L’umanità non deve spaventarsi dinanzi alle difficoltà, ma trasformarle in occasione per dirigere gli avvenimenti in modo che cresca l’amore e la giustizia.
Nessuna questione che interessa l’uomo può prescindere da una visione antropologica. Se cambia il concetto di uomo e il modo con cui s’interpreta la relazione tra uomo e natura, uomo e libertà, uomo e lavoro, uomo ed economia, cambiano conseguentemente il concetto di società, lo scopo del processo economico, le regole e gli obiettivi dello sviluppo. Ai problemi della fame e del sottosviluppo, della pace e della guerra, della genetica e dell’ecologia, dell’aborto e dell’eutanasia, dell’educazione, della democrazia e dei diritti umani si danno risposte diverse se dell’uomo si ha una visione spiritualistica e trascendente, oppure materialistica o tecnicista. L’interrogativo fondamentale resta: chi è l’uomo e qual è il suo destino.
La questione antropologica
Certo l’uomo non può essere considerato il risultato dell’evoluzione cosmica. Assume oggi interesse il contributo delle neuroscienze che tendono a ridurre l’intelligenza e la libertà a funzioni dell’organo cerebrale, quindi a funzioni della materia-energia di cui è composta tutta la natura. L’uomo non può essere considerato come un “oggetto” conoscibile e misurabile soltanto attraverso la conoscenza scientifica e l’applicazione dell’indagine sperimentale, negando così la sua dignità di “soggetto” .
Gioca inoltre un ruolo decisivo il concetto di libertà. Intesa come valore assoluto, sganciato cioè da altri valori (ad esempio la vita, la giustizia, la solidarietà, che la possono misurare), la libertà finisce per schiacciare lo stesso individuo. Ogni desiderio individuale è preteso come diritto che la società deve garantire. In questa direzione si scivola inevitabilmente verso il nulla, la disgregazione dell’uomo e una società sazia e disperata, dove spadroneggia l’ingiustizia e la violenza.
La questione antropologica, in realtà, si colloca all’interno di quella relazione fondamentale che è la relazione dell’uomo con Dio, relazione che trova nell’intimo nesso di verità e carità l’elemento costitutivo dell’umanità dell’uomo.
La carità sostanzia la relazione personale con Dio e con il prossimo e alimenta i rapporti sociali, economici, politici. La carità è tutto, perché è il dono più grande che Dio abbia dato agli uomini, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera. Ma la carità va congiunta alla verità.
Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. La verità libera la carità dalle strettoie di un’emotività che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano universale (cfr. Benedetto XVI).
Ancorandosi al duplice criterio della verità e della carità, fra loro inseparabilmente congiunte, si può costruire l'autentico bene dell’uomo, fatto per la verità e l’amore.
Educazione e persona
L’opera educativa della persona sembra oggi messa alla prova da molteplici sfide. Ne indico qualcuna. La prima sfida riguarda l’ideale dell’autonomia e l’orizzonte ampio dentro il quale collocare il suo valore educativo. L’avventura educativa nasce da un incontro, che svela un senso, genera una compagnia, attiva un cammino, e non è autentico se tende a mantenere l’altro in uno stato di dipendenza permanente. Educare non è fare, ma stimolare. Una persona non si fabbrica con l’addestramento. E’ necessario, perciò, nella relazione educativa ricercare un equilibrio continuo fra i passi indietro che l’educatore deve compiere nella sfera della crescita e i passi avanti dell’educando nell’esaltante cammino della libertà. Questo cammino implica un diritto di ricevere e insieme un dovere di restituire, che investe l’intero arco delle relazioni sociali che ogni uomo sarà chiamato a vivere (es. la restituzione educativa del figlio si esercita all’indietro, obbedendo al comandamento di onorare il padre e la madre, e in avanti, disponendosi a mettere alla prova la propria vocazione genitoriale).
Un’interpretazione egoistica dell’autonomia rischia, se intesa in senso improprio come autoaffermazione, di generare soltanto perdita del senso dei legami, delle norme, delle identità, sino a declassare la differenza fra uomo e donna a un aspetto marginale e riconducibile nell’ottica delle preferenze individuali. In questa direzione si penserebbe al soggetto umano come originato da se stesso, abbandonandolo a una solitudine narcisistica, una società incivile.
Connessa a un’idea narcisista di autonomia è l’altra sfida: la lusinga dell’immediato, tentativo continuo di liberarsi dagli oneri della memoria e dalle fatiche del futuro.
Non è difficile rintracciare alcuni aspetti del quotidiano, in cui vige la voracità di relazioni usa e getta, l’insofferenza verso la formazione professionale, il miraggio del guadagno facile, la rinuncia a progettare un futuro insieme, per la comunità familiare e per la società politica.
Ciò significa sperimentare una forma di solitudine, alla quale corrisponde il sogno di nuove evasioni virtuali. Il virtuale appare così come medicina. Di qui il vuoto esistenziale, forma d’indifferenza ontologica, ancora più grave del relativismo etico. Se la vita delle persone si muove nel nulla esistenziale, cosa potrà mai accomunarci, al di là d’interessate e occasionali convergenze?
Etica della persona ed etica sociale
Non si può non proporre con forza un collegamento tra etica della vita ed etica sociale. La vita è vita in relazione e come tale va salvaguardata e rispettata. Ciò è un’esigenza della giustizia, riflesso e testimonianza della carità. Si contraddicono, perciò, coloro che, mentre sostengono valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace, a livello sociale accettano e tollerano le più diverse forme di disistima della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata. Eppure sappiamo che vi è una reciproca implicazione tra la via del bene della persona, quale si manifesta in tutte le espressioni, e la “via sociale” in cui annunciare la carità. La testimonianza di amore verso l’uomo richiede l’impegno di amore per la società, così che le problematiche del lavoro, della crisi economica di una globalizzazione dagli esiti così complessi interpellano la coscienza e l’agire di ciascuno e viceversa.
Non possiamo pensare a un’etica individuale, distante o parallela, a comportamenti ispirati al vivere sociale, in quanto non c’è sviluppo umano quando si separa la persona dal contesto delle sue relazioni, all’interno delle quali la vita risulta qualcosa che ha un decisivo impatto sociale.
E l’ambito sociale, d’altra parte, deve manifestarsi come luogo di testimonianza, spazio dentro cui deve incidere la capacità personale sulla vita degli esseri umani. La persona, perciò, non può considerare alcune questioni come cose private contrapposte ad altre così dette di valenza sociale, anche se ciò vuol dire andare in controtendenza nei confronti di una mentalità comune.
Pretendiamo la giustizia, ma non coltiviamo la carità, senza la quale non c’è nemmeno giustizia; ci preoccupiamo perché d’estate sono abbandonati i cani e non ci curiamo delle vite impedite con l’aborto; pretendiamo di sviluppare solidarietà nel lavoro, ma distruggiamo la famiglia che è vera scuola di solidarietà e la contrapponiamo al lavoro anziché integrarla con esso; ci affidiamo alla tecnica per risolvere i problemi ambientali quando sappiamo che sono dovuti proprio all’assolutismo della tecnica; gonfiamo costosi apparati per gli aiuti internazionali e il 90 per cento del loro budget è impiegato per le spese correnti di mantenimento della struttura; vogliamo educare i giovani all’assunzione di responsabilità e mettiamo in mano delle ragazzine di 16 anni la pillola abortiva; cadiamo ancora di frequente nella trappola del Nord cattivo e del Sud buono; diffondiamo nelle scuole la cultura del determinismo evolutivo per il quale saremmo tutti figli della necessità e del caso e poi pretendiamo che i giovani vedano nella natura una vocazione da rispettare; parliamo d’integrazione tra le culture poi, però, non sappiamo fare un passo oltre il già fallito multiculturalismo; critichiamo la tecnica ma poi possediamo un telefonino e mezzo ad abitante; riteniamo che la lotta all’aids si faccia con i preservativi, consideriamo la prostituzione un fatto di ordine pubblico da disciplinare in modo adeguato magari in quartieri appositi. A ogni problema interiore ricorriamo all’esperto quando un tempo bastava il confessore .
Purtroppo oggi aumenta la dissociazione tra sfera pubblica e sfera privata. Si assiste a una pubblicizzazione del privato, esibito fino alla noia, a cui corrisponde una privatizzazione del pubblico, occultato fino all’illegalità. Le storie private sono messe in piazza, mentre l’autorevolezza del bene sembra allontanarsi dalle aule delle istituzioni. Ci sono sfacciataggine e superficialità esibite con cui ci illudiamo di conquistare visibilità nello spazio pubblico, ma c’è un’oscenità non meno grave, fatta di silenzi, decisioni prese in segreto, dove dalle scelte di pochi dipendono lo sviluppo e persino la vita d’intere popolazioni.
A questo scollamento tra pubblico e privato corrisponde uno sdoppiamento dell’idea di bene comune: per un verso identificato con una somma aritmetica di beni materiali, meritevoli di tutela pubblica solo perché utilitaristicamente indispensabili alla vita di tutti (come i beni ambientali) o comunque ritenuti irrinunciabili dinanzi alla libera fruizione individuale (come i beni culturali e artistici); per altro verso, ridotto a una cornice vuota di condizioni e ordinamenti che comportano tensione e competizione.
Il bene comune diventa, così, problematico: altro è raccontare una società originariamente pacifica e figlia della partecipazione, altro lo stile del sospetto, che mette in guardia contro una società figlia della guerra e del conflitto, in cui guadagnare convenienza e dove la giustizia è ridotta a difesa degli egoismi privati.
In tale direzione, la politica, già indebolita nell’elaborare progetti alti e unificanti, asseconda di volta in volta, ora il populismo di campagne moralizzatrici, ora un’apparente mentalità al di sopra delle parti. Di qui l’esigenza di liberare l’autonomia da ogni tentazione di autoreferenzialità con l’attenzione agli altri. In realtà, il difficile bilanciamento fra l’autonomia della persona e il bene comune domanda una cultura della partecipazione, che motiva una forma di reciprocità aperta, dilatando la rete delle appartenenze, dall’ambito primario della famiglia a quello della società civile, fino a comprendere l’intera famiglia umana, aprendo le frontiere dell’inclusione, in una sana dialettica di amore e giustizia, che è credibile se non identifica sempre l’altro con l’estraneo o il nemico.
Impariamo a essere umani educandoci all’accoglienza gratuita del prossimo, all’attenzione premurosa verso i deboli e gli ultimi. La motivazione del commune non è il successo ma il bene, un bene che è tanto più autentico quanto più è condiviso, e che non consiste prima di tutto nell’avere o nel potere ma nell’essere.
Un’intera gamma di virtù sociali, dalla sobrietà dei consumi alla sincerità del dialogo e alla generosità della cooperazione, può, così rifiorire.
Questo però comporta la necessità di liberare i valori della vita e della pace da ogni interpretazione utilitaristica. L’impegno culturale e formativo per fare pace con la vita e per far vivere la pace offre un contributo a quella dignità della persona, fondata su valori irrinunciabili e non negoziabili.
E’ la salvaguardia e la difesa di ogni uomo e di tutto l’uomo che unisce nord e sud, cittadini e classe dirigente, società virtuale e società reale. Al nostro Paese, sedotto da messaggi e da modelli che ostentano l’idolatria del benessere individuale, che guarda con disaffezione alla stanchezza e omologazione della politica, dobbiamo rispondere con un impegno di passione civile, con una straordinaria scommessa educativa, che è il modo migliore per investire in futuro, per il bene di tutti.
Di fronte a tutti gli uomini di buona volontà si presenta la sfida di contrastare l’assimilazione passiva di modelli ampiamente divulgati e di superarne l’inconsistenza, promuovendo la questione dei valori, questione non astratta e oziosa, ma concreta, esistenziale e profondamente umana. Essa ci riguarda da vicino come uomini e interessa profondamente la nostra vita sia a livello personale sia a livello sociale.
La famiglia e l’antropologia cristiana
Relativismo etico, soggettivismo, egocentrismo, narcisismo, utilitarismo, consumismo, individualismo: queste sono le tendenze culturali più sfavorevoli alla famiglia e alla dignità della persona umana che si diffondono sempre più oggi nel mondo. La famiglia non è percepita come una specifica comunità di persone, unite da legami profondi, né come importante soggetto sociale con diritti e doveri. È ridotta a una somma d’individui che abitano la stessa casa per un certo tempo.
È sotto gli occhi di tutti la fragilità di molte delle nostre famiglie: fragilità anzitutto nella relazione di coppia, che si riflette poi in un senso d’inadeguatezza rispetto al compito educativo che oggi si presenta come un compito immane. Rassegnazione e impotenza paralizzano delle risorse che invece sono presenti lì dove c’è una sana e amorevole vita familiare in grado di alimentare fiducia negli altri, giustizia, servizio, laboriosità, cura dei più deboli, perdono, reciprocità, dialogo, sincerità, fedeltà, esercizio dell’autorità come servizio.
La famiglia è il luogo dove si valorizzano e si armonizzano le differenze fondamentali dell’essere umano, quella dei sessi (uomo-donna) e quella delle generazioni (genitori-figli).
L’uomo e la donna esseri umani di pari dignità, diversi nel corpo (organi genitali, aspetto, volto, voce), generano ambedue, ma in modo diverso: l’uomo fuori di sé; la donna dentro di sé. Coerentemente con questa differenza basilare hanno attitudini, interessi, intelligenza, caratteri diversi; comprendono, amano, comunicano in modo diverso. Ciò che è più spontaneo per uno l’altro deve impegnarsi ad apprenderlo.
Essere persona umana è essere soggetto spirituale e corporeo, singolo e in relazione costitutiva con gli altri soggetti. Gli altri sono un bene in se stessi come me, meritevoli come me di essere aiutati a svilupparsi ed essere felici. Non posso volere solo il mio bene e usare gli altri come un mezzo. Devo armonizzare il mio bene con quello degli altri. Con la stessa serietà, con cui voglio il mio bene, devo volere quello degli altri e, secondo le mie possibilità, farmi carico della loro crescita umana integrale, rispettando la loro alterità e libertà, valorizzando le differenze positive, portando perfino il peso dei limiti e delle loro fragilità.
In realtà, rispetto agli altri, nella misura in cui mi dono, dedicandomi al loro bene, realizzo me stesso come persona, perché chi dona la propria vita l’acquista soprattutto se ciò comporta sacrificio e rinuncia. Non dono per ricevere, ma ricevo.
La famiglia è l’istituzione del dono reciproco totale, dove l’essere con e per l’altro riguarda la vita in tutte le sue dimensioni.
Unità e apertura caratterizzano non solo l’autenticità dell’atto coniugale, ma anche l’autenticità della vita di coppia e di famiglia in tutte le sue dimensioni. Il marito è un dono per la moglie e viceversa; i genitori sono un dono per i figli e viceversa; i fratelli sono un dono l’uno per l’altro. Tutta la famiglia è un dono per la società. In famiglia, le persone non badano solo al proprio tornaconto, ma anche al bene degli altri e al bene comune, che è di tutti e di ciascuno. Se c’è un’attenzione preferenziale è per i più deboli: bambini, malati, disabili, anziani. La dinamica dell’amore-dono fa maturare la consapevolezza e il rispetto per la dignità di ogni persona, la fiducia in se stessi, negli altri e nelle istituzioni, la responsabilità etica per il bene proprio e degli altri, la sincerità, la fedeltà, la generosità, la condivisione, la creatività, la progettualità, la laboriosità, la collaborazione, l’impegno fino al sacrificio e molte virtù, preziose per le persone e per la società.
Non mi sembra opportuno allora muovere contestazioni alla famiglia, considerata dannosa per la società e per il suo sviluppo.
Si afferma che la famiglia danneggerebbe lo sviluppo economico e sociale del Paese: scarsa propensione alla mobilità nel lavoro; preferenza del lavoro vicino a casa anche se meno retribuito; assegnazione di posti di lavoro per parentela, anziché per competenza; rinuncia delle donne alla carriera, anche se intelligenti, per dedicarsi ai figli; piccole aziende familiari, incapaci di investire in ricerca e sviluppo…
L’unità e la stabilità della coppia parentale è il dono e l’aiuto più grande che si possa dare ai figli. In particolare, i bambini non vogliono essere amati da due genitori che non si amano tra loro; non vogliono due amori paralleli. Hanno bisogno invece di un amore, per dir così, triangolare, in cui i genitori sono innanzitutto uniti tra loro e insieme si rivolgono ai figli; hanno bisogno di abitare e vivere insieme con ambedue i genitori. La figura materna e la figura paterna sono complementari: l’una incarna l’accoglienza, la comprensione, la sicurezza affettiva e il benessere; l’altra l’autorevolezza che fa crescere verso l’indipendenza, l’iniziativa, l’autonomia, la responsabilità etica, l’altruismo. A nessuno sfugge che l’assenza del padre o della madre durante l’infanzia e l’adolescenza espone i figli a vari rischi: narcisismo, per cui manca il senso del limite e si vuole tutto e subito; depressione, ansia e scarsa autostima; passività e mancanza di progettualità, dipendenza dal parere degli altri, dalla televisione e da Internet, dai consumi, dall’alcol e dalla droga; senso d’impotenza, rabbia, aggressività, violenza.
La società ha bisogno della famiglia e la famiglia ha bisogno della società e attende di essere messa in grado di compiere la sua insostituibile passione educativa. Occorre garantire, per quanto è possibile, il diritto dei bambini a vivere con ambedue i genitori e ad avere un padre e una madre; scoraggiare il divorzio e incentivare la stabilità dell’unione coniugale; tutelare l’identità naturale della famiglia nei confronti di altre forme di convivenza, a differenza di quanto ha fatto a suo tempo il Parlamento europeo che ha sollecitato gli stati membri a equiparare nella legislazione le unioni di fatto; diffondere una cultura dei diritti e dei doveri della famiglia; riconoscere il diritto dei genitori a educare i figli secondo le convinzioni etiche e religiose; salvaguardare l’unità familiare degli immigrati e favorire la loro integrazione sociale e culturale nel rispetto dei valori autentici della loro tradizione.
Il nostro Paese, poi, dovrebbe essere stimolato a dotarsi anche di strumenti specifici per un’efficace politica familiare più attenta all’emergenza demografica. L’apertura moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed economica. La diminuzione delle nascite, talvolta al di sotto del cosiddetto indice di sostituzione, mette in crisi i sistemi di assistenza sociale, ne aumenta i costi, contrae l’accantonamento di risparmio e di conseguenza le risorse finanziarie necessarie agli investimenti, riduce la disponibilità di lavoratori qualificati, restringe il bacino a cui attingere per le necessità della Nazione.
Le famiglie di piccola, e talvolta piccolissima, dimensione corrono il rischio di impoverire le relazioni sociali e non garantire forme efficaci di solidarietà. Diventa così una necessità sociale, e perfino economica, proporre ancora alle nuove generazioni la bellezza della famiglia e del matrimonio, la rispondenza di tali istituzioni alle esigenze più profonde del cuore e della dignità della persona.
Occorre difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come beni appartenenti a tutti, ma proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di se stesso. E’ necessaria un’ecologia dell’uomo, intesa in senso giusto. Quando l’ecologia umana è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio. Il libro della natura è uno e indivisibile, sul versante dell’ambiente come sul versante della vita, della sessualità, del matrimonio, della famiglia, delle relazioni sociali, in una parola dello sviluppo umano integrale.
La società diventerà amica della famiglia nella misura in cui riuscirà a percepirla non solo come una somma d’individui da assistere nei loro bisogni (bambini, giovani, disabili, anziani), ma come un’indispensabile risorsa, un soggetto comunitario con importanti funzioni sociali.
La crisi dell’educazione chiama in causa la responsabilità della società nel suo insieme, ma, in particolare, la responsabilità delle stesse famiglie dinanzi a scelte quali: priorità data al lavoro, alla carriera e al divertimento invece che alla cura dei figli; latitanza della figura paterna; crescente assenza anche della madre; mancanza di forti convinzioni etiche e religiose; atteggiamento permissivo; disaccordo tra i genitori; traumi causati da separazioni, divorzi, violenze domestiche. Che cosa fare?
Educazione, comunione e reciprocità
L’educazione è un processo che si attua nel corso dell’intera esistenza, richiede pazienza. Questo cammino di crescita è un processo di reciproca comunione, nel quale gli sposi (relazione orizzontale della famiglia) e genitori e figli (relazione verticale) crescono insieme. Non si dà l’opzione che il marito cresca e la moglie no (o viceversa) né che i figli crescano senza una crescita reciproca dei genitori; il processo educativo non è mai unilaterale. Le persone si educano assieme con la mediazione della storia, perché non c’è responsabilità educativa se non nella reciprocità, nella comunione. E il primo luogo di piena reciprocità è la famiglia.
Ma la reciprocità tra genitori e figli si fonda sulla reciprocità che gli sposi sono in grado di costruire nel tempo. Se gli sposi si educano a vicenda, dobbiamo accogliere anche il fatto che, nella logica della reciprocità, anche i figli educano la coppia genitoriale, che può nutrirsi di quanto i figli portano nella relazione familiare. Le loro esperienze, le loro valutazioni sulla realtà, le loro relazioni con gli altri, le reazioni emotive, la passione (o meno) che mettono in gioco nelle attività, il modo con cui affrontano i momenti di difficoltà, le loro visioni sul futuro … sono dimensioni che interrogano la relazione tra genitori e figli, permettendo di qualificare ulteriormente la relazione educativa.
Nella famiglia il legame non è frutto di una costrizione ma è originato dalla libertà e dalla gratuità; l’amore impegna i coniugi a essere l’uno dono per l’altro e genera una relazione obbligante. L’affettività non si riduce a sentimento, effimero e precario, ma diventa legge nuova che plasma l’esistenza. Nel rapporto genitoriale il legame assume una più marcata caratterizzazione curativa, la responsabilità acquista una maggiore rilevanza affettiva ed etica. I figli, infatti, dipendono in tutto dai genitori, sono affidati alla loro responsabilità, intesa sia come capacità di risposte sia attitudine al discernimento.
La relazione familiare non è determinata dalle leggi del profitto né dell’efficienza, che dominano il mondo dell’economia e delle comunicazioni sociali, né dalle leggi dell’opportunismo e del carrierismo che influenzano la vita sociale e politica, ma sono impregnate di dedizione. Grazie ad essa ciascuno scopre di essere amato per se stesso e non per quello che è capace di fare o di dare.
La vita familiare conferma che l’educazione ha un’intima struttura relazionale, passa attraverso un legame di natura affettiva e non semplicemente mediante la comunicazione asettica di nozioni e di principi. Il ruolo della famiglia è sempre più essenziale in una società come la nostra in cui l’individualismo e l’autoreferenzialità hanno acquisito un’oggettiva priorità rispetto alla relazione.
Educare significa creare un legame in cui si ha bisogno l’uno dell’altro. È un aspetto questo poco considerato perché siamo abituati a pensare la relazione educativa in termini unidirezionali. Accettare la sfida dell’appartenenza significa diventare più vulnerabili, sperimentare la fatica dell’insieme e anche l’abbandono o la non condivisione da parte di coloro che sono a noi affidati. Ciascuno ha bisogno di sentirsi amato per se stesso e non solo come parte di un tutto.
Conclusione
Vi è un orientamento di base che sorregge e guida l’appello etico dei nostri giorni: ritrovarsi pienamente nel dono sincero di sé. E’ il senso più vero della vita e della libertà della persona. La vita umana è vita di relazione, segnata dall’esigenza del dialogo interpersonale, dove si fonda l’uguale dignità degli uomini, che per questo sono indisponibili, cioè non possono essere asserviti ai propri simili e quasi ridotti al rango di cose. Gli uomini sono accomunati in un’unica grande famiglia, partecipi dell’uguale dignità personale. Il dono si compie nel donarsi, diventa un compito nella storicità dell’esistenza. Ne scaturisce la regola dell’amore reciproco, che non è il do ut des normato dal criterio della geometria, ma è il linguaggio profondo bene comune, che comporta il coraggio di assumere un nuovo stile, passando dall’indifferenza all’interessamento, alla responsabilità per e dell’altro. Le persone non sono concorrenti da cui difenderci, ma fratelli con cui essere solidali, da amare per se stessi, convinti che ci arricchiscono con la loro presenza. A riguardo, anche i rapporti con culture ed esperienze religiose diverse, resi più intensi dall’aumento dei flussi migratori e dalla facilità delle comunicazioni, possono costituire una risorsa feconda, da valorizzare senza indulgere a semplificazioni o cedere a eccessivi timori e diffidenze.
La reciprocità è il valore fondativo di una società. Abbiamo bisogno di espandere le forme della gratuità e di rafforzare quelle che già esistono. Le società che estirpano dal proprio terreno le radici dell’albero della reciprocità sono destinate al declino, come la storia da tempo ci ha insegnato. Qual è la funzione propria del dono? Quella di far comprendere che accanto ai beni di giustizia ci sono i beni di gratuità e quindi che non è autenticamente umana quella società nella quale ci si accontenta dei soli beni di giustizia. La stupefacente esperienza del dono restituisce significato e bellezza alla sfera pubblica. Il dono autentico, affermando il primato della relazione, del legame intersoggettivo sul bene donato, dell'identità personale sull’utile, deve poter trovare spazio di espressione ovunque, in qualunque ambito dell’agire umano, ivi compresa l’economia. Pensiamo la gratuità, e dunque la fraternità, come cifra vincente della condizione umana, regola d’oro per un futuro sereno tra la famiglia umana.
+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo