Dio prende dimora in te

Omelia per la S. Messa alla Grotta di Lourdes, 23 maggio 2011

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Carissimi,

Gesù si ritira, persino fugge chi lo applaude e lo acclama, fugge i propri discepoli, mostrando che, a volte, l’arte della fuga è l’unica possibilità di salvaguardare la qualità e la dignità della vita e l’evangelicità della propria fede. Gesù fugge, ma non per isolarsi, bensì per trovarsi insieme con il Padre. Fugge nella solitudine abitata della comunione con il Padre. Gesù è «tutto solo» (Gv 6,15). Ma dichiara: «Io non sono solo, perché il Padre è con me» (Gv 16,32).            
L’inizio del vangelo odierno è costituito dalla risposta di Gesù a Giuda, non l’Iscariota (cfr. Gv 14,22) che gli chiede perché mai si sarebbe manifestato solo ai suoi, ai discepoli, e non al mondo. Il discepolo spinge Gesù a uscire dal nascondimento, a manifestare pubblicamente i suoi segni e prodigi, a svelarsi a tutti con i convincenti mezzi del prodigioso e dello straordinario. Gesù gli risponde:«Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». Una passione di unirsi abita la storia di Dio e dell’uomo, così che Dio per millenni ha cercato un popolo e profeti di fuoco, re e mendicanti, e infine una donna di Nazaret per entrare in comunione con l’umanità.  
«Verremo». Bellissimo questo venire di Dio, il suo nome è Colui che viene, che ama la vicinanza e abbrevia instancabilmente le distanze. «E prenderemo dimora presso di lui». In me il Padre misericordioso cerca una dimora ed io posso offrire solo un povero riparo; non ho virtù o meriti particolari, non ricchezze spirituali, ma una cosa sola lui mi domanda: essere un piccolo frammento di accoglienza e ospitalità.       
Dio prende dimora: ma se non pensi a lui, se non gli parli dentro, se non lo ascolti nel segreto, se non sosti dentro dice, nel silenzio, accanto a lui, forse la casa è vuota, non sei ancora dimora di Dio.            
«Vi ho detto queste cose mentre rimango tra di voi». Non a lungo, tuttavia. La presenza di Gesù sarà sottratta ai discepoli per fare spazio a un altro modo di stare con loro, non sotto forma di carne e ossa, ma in maniera più sorprendente e profonda.  
Gesù è stato felice insieme con i suoi discepoli ed essi con lui: affetto, fiducia, intimità, comunione attorno alle parole di Gesù. Non è mancato nulla. Ed è proprio questa intimità che sarà loro sottratta. Un tempo i discepoli avevano bisogno di ricevere molto. Ed essi hanno ricevuto. Ormai, affinché tutto quanto essi hanno ricevuto possa dare frutti, si prepara una rottura e una separazione. Non possono continuare a chiedere per sempre. A loro volta dovranno anche dare. E’ bene che adesso Gesù se ne vada.  
Non per abbandonarli a se stessi - non saranno degli orfani - Gesù elimina questa paura, ma per rendere possibile una presenza di un altro ordine. Una presenza che li pervade molto più dell’amicizia di Gesù fisicamente presente accanto a loro. Presenza non soltanto di Gesù ma anche del Padre, contagiata a noi nel dono dello Spirito, che «riporterà al cuore tutto ciò che io vi ho detto». Lo Spirito dialoga con noi senza pausa. Consolatore è il suo nome, e non perché esorcizza solitudini, lacrime o fallimenti; guaritore delle mie paure di vivere, perché è il maestro dell’amore, che salva da una vita senza cuore, da azioni e parole senza cuore. Lo Spirito è il sovvertitore di tutte le false paci, di quella quiete che è vita spenta. E’ soprattutto Paraclito perché riporta la Parola di Dio tra gli uomini.   
Senza una relazione personale autentica con il Signore, senza una vita spirituale reale, tutto rischia di essere scena, politica ecclesiale, apparenza ipocrita di una testimonianza evangelica. Senza l’azione interiore e nascosta dello Spirito, la Chiesa rischia di essere raduno di militanti, più che comunione di discepoli. Ecco, perché Gesù ribadisce quelle verità elementari e irrinunciabili che fanno di un uomo un credente: l’amore per il Signore, l’ascolto della sua Parola, la vita interiore animata dallo Spirito l’osservanza dei comandamenti.  
E, in corrispondenza al ritratto del credente (cfr. v. 23), Gesù abbozza il ritratto di colui che non crede, definendolo come colui che non vive né cerca né desidera una relazione con Gesù, che non lo confessa Signore, che non obbedisce alla sua Parola, che non accoglie in sé il suo Spirito. Amando il Signore, il credente ascolta la sua Parola e fa abitare nel proprio intimo il Signore stesso: «Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (v. 23). La venuta del Signore non è solamente evento futuro e lontano, imponente e grandioso, ma evento dell’oggi nel nascondimento del cuore di un uomo. Solo uomini e donne resi dimora della vita trinitaria, coscienti della vita divina, sanno narrare e annunciare la bellezza del Regno di Dio sulla terra.          
Tutti siamo chiamati ad aprirci all’azione dello Spirito Santo per essere pienamente liberi dal peccato. Ce lo dice la Vergine con la sua stessa santità, con uno sguardo pieno di speranza e compassione: «Non temere figlio, Dio ti vuole bene; ti ama personalmente; ti ha pensato prima che tu venissi al mondo e ti ha chiamato all’esistenza per ricolmarti di amore e di vita».             
Volgetevi a Maria… nel suo sorriso troverete la forza per combattere la malattia, la solitudine, la tristezza, l’amarezza, la paura, la calamità, l’emarginazione.    
Il sorriso della Vergine, vero riflesso dello Spirito, sorgente di una speranza invincibile e ci sostenga nel tempo della prova e del dolore.      
Le nostre giornate siano costellate da frequenti incontri di sguardo con lei. Impareremo a fare quello che Gesù ci dirà.         
Maria vi affida il suo sorriso, perché anche voi siate il sorriso di Dio, il riflesso della luce di Cristo, la dimora dello Spirito Santo. 

                                                                                  +Vincenzo Pelvi
                                                                                      Arcivescovo

Data Inizio: 23/05/2011     Data Fine:

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