di Giovanni Paolo II, proclamato Beato da pochi giorni e di cui oggi ricordiamo la nascita.              
Mi piace, perciò, ora richiamare un pensiero dell’omelia tenuta da Papa Benedetto XVI nel giorno della Beatificazione. «Giovanni Paolo II è beato per la sua fede, forte e generosa, apostolica. E subito ricordiamo quell’altra beatitudine: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (Mt 16,17). Che cosa ha rivelato il Padre celeste a Simone? Che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Per questa fede Simone diventa “Pietro”, la roccia su cui Gesù può edificare la sua Chiesa. La beatitudine eterna di Giovanni Paolo II sta tutta dentro queste parole di Cristo: “Beato sei tu, Simone” e “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”». La beatitudine della fede, che anche Giovanni Paolo II ha ricevuto in dono da Dio Padre, edifica la nostra Chiesa Ordinariato.        
Onoriamo Giovanni Paolo II, grande Pastore che noi tutti portiamo nel cuore. Quel corpo vigoroso, aduso al lavoro manuale, instancabile nelle solenni liturgie, avvezzo alle fatiche dei viaggi, negli ultimi giorni, che hanno preceduto il pio transito, è stato innalzato agli occhi del mondo come icona gemella del Crocifisso.  
Un viandante indomito, mendicante della pace, custode della dignità dell’uomo, e di tutto l’uomo, sempre in cammino sotto il peso della Croce, il simbolo più eloquente del Suo Pontificato, che, proprio per questo, si è caratterizzato come stupore per le nuove generazioni desiderose di traguardi arditi e pacificanti. 
Papa Wojtyla ha conosciuto Gesù risorto con gli occhi del cuore. Davvero beati quelli che crederanno. La Sua è stata un’esperienza di fede così forte, piena e intensa, nel corso del Suo instancabile ministero, per cui ora vede e già tocca il Signore, congiunto com’è al nostro unico Salvatore.         
Giovanni Paolo II è stato un uomo di preghiera; alla preghiera ha dedicato il meglio del suo tempo e delle sue energie. Si è immedesimato con Gesù Cristo e configurato al sacerdozio di Cristo, fino a poter dire: “la Santa Messa è in modo assoluto il centro della mia vita e di ogni mia giornata”.  
Questa straordinaria vicinanza a Dio non l’ha affatto allontanato dagli uomini, al contrario, Giovanni Paolo è stato un uomo vero che ha gustato e apprezzato fino in fondo il sapore della vita: dalla bellezza dell’arte, della poesia e della natura fino al vigore dello sport, dalla fedeltà dell’amicizia fino all’altezza della riflessione filosofica e teologica e fino al coraggio delle decisioni più impegnative.         
Del resto, già nella sua prima Enciclica Redemptor hominis (nn. 13-14) il nostro Papa aveva scritto che l’uomo «è la prima fondamentale via della Chiesa”, precisando che non si tratta dell’uomo astratto, ma reale, ... concreto, storico, dell’uomo nella piena verità della sua esistenza personale ... e sociale».  
Totalmente consacrato a Maria, ha mostrato l’autenticità di questa filiale appartenenza quando, risvegliatosi dall’anestesia dopo l’intervento alla trachea, ha scritto: «Ma io sono sempre Totus Tuus», che corrisponde alla celebre espressione di Luigi de Montfort: «Totus tutus ego sum et omnia mea tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor tuum, Maria.  Sono tutto tuo e tutto ciò che è mio è tuo. Ti prendo per ogni mio bene. Dammi il tuo cuore, o Maria» (Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, n. 266).              
Beato te amato Papa Giovanni Paolo II, perché hai creduto. Continua, ti preghiamo, a sostenere dal Cielo la fede dei nostri militari. Tante volte li hai benedetti, anche nella tua visita in questa città di Lecce. Ti preghiamo di custodire e accompagnare tutti coloro si fermeranno a pregare in questo tempio, oggi a te dedicato. 


                                                                                 + Vincenzo Pelvi
                                                                                      Arcivescovo

Data Inizio: 18/05/2011     Data Fine:

18/05/2011