Via Crucis

Meditazioni alla Via Crucis - Lourdes, 21 maggio 2011

Luogo:

Predicatore:

Cari fratelli e sorelle,

accompagniamo nella fede Gesù che percorre l’ultimo tratto del suo cammino terreno, il tratto più doloroso, quello del Calvario. Immergiamoci nel silenzio della croce, nel silenzio della morte. E’ un silenzio che porta in sé il peso del dolore dell’uomo rifiutato, oppresso, schiacciato, il peso del peccato che ne sfigura il volto, il peso del male. Riviviamo nel profondo del nostro cuore, il dramma di Gesù, carico del dolore, del male, del peccato dell’uomo.
Che cosa rimane davanti ai nostri occhi? Rimane un Crocifisso; una croce innalzata sul Golgota, una croce che sembra segnare la sconfitta definitiva di Colui che aveva portato la luce a chi era immerso nel buio, di Colui che aveva parlato della forza del perdono e della misericordia, che aveva invitato a credere nell’amore infinito di Dio per ogni persona umana. Disprezzato e reietto dagli uomini, davanti a noi sta l’«uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia» (Is 53,3).
Ma guardiamo bene quell’uomo crocifisso tra la terra e il Cielo, contempliamolo con uno sguardo più profondo, e scopriremo che la croce non è il segno della vittoria della morte, del peccato, del male ma è il segno luminoso dell’amore, anzi della vastità dell’amore di Dio, di ciò che non avremmo mai potuto chiedere, immaginare o sperare: Dio si è piegato su di noi, si è abbassato fino a giungere nell’angolo più buio della nostra vita per tenderci la mano e tirarci a sé, portarci fino a Lui. La croce ci parla dell’amore supremo di Dio e ci invita a rinnovare, oggi, la nostra fede nella potenza di questo amore, a credere che in ogni situazione della nostra vita, della storia, del mondo, Dio è capace di vincere la morte, il peccato, il male, e di donarci una vita nuova, risorta. Nella morte in croce del Figlio di Dio, c’è il germe di una nuova speranza di vita, come il chicco che muore dentro la terra. (…).
Fissiamo il nostro sguardo su Gesù Crocifisso e chiediamo nella preghiera: Illumina, Signore, il nostro cuore, perché possiamo seguirti sul cammino della croce, fa’ morire in noi l’“uomo vecchio”, legato all’egoismo, al male, al peccato, rendici “uomini nuovi”, uomini e donne santi, trasformati e animati dal tuo amore.

I Stazione
Gesù viene consegnato. Con la brusca domanda di Pilato: Tu sei re? (cfr. Gv 18,7) irrompe il titolo curioso e provocatorio, probabilmente una traduzione di messia. Gesù risponde un sì con riserva che Giovanni espliciterà: «Tu lo dici, io sono re... Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36s.). La meraviglia di Pilato ci dà la chiave di lettura della situazione: «Come molti si stupirono di lui tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto... così si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito» (Is 52,14s.). 
Il processo è particolare. Pilato si limita a far domande, Gesù è in silenzio; la folla, sobillata, detta legge e trasforma una seduta processuale in un’udienza popolare. Si insinua l’accusa di tradimento dell’autorità del Cesare: «Se liberi costui non sei amico del Cesare. Chiunque si fa re si mette contro Cesare». Il governatore è colpito nella sua dignità e, nella sua responsabilità, subisce il più inatteso ricatto che mette in pericolo anche il suo ufficio e forse la sua vita. Assume allora il suo ruolo di giudice e si vendica con una battuta tagliente: «Ecco il vostro re».          
L’evangelista si serve del malfamato Barabba per additarci ancora una volta in Gesù il Servo «trafitto per i nostri delitti, giusto per i peccatori» (Is 53,5). Pilato si rivela sempre più un puro funzionario e la stessa sentenza di condanna non sarà espressa dal giudice legittimo, ma gridata dalla folla: «Crocifiggilo!».
Chi può cogliere il nostro lamento, se non Tu, o Dio amante della vita. Sì, siamo certi, Tu non ci abbandoni nel pianto che soffoca anche la nostra voce. Aiutaci con gli occhi della fede a spiare lontano, in alto, cercando negli orizzonti il tuo volto, non più nascosto da un velo.
Abbiamo bisogno di piangere, non con la disperazione dell’animo e la nebbia della mente, ma come bambini nelle tue braccia. Tocchiamo la croce, ma rifiutiamo di portarla, perché abbiamo paura. Maestro di verità, sii Tu nostro aiuto per continuare a sperare e stringere al nostro petto la memoria della dedizione di chi è stato al servizio della Patria sino all’incontro finale con Te.       
Asciuga le lacrime sui volti delle mamme e dei papà, accarezza i figli che non rivedranno più il padre, volgi la tua tenerezza alle spose disorientate, dona a tutti la forza di rialzarsi, Dio crocifisso, amante della vita. 

II Stazione
Gesù è definitivamente condannato a morte. Il movimento di personaggi che ruotano attorno al condannato fa risaltare più nettamente la figura del Nazareno.  
Gesù, prima di essere crocifisso, riceve un gesto di pietà: «gli diedero da bere vino mescolato con fiele», la bevanda che le donne preparavano per alleviare ai condannati le sofferenze.             
Il Signore si avvia verso il Golgota portando la croce. I soldati si dividono le vesti, ma non stracciano la tunica tessuta tutta di un pezzo, da cima a fondo. È la veste del Cristo sacerdote, che si offre in sacrificio di espiazione. I soldati s’impadroniscono di tutto quello che Cristo possiede senza rendersi conto che di lì a poco diventeranno ricchi di un dono ben più grande, la fede, che li farà esclamare: «Davvero costui era Figlio di Dio».    
Un susseguirsi di gesti e parole ostili, crea il vuoto attorno al Crocifisso. Gesù è condotto «fuori» (cfr. Mc 12,8 ed Eb 13,12). Comincia, così, l’aperta provocazione degli scherni, la corale ostilità. Gesù si sente abbandonato; non avverte in quel momento la presenza del Padre che aveva illuminato la sua vita terrena. Invece della presenza paterna prova la pena di un’assenza, un vuoto che succede alla gioia abituale causata dalla vicinanza intima del Padre. Soffre di un vuoto affettivo.
Qual è il valore di questo vuoto affettivo? E’ dovuto alla missione redentrice che fa portare a Cristo il peso dei peccati dell’umanità. Nel peccato l’uomo si allontana da Dio e ne prova anche le conseguenze affettive. Il peccatore perde il sentimento della vicinanza amorosa di Dio e dell’intesa amichevole con colui che procura la pace dell’anima. Nell’opera redentrice Gesù assume le conseguenze del peccato senza però entrare in uno stato peccaminoso. Perfettamente innocente, Egli assume nella sua offerta il sentimento di abbandono che proviene dal peccato. Trasformando sofferenza e morte in consegna redentrice, converte l’abbandono affettivo in oblazione per la salvezza del mondo. Che non sia mai interrotta la presenza, la vicinanza e il colloquio con coloro che, pur nel buio della morte, sempre intercedono per noi viventi. Il loro sguardo sia fisso sulla terra come il nostro verso il cielo. Il messaggio della loro vita risuoni nel nostro spirito: la carne risorgerà, la nostra vita è eterna.
Amici militari del cielo, restate a noi più vicini, quando gli occhi sono in lacrime, il cuore resta muto e girano a vuoto le energie dell’esistenza... quando le angosce sembrano annullare la fede e il tempo acuisce le piaghe della vostra assenza. Il vostro amore è ciò che rimane e il nostro cuore è accanto a voi, anche se il nostro corpo è lontano da voi.

III Stazione
«Ecco l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo». L’agnello è il simbolo dell’essere innocente, che non può fare del male ad alcuno, ma solo riceverlo. Giovanni vide Gesù venire verso di lui... Il Signore, passo dopo passo, si fa più vicino, viene proprio da me. Dio è in cammino per tutte le strade e la meta è l’uomo. Viene come mite agnello, che illumina il cammino di chi soffre. Viene lungo il fiume dei giorni, negli occhi dei fratelli, negli uccisi come agnelli; viene lungo quella linea di confine tra bene e male, tra morte e vita, dove si gioca il senso del mondo. Dio Padre non risparmia il proprio Figlio, ma lo consegna nelle mani degli uomini, mentre l’uomo ancora non si fida di Dio. 
«Ecco l’agnello di Dio…»: Dio si immola per noi; invece di chiedere sacrifici, Dio sacrifica se stesso; si fa vittima della violenza, perché la violenza non faccia più vittime. Il dolore degli innocenti è qualcosa di troppo puro e misterioso per poterlo racchiudere dentro le nostre povere “spiegazioni”. Gesù, che di spiegazioni da dare ne aveva certo più di noi, davanti al dolore della vedova di Naim e delle sorelle di Lazzaro, non seppe far di meglio che commuoversi e piangere. Non sono, infatti, gli avvenimenti che contano, ma solo ciò che grazie agli avvenimenti si diventa.         
La passione è un poema d’umiliazione e di potenza. Nessun compromesso, nessuna timidezza, nessun indietreggiare. Le minacce non commuovono Gesù, le adulazioni non lo lusingano: la croce è già accolta nella volontà del Padre.  
L’Agnello c’insegna la fortezza: l’Umiliato ci dà lezione di dignità; il Condannato esalta la giustizia; il Morente conferma la vita; il Crocifisso prepara la gloria.  

IV Stazione
La presentazione al tempio di Gesù illumina la scena del Calvario. La croce ne segna il compimento. Dall’Annunciazione all’Assunzione, il Figlio riversa la sua sofferenza nel cuore della Madre. In tutti gli anni della vita terrena Maria è l’associata alla passione, l’ausiliaria della redenzione, la Madre della rigenerazione. L’affetto della Madre commuoveva Gesù; una la volontà di Cristo e di Maria, e ambedue offrivano similmente a Dio un solo olocausto: Lei nel sangue del cuore, Lui nel sangue della carne.
Simeone parla a Maria, sua Madre: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,34-35). La “spada” trafigge l’anima, cioè infligge il dolore più profondo.
Non è Gesù che al tempio offre se stesso; è sua Madre che lo presenta al Signore. Ciò che la Madre offre è suo Figlio, ed è lui che la conduce nel sacrificio redentore.
Davanti al condannato innocente stava in piedi la Madre, e rimaneva intrepida mentre fuggivano gli uomini ... Con occhi pietosi osservava le ferite del Figlio, per il quale sapeva che a tutti sarebbe stata assicurata la redenzione. Ella soffriva come e più di qualunque altra madre chiamata a vivere un’esperienza così lancinante.  
Nel dolore di una madre vi è qualcosa d’ineffabile, irrimediabile, inconsolabile, di eterno: è uno strazio che non si placa, è una piaga che non si rimargina. Ed è il soldato, ai piedi del Crocifisso, il primo credente, che nel ricevere il germe della fede dona al cuore della Madre un grande conforto.
Care mamme, vi è stato tolto un figlio. Siano i vostri figli a consolarvi. Come la mamma addolorata, mentre vivete l’ora della croce, accogliete una nuova maternità: siate madri di tutti i giovani che dedicano la vita alla pace dei popoli. La spada del dolore vi ha trafitto. C’è buio nelle vostre giornate, nelle vostre case e nella storia quotidiana e il mondo sembra scorrervi accanto senza significato e meta.        
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore (cfr. Gv 14,27). Le anime dei nostri giovani, perseguitati e ingiustamente uccisi, sono nelle mani di Dio, sono nella pace e la loro speranza è piena di immortalità.

V Stazione
Prendere la croce. Gesù parla di prendere e non di cercare la croce. La croce sta lì, a portata di mano, e non richiede tanto sforzo per essere vista. La fatica, semmai, sta nella volontà di prenderla, accoglierla, amarla, darle il significato di felicità per tutti.   Rinnegare se stesso è l’altro invito di Gesù. Rinnegare il proprio egoismo ottiene una libertà più grande. È un perdere per guadagnare tutto.  Ciò che Gesù insegna a lasciare, non è mai l’essenziale della vita, ma l’effimero, quello che sembra aver valore oggi, ma che domani ci lascia a mani vuote e con il cuore indurito. Sono gli scherzi del nostro io che tentano di metterci sul piedistallo dell’autoaffermazione, rendendoci avari nel dono e nel perdono. È solo amando il Signore che possiamo liberarci da noi stessi e avere in dono la forza di seguirlo sulla strada, in salita, del calvario.      
Prendiamo anche noi la croce e seguiamo il Signore. Prendiamo la nostra porzione di amore, altrimenti non vivremo. Accettiamo la nostra porzione di dolore altrimenti non ameremo. Il dolore è il prezzo delle cose. Cosa vale un amore che non costa niente? Prendere non significa semplicemente accettare, ma afferrare la croce, assumere l’umiltà nel portamento, la solidità della fede, la modestia nelle parole, la giustizia negli atti, la misericordia nelle opere, la disciplina nei costumi. Signore, aiutaci a non fare il male, a sopportare il male che ci fanno, a conservare la pace con i fratelli, ad amarti perché sei Padre buono.

VI Stazione
Investire nella gratuità del volto dà speranza al mondo. Il futuro si gioca sulla comunione dei volti, non sulle leggi dell’universo e neppure sui beni di cui impadronirsi.  «Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto; perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti» (Sal 66/67,2-3). Il volto è l’espressione per eccellenza della persona, ciò che la rende riconoscibile nei sentimenti, pensieri, intenzioni del cuore.
Il cristiano è colui che vive l’attrattiva del volto, insondabile e imprescrutabile, che subisce il colpo di un incontro affascinante. Quell’incontro sta all’inizio di un cammino lungo e faticoso. Fissare il Volto del Cristo dolorante rende la vita toccata dalla pace e libera dalla disperazione. Il Crocifisso è bellezza di un Volto senza pari. Come di chi sta vivendo un amore, il cui premio vero è la gioia di vedere il volto amato. Nella storia, il volto di Dio ha preso un volto umano, lasciandosi vedere e riconoscere in Gesù Cristo, figlio della Vergine Maria, la prima a vedere il Volto fatto uomo nel piccolo frutto del suo grembo.
Spesso vediamo raffigurato Gesù bambino con il volto appoggiato a quello della Madre. Quelle icone ci rasserenano. Purtroppo, la tenerezza della Vergine trova il suo tragico contrario nelle dolorose immagini di tanti bambini e delle loro madri in balia di guerre e violenze: profughi, rifugiati, migranti forzati. Volti scavati dalla fame e dalle malattie, volti sfigurati dal dolore e dalla disperazione. I volti dei piccoli innocenti sono un appello silenzioso alla nostra responsabilità. Dobbiamo convertirci a progetti di pace, deporre le armi di ogni tipo e impegnarci tutti insieme a costruire un mondo più degno dell’uomo, voluto a immagine del Volto.       
Donaci, Signore, la grazia di dedicarci con tutte le forze a onorare e riconoscere la tua divina Persona ovunque, soprattutto nel volto di chi soffre e di chi promuove ogni forma di amore con coraggio e coerenza.
  
VII Stazione
Andiamo alla scuola del Crocifisso, che raffigura gli uomini fratelli che devono amarsi. E’ la follia della speranza cristiana: il bene vince, perché ha già vinto nel Figlio di Dio, morto e risorto.
Per aprirsi alla speranza bisogna camminare verso il calvario sostenuti da quel raggio di luce, che illumina la storia. Gesù è sotto il peso della croce, che abbiamo costruito tutti. Perché porta la croce? Per dirci che Dio non è potere, arroganza e prepotenza, bensì amore. Un amore manifestato dai nostri militari che lasciano la propria famiglia, la propria casa, patria e lingua fino a uno spaesamento intimo per offrire il sorriso di Dio a chi piange e soffre nelle terre più dimenticate. Il Crocifisso ci invita a seguirlo sulla via del dono. Egli cammina con noi. 
Uno che cammina con noi è più nostro di chi sta con noi. Lo stare dà l’impressione del padrone che sorveglia, che è lì per sollecitare chiunque si attarda.  
Cristo non comanda nessun passo: nulla di obbligato. Ogni camminare gli va. Purché uno cammini. Gli basta il passo quotidiano, il passo del momento, che segna la variabilità delle nostre disposizioni. Ci sollecita, ci rimprovera, ci dà la mano, ma si adatta: si adatta fino a essere stanco con noi, malato con noi...  
Donaci Signore, la grazia di vivere quel segreto di coinvolgerci con gioia nelle vie delle umiliazioni, che hai vissuto per noi. Donaci il coraggio di giocarci nella nostra vita come ti sei giocato tu. Rimettici ogni giorno nella via della fede, che sgorga dalla croce. Fa’ che possiamo lasciarci invadere dall’amore per te e contemplare la tua bellezza di Crocifisso risorto.
Dio che ti nascondi, Dio che non sembri Dio, Dio delle piaghe e delle infamie, noi ti amiamo. Non sappiamo come dirtelo, abbiamo paura di dirtelo eppure sentiamo di dirtelo: noi ti amiamo.

VIII Stazione
E’ Gesù ancora a dire l’indicibile: beati quelli che sono nel pianto. Il Signore contraddice ogni nostra logica. L’audacia della sofferenza non è la mancanza di qualcosa ma una qualità dello spirito che cerca l’essenziale e diventa impegno a passare dalla logica dell’accumulo a quella dell’incontro.       
Beati quelli che sono nel pianto. Gesù invita a seguirlo su una strada poco frequentata, percorribile solo da chi dall’intimo si erge contro ogni compromesso con il male, con l’ingiustizia e la prepotenza. Ne sono testimoni i nostri militari presenti in terre martoriate, che, nulla tenendo per sé, se non fatiche e privazioni, sono diventati scintille di speranza, sentinelle invisibili che proclamano: l’amore è possibile, anzi è l’unica strada percorribile per giungere alla pace.        
Beati quelli che sono nel pianto. Il Signore raccoglie le nostre lacrime, una a una, come in uno scrigno prezioso, quasi fossero il suo tesoro. Dio è vicino a chi ha il cuore spezzato, salva gli spiriti affranti Il luogo dove Dio risiede è sempre la croce… le infinite croci dell’uomo.
La fede è una luce che fatica a illuminarci quando ci scontriamo con la durezza di un dolore, con l’urlo della morte che apre il petto al distacco. Il dolore non gira su se stesso, non è un flagello inutile, è un’esperienza dura che conduce alla consapevolezza di ciò che resta per sempre. La sofferenza è una spada piantata nel centro delle nostre giornate per separarci dall’effimero; è la spinta che ci permette di approdare, liberi da tutto e da tutti, alle sponde dell’Eterno; è quel desiderio che sant’Agostino esprimeva ammirevolmente: «Tu ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non dimora in te» (Confessioni, I, 1). 
Signore, nel tuo Corpo sofferente e maltrattato, screditato e irriso, non sappiamo riconoscere le ferite delle nostre infedeltà e delle nostre ambizioni, dei nostri tradimenti e delle nostre ribellioni. Sono ferite che gemono e invocano il balsamo della nostra conversione, mentre noi oggi non sappiamo più piangere per i nostri peccati. Nella luce dell’Amore che salva donaci la conoscenza della nostra miseria, le lacrime che sciolgono la colpa, il pianto che merita il perdono!

IX Stazione
Gesù cade ancora. Sentiamo un’imprescindibile esigenza di silenzio, mistero di grazia, dinanzi alla morte: «Accresci in noi fede» La fede è un dono meraviglioso, non è il frutto di un ragionamento né di un’emozione. Credere nella notte, sperare contro ogni speranza, amare senza vedere: è così che il Padre insegna e ci offre la possibilità di credere. La speranza è perfetta solo nella notte; perché quando si vede non c’è più la speranza. La notte del dubbio, della passione, degli interrogativi, della croce è il tempo in cui diventiamo figli di Dio, in cui la nostra figliolanza si purifica e si rafforza.     
Il Dio in cui confido non può ingannarmi, non sarebbe Dio; non può deluderci, non sarebbe Dio; non può non amarci, non ci avrebbe creati. La fede è più forte delle regole degli uomini, del mare e della terra, delle leggi della carne e del sangue. Forte è la morte capace di privarci del dono della vita; ma più forte è la fede che ci apre al dono possibile di una vita migliore, la vita eterna, abbraccio dell’infinito Amore. 
Più che una storia di incontri, la via crucis è un seguito di cadute. Nelle cadute ci siamo tutti. Pare che il Signore abbia inteso darci appuntamento “per terra” dove l’incontro è più facile e a portata della comune fragilità. La fede si leva da questo cumulo di povertà, da cui emerge solo la croce che non soffoca né schiaccia… e noi, guariti nelle fragilità, continuiamo a guardare avanti con fiducia. 
           
X Stazione
Gesù, spogliato delle sue vesti, tesse sulla croce l’abito nuovo della dignità filiale. Quella tunica senza cuciture resta lì, integra per noi: la veste della figliolanza divina non si è lacerata, ma, dall’alto della croce, è a noi donata. Siamo veramente figli nel Figlio, nudo e umiliato. Nessuna menzogna potrà più strapparci la veste della gloria futura. Bisogna, però, stare attenti a camminare come figli di Dio nella verità, difendendoci dall’ipocrisia, menzogna che inquina l’innocenza della nostra figliolanza divina.    
L’ipocrisia può assumere forme diverse. La più rozza è quella finzione che pone una frattura netta fra ciò che si vive e ciò che si mostra, fra ciò che si dice e ciò che realmente si pensa. Gli ipocriti che appartengono a questa categoria somigliano ad abili attori che sul palcoscenico fingono passioni che non hanno, mostrano drammi che non vivono. Sono uomini con la maschera. Una seconda forma d’ipocrisia è la furbizia di cambiare le cose così da aver sempre ragione. C’è chi è abilissimo nel cambiare le carte in tavola. Ha sempre ragione. Gli ipocriti fanno sempre coincidere la verità con le proprie abitudini, la giustizia con i propri interessi. 
Una terza forma di ipocrisia è quella di combattere il male dove non c’è, all’esterno, nelle cose, negli altri, o soltanto nelle minuzie, evitando in tal modo di cercarla e snidarla dove veramente si trova, cioè dentro se stessi. Questi ipocriti puliscono l’esterno del bicchiere, fingendo di non accorgersi che l’impurità è all’interno.      
Ma ipocrita non è semplicemente l’uomo che finge cose che non fa, dice cose non vere. Può anche essere l’uomo che ostenta le cose che fa. Si tratta di un uomo che qualsiasi cosa faccia sale sul palcoscenico, e come ogni attore cerca la popolarità e l’applauso.  Questa ultima forma di ipocrisia può sembrare la più innocua, ma non è vero. La teatralità nasconde sempre un vuoto. La verità, quando c’è, brilla per se stessa, e non è il caso di proclamarla retoricamente. I figli di Dio splendono come astri lucenti.   Perdona, Signore, se noi stessi, i tuoi figli più amati, ci dividiamo le vesti dell’ipocrisia e tiriamo a sorte l’abito nuziale della nostra figliolanza divina. Perdonaci e consacraci nella verità.

XI Stazione
Gesù, interrogato dai farisei: «Quando verrà il Regno di Dio?», risponde: «Il Regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o eccolo là. Perché il Regno di Dio è in mezzo a voi». Dove va a finire la vicenda dell’uomo e dell’universo? Il fine di tutto non è la morte, ma la vita, consegnataci dal Crocifisso. Sembra che vinca il male, ma in realtà è il bene che vince, perdendo.  
Gesù è sulla croce, l’arroganza umana lo provoca: «Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce e allora noi ti crederemo. Hai salvato gli altri, adesso salva te stesso» (Mc 15,31-32). Nell’impotenza del Crocifisso è nascosta la potenza sempre nuova della grazia. Perché non è sceso? Non è sceso dalla croce per dirci che Dio non è potere o prepotenza. Nessuna lacrima è versata invano e nessun grido di dolore si perde nel nulla. Coloro che per il bene dell’umanità si offrono vittime della ferocia umana costruiscono, attorno all’albero della croce, una solidarietà che vince ogni disperazione. I nostri militari testimoniano Gesù che non regna dominando con un potere di questo mondo, ma attirando all’amore del Padre, perché la famiglia umana impari a vivere per amore dell’amore divino. Signore, crocifisso per noi, Tu sei la confessione del grande amore del Padre per l’umanità, l’icona della sola verità credibile.  Non ci sgomentino le tensioni, le intimidazioni, le ostentate dottrine senza Dio. Rendici convinti che il Vangelo della croce è il codice vero della salvezza del mondo.
La tua croce squarci la notte dell’angoscia e del rimpianto disponendo l’animo all’incontro con il Padre, a cui tutto è possibile. Se non ci ascolta più nessuno, Dio ci ascolta ancora. Se non posso più parlare con nessuno, più nessuno invocare, a Dio posso sempre parlare. Se non c’è nessuno che possa aiutarvi, Egli può aiutarvi (cfr. Spe salvi, 32).
 
XII Stazione
In risposta agli insulti, il velo del tempio si squarcia. E’ il solo effetto fisico della morte di Gesù: insieme rottura e nascita, chiusura e inaugurazione. E, in reazione a tanti equivoci, il soldato comincia a capire: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio». Se il tempio riservato ai circoncisi si spalanca, il primo nuovo credente può ben essere questo soldato romano, questo pagano che, con la sua confessione, annuncia il vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio (cfr. Mc 1,1). E dopo tante latitanze, ecco apparire le presenze. Le discepole erano già lì, ma non si vedevano. Si scopre nella persona di Giuseppe di Arimatea, l’esistenza di un uomo del Sinedrio solidale e coraggioso. Il centurione, Giuseppe, Maria di Magdala, Maria madre di Joses, ma pure il lenzuolo, la roccia e il masso sull’ingresso del sepolcro, sono tutti testimoni oculari della morte di Cristo.      
Solo occhi pagani possono scegliere il Golgota per lanciare la professione di fede nell’assoluta novità del Dio crocifisso. Solo ginocchia mai inginocchiate possono piegarsi davanti a quest’uomo spirato in quel modo e celebrare, fuori Gerusalemme, la gioia della Pasqua. L’uomo che rivela la croce non è l’uomo crocifisso da Dio, ma è l’uomo che crocifigge Dio. Non è Dio che incatena, costringe; è Dio che scende e opera lo scambio, per quello che dipende da lui. È sul modo di amare che, in definitiva, si misura la distanza tra Dio e l’uomo. Dio non è come l’uomo.  
Aveva insegnato: «Siate misericordiosi» e non ha trovato nessuna misericordia. È il giudice dell’universo, ed è stato ripetutamente giudicato da un re corrotto. 
Si era presentato come la forza e la consolazione dei deboli, e non sa neppure portare il legno del suo tormento fino alla piccola altura del Golgota. Aveva detto: «Non preoccupatevi troppo del vestito, perché il Padre vostro, che veste splendidamente i fiori del campo, vestirà anche voi». E il Padre, quasi a vanificare le sue parole, lascia che gli venga tolta ogni veste, anche la tunica di un solo pezzo che sua madre gli aveva amorosamente intessuto.  
Aveva detto: «Colui che nasce dallo Spirito è libero come il vento, che non sai donde venga né dove vada». Ed è inchiodato a una croce, come uno schiavo colpevole.  
Aveva insegnato: «Io sono la vita, colui che si affida a me non morirà in eterno». E adesso la morte prevale su di lui. 
Tutto dunque sembra smentito.   
«Costui è davvero il Figlio di Dio» (Mt 27,54) dicono i soldati artefici della crocifissione. Proprio nel momento del trionfo della morte prende inizio il prodigio della vita che rinnovata ritorna. Le tombe si aprono e i morti cominciano a risorgere. Dalla morte, dunque, ha principio la vita, dalla disperazione la speranza, dall’assurdo la fede. Dalla nostra pena crocifissori pentiti inizia la salvezza.
 
XIII Stazione
Contempliamo, con gli occhi della Madre, Gesù deposto dalla croce. Gesù, abbi pietà di me. Non ci rassegniamo al buio di oggi, non ci accontentiamo di una vita senza senso. Anche dinanzi alla croce potremmo innamorarci della nostra cecità: cecità per desiderio di primeggiare, cecità per chiusura nell’ostinatezza delle proprie convinzioni; cecità per ristrettezza di orizzonti e meschinità di visione; cecità perché non si ama l’umanità.  
Proviamo dolore per il male presente nel mondo? O siamo ciechi anche noi? Ciechi nello sguardo interiore; ci fermiamo alla superficie delle cose con lo sguardo impudico o violento, dissacrante o profanatore.          
Abbi pietà di me: è la preghiera dei piccoli, dei poveri, dei popoli martoriati che, giorno e notte, senza sosta, gridano il loro bisogno e la loro dignità. Sull’esempio di Gesù, mi lascio orientare dalla voce dell’amore dinanzi alla sofferenza dei fratelli lasciando il buio dell’egoismo, la vita comoda, per dire a chi è dimenticato e abbandonato: coraggio, alzati; sono qui per te, ti sono amico, mi metto dalla tua parte, solidale con il tuo atroce dolore. E’ il messaggio dei nostri soldati.  
Passare oltre, rifiutare o fuggire il grido di aiuto dell’altro, è come scegliere la morte e, peggio ancora, divenirne l’artefice. Aprirsi all’accoglienza lasciandosi sconvolgere, disturbare, distogliere, significa immergersi nell’amore del Crocifisso, di cui farci complici.  La terra è solcata da problemi, da agitazioni, da conflitti, sentimenti e propositi di odio e di guerra. Il sacrificio dei nostri militari ci impegna nel riaffermare con una nuova consapevolezza quell’amore sociale, norma suprema e vitale della persona umana. 
Signore, ti preghiamo, perché un riflesso della tua luce raggiunga i fratelli più poveri e oppressi, desiderosi di una speranza sempre nuova che non si lascia soffocare dall’abitudine e dall’indifferenza. Infondi nei cuori di tutti la saggezza della pace, la forza della giustizia e la gioia dell’amicizia. Ti ringraziamo perché hai affidato a Maria la missione di ricordarci ogni giorno che il senso di tutto è l’Amore piantato nel mondo come una croce.

XIV Stazione
Di fronte al sepolcro vuoto ci sono tre reazioni diverse: in Maria di Magdala, la risposta del cuore; in Pietro, la reazione perplessa del dubbio; in Giovanni, l’intuizione della fede.
La donna ritorna di buon mattino con oli aromatici per imbalsamare Gesù. Il cuore di Maria, pieno di umanissima attenzione, è fermo alla sconfitta della croce. È oppresso e si chiede: Chi ci rotolerà via il masso del sepolcro?
Ma c’è una seconda e una terza reazione di fronte alla pietra ribaltata: quella di Pietro e di Giovanni. I due, messi in allarme dalle donne, corrono. Giovanni giunge per primo; vede il sepolcro aperto, ma non entra. Aspetta l’amico Pietro. Nel suo sguardo c’è stupore, incertezza, dubbio: vide.
E c’è infine la reazione di Giovanni. Al discepolo amato è dato di intuire la fede: vide e credette. Non si arresta al vedere. In lui c’è la chiaroveggenza dell’amore. Il vedere è decisivo per i primi discepoli. Essi hanno bisogno di vedere il sepolcro vuoto; così come hanno bisogno di vedere il Signore risorto. E il vedere non solo genera la fede, ma diventa il contenuto della fede. Il vero discepolo è colui che ha incontrato il Risorto; l’ha riconosciuto nei segni della sua presenza: Ho visto il Signore. Dio si comunica al cuore dell’uomo.
Ma chi cerchi? Grande domanda evangelica rivolta da Gesù a quegli uomini che lo seguivano. Che cosa cerchi? Che cosa ti manca? Quale assenza abita dentro di te? Dove va il tuo desiderio? E io che sono povero, ricco solo di dolore, mi accorgo di una benedizione, anzi, mi accorgo di aver bisogno di risorgere. Ecco il dono dell’Eucaristia per risvegliare lo stupore e la meraviglia dell’amore e voltare le spalle alla violenza del venerdì santo. 
Non abbiate paura, perciò, di difendere la domenica contro ogni attacco, adoperandovi perché, nell’organizzazione del lavoro, sia salvaguardata, così che possa essere giorno dell’uomo e per tutto l’uomo. Se, infatti, la domenica venisse privata del suo significato originario, l’uomo rimarrebbe chiuso in un orizzonte tanto ristretto che non gli consentirà più di vedere il “cielo”. Allora, per quanto vestito a festa, diventerà intimamente incapace di “far festa” e di abitare la speranza contro ogni forma di disperazione.
Davanti all’icona della Pietà impariamo la dedizione al sì dell’amore, l’abbandono e l’accoglienza, la fiducia e l’attenzione concreta, la tenerezza che sana la vita e suscita la gioia. Signore guidaci, come hai guidato Maria, nella gratuità irradiante dell’amore riversato da Dio nei nostri cuori col dono della tua presenza eucaristica.

XV Stazione
Una forte scossa, un risveglio dal torpore, un sobbalzo repentino che libera dalla pigrizia accumulata nel tempo dalle nostre fragili membra. Una luce si è accesa per sempre nella dilagante cultura di morte. Il Signore non è più qui “nella carne”, ma nello Spirito. Si tratta, però, ugualmente di una presenza vera, consolante, trasformante.
Avverte il teologo Rahner che «egli è vicino a noi come la luce del giorno e l’aria, cui non badiamo, come la legge segreta di un movimento, che non comprendiamo bene, perché, coinvolti in esso, ne sperimentiamo un tratto troppo breve. Egli è qui come la struttura più intima di questo mondo, che trionfa e si impone anche quando tutti gli ordinamenti del mondo sembrano dissolversi. È vicino a noi che annunciamo la sua risurrezione: nella nostra parola, anche quando essa suona vuota e stridula persino a noi; nella nostra benedizione, anche quando essa fuoriesce dalle nostre labbra solo con fatica e senza slancio; nei nostri sacramenti, anche quando essi sembrano non racchiudere più in sé alcuna forza».
Sullo sfondo dell’alba della prima domenica della storia, svaniscono i timori, passano i fallimenti veri o presunti, rientra la sensazione di inutilità che troppe volte attanaglia la nota parola e la nostra azione. Noi siamo i figli di questa certezza. Cristo è risorto, non muore più.               
L’umanità sembra vivere inve¬ce in un immenso cimitero passando da una tomba di attentati e guerre all’egoismo più gretto, fra i lampi di risurrezione.
Pasqua è un mattino nuovo. A partire dalla pietra ribaltata, la lunga storia passata ha cambiato senso per sempre; ha preso la sua direzione definitiva. Come al tempo della Genesi, è un vero inizio. Con Cristo, crocifis¬so vivo, è apparsa una nuova creazione. Ecco il giorno che ha fatto il Signore: il cristiano è una persona che marcia sotto quel Sole nascente, è l’operaio di un giorno senza tramonto. Pasqua rende gli uomini nuovi, audaci, entusiasti, determinati nella rettitudine e nella santità.       
Pasqua è un mondo nuovo. «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» (Lc 24,5). Certo, la morte non ha per¬so la sua maschera tragica, ma nel cuo¬re del mondo s’è aperta una breccia, si sono liberate le energie della Risurrezione, a chi le accetta è offerto un futuro. Non c’è più niente di assurdo e fatale: l’impossibile diventa possibile. Non c’è più bisogno di difendere o riconquistare quel sepolcro di Cristo che è diventato la culla di una famiglia umana serena e solidale. Il Cristo vivo ci precede su tutte le strade della vita. Siamo pronti a esserne i testimoni “fino agli estremi confini della terra”, lontano, molto lontano... fino in fondo a noi stessi?
 
Vergine dalle braccia aperte,
Madre dal volto chino sul pianto dell’uomo,
alba di speranza:
tu sei presenza che lenisce e conforta.
Per te salga a Cristo, tuo Figlio,
la nostra supplica accorata:
sia per tutti unica legge
il perdono e l’amore fraterno.
Vergine dal cuore umile e puro,
Madre dalla pietà immensa,
profezia del cielo nuovo,
tu sei presenza che illumina
e rasserena.
(Giovanni Paolo Il)


Il Signore sia con voi
E con il tuo spirito.
Vi benedica Dio Onnipotente
Padre e Figlio e Spirito Santo. Amen
Canto conclusivo

+Vincenzo Pelvi
Arcivescovo

Data Inizio: 21/05/2011     Data Fine:

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