Fratelli e non giudici

Incontro con i cappellani della XI zona pastorale - Comando regionale Guardia di Finanza (Potenza), 20 giugno 2011

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Carissimi,
l’invito a non giudicare torna frequentemente nel Vangelo. Nel brano su cui meditiamo, attinto dalla liturgia del giorno (Mt 7,1-5) si propone una regola di carità ispirata alla giustizia divina, che, fattasi carne, ha donato salvezza al mondo intero. Alla scuola di Gesù, il misericordioso, ci accorgiamo di essere raggiunti dalla grazia e non possiamo non fare grazia.
Cristo, infatti, si è presentato come colui che non è venuto a giudicare ma a salvare (cfr. Gv 3,17). A riguardo basti pensare al comportamento del Signore dinanzi ai peccatori, come l’adultera o i suoi stessi crocifissori. Dio ha un solo modo di giudicare: salvare. Egli è presenza posta tra me e l’altro, chiave di comprensione d’ogni rapporto interpersonale. Tra gli uomini vive Gesù, il salvatore che si è fatto maledizione per salvarci. Non accogliere questa verità provoca il pericolo di una tremenda cecità, della trave che non permette all’occhio di vedere.
E’ possibile non giudicare se accettiamo il mondo dei nemici dentro la cerchia del prossimo da amare, perché figli dell’unico Padre. Ciò comporta una guardare oltre e affermare che il merito e la ricompensa dell’amore cristiano non sono garantiti dagli uomini. L’amore si misura non guardando attorno ma in alto: siate perfetti come il Padre del cielo. Attraverso l’imitazione di Dio ci trasformiamo in figli, uomini nuovi, datori di vita. Nel mistero del Figlio risorto, il credente cambia mentalità e nel terreno della corruzione scopre un raccolto d’immortalità, nella sconfitta una vittoria, nella morte la vita.
Liberarsi, perciò, dall’istinto di giudicare testimonia la nostra filiazione divina. Finché continuiamo a vivere, invece, come se fossimo quel che facciamo, che abbiamo e che altri pensano di noi, rimarremo nei pregiudizi, pieni di valutazioni e condanne. La nostra identità umana e cristiana non è radicata nel potere, nel successo, nella carriera, nella nostra popolarità, ma nell’amore infinito di Dio, in quella misura eterna che allontana il bisogno di giudicare e arricchisce di perdono, pazienza e compassione.
Chi sei tu che ti fai giudice del prossimo, esclama Giacomo nella sua lettera (cfr. 4,11s.). Nel rimproverare qualcuno, è bene chiedersi prima se non siamo simili a lui. Il rischio è scambiare travi per fili di paglia e fili di paglia per ostacoli insormontabili nelle relazioni tra persone. Prima di giudicare, allora occorre mettersi davanti allo specchio della propria anima. Il difetto più grande potrebbe essere quello di superficialità, estraneità a se stessi, di non conoscere i nostri difetti.
Perché non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Perché abbiamo questo piacere maligno di cogliere l’altro nell’errore? Forse perché condanniamo l’atro per assolvere noi stessi.
Non giudicare e non sarai giudicato; non inventarti un mondo come tribunale, dove ti poni sempre dalla parte della ragione o del potere. Non possiamo essere ipocriti nelle relazioni umane, che necessitano d’autenticità nella verità.     
 “Ipocrita” è forse il rimprovero più frequente sulla sua bocca. L’ipocrisia può assumere forme diverse. La più rozza è quella finzione che pone una frattura netta fra ciò che si vive e ciò che si mostra, fra ciò che si dice e ciò che realmente si pensa. Gli ipocriti che appartengono a questa categoria somigliano ad abili attori che sul palcoscenico fingono passioni che non hanno, mostrano drammi che non vivono. Sono uomini con la maschera. Una seconda forma d’ipocrisia è la furbizia di cambiare le cose così da aver sempre ragione. C’è chi è abilissimo nel cambiare le carte in tavola. Ha sempre ragione. Gli ipocriti fanno sempre coincidere la verità con le proprie abitudini, la giustizia con i propri interessi.  Una terza forma d’ipocrisia è quella di combattere il male dove non c’è, all’esterno, nelle cose, negli altri, o soltanto nelle minuzie, evitando in tal modo di cercarla e snidarla dove veramente si trova, cioè dentro se stessi. Questi ipocriti puliscono l’esterno del bicchiere, fingendo di non accorgersi che l’impurità è all’interno.     
Ma ipocrita non è semplicemente l’uomo che finge cose che non fa, dice cose non vere. Può anche essere l’uomo che ostenta le cose che fa. Si tratta di un uomo che qualsiasi cosa faccia sale sul palcoscenico, e come ogni attore cerca la popolarità e l’applauso. Gesù denuncia questa teatralità con immagini particolarmente efficaci: quando fai l’elemosina non suonare la tromba, quando preghi non metterti in vista al centro della piazza, quando digiuni non atteggiare il volto a sofferenza.       
Questa ultima forma d’ipocrisia può sembrare la più innocua, ma non è vero. La teatralità nasconde sempre un vuoto. La verità, quando c’è, brilla per se stessa, e non è il caso di proclamarla retoricamente. Le cose vere si vedono e mostrano la loro bellezza.  
«Da dove viene - diceva Doroteo di Gaza - tutta questa nostra smania di giudicare tutto e tutti, se non da mancanza d’amore? Se avessimo in noi un po’ più d’amore e di compassione, non ci cureremmo di guardare i peccati del prossimo, perché come dice la Scrittura: “l’amore tutto copre” (1 Cor 13,6). Non sono certo ciechi i santi e nessuno odia il peccato quanto loro; eppure non odiano chi lo commette, non giudicano, ma ne hanno compassione, lo consigliano, lo consolano, hanno cura di lui come un membro malato, fanno di tutto per salvarlo».
Il dovere della stessa correzione fraterna, poi, esige di togliere prima la trave dal nostro occhio, cioè ogni senso di disprezzo, superiorità, prevenzione, accertandosi che a muoverci non sia l’ira o il risentimento, ma il desiderio del bene dell’altro. L’occhio offuscato dalla presunzione è praticamente spento; lo sguardo indagatore, sospettoso e implacabile che non permette di vedere. Perché osservi la pagliuzza? Non solo ti capita di vedere, ma osservi con una sorta d’accanimento a ricercare e sottolineare la debolezza dell’altro.
Cosa è mai quella trave che può occupare e ingombrare l’occhio? E’ la trave del pregiudizio, che nota solo quello che interessa vedere. Uno sguardo prevenuto, che offre un’immagine falsa della realtà, perché incompleta e ciò riduce la persona ai suoi difetti, escludendo e ignorando del tutto le sue qualità.
Al pregiudizio si potrebbe, poi, la trave dell’orgoglio, pensando alla propria affermazione ed enfatizzando i difetti dell’altro. L’orgoglioso si erge a divinità, depositario esclusivo di verità inconfutabili. Egli solo può giudicare. E’ il frutto dell’intolleranza nei confronti di chi non la pensa come noi, del perfezionismo, della grettezza mentale e dell’invidia.
La trasparenza dello sguardo, invece, rivolto a se stesso invoca la cura del cuore, qualità essenziale della vita interiore. Da dove iniziare, se non dalla preghiera, unica via d’uscita per ritornare ad amare, quando le strade umane non riescono più ad incrociarsi. Non giudicare per non essere giudicati: il nesso tra le due parti dell’espressione biblica è il medesimo che sussiste tra amore di Dio e del prossimo. Non si possono separare. Questo non è però semplicemente un nesso logico da discutere, ma un nesso del cuore che nasce nella preghiera per scoprire nuovi orizzonti e sconosciuti panorami. Se si assume la logica della fede diventerà sempre più naturale essere pronti ad ammirare i pregi e lenti a giudicare i difetti.

Signore, perdonaci:
le nostre relazioni
sono resi difficili dai pregiudizi
che c’impediscono di guardare
con gli occhi del cuore.

Signore, rendici capaci
di un serio lavoro su noi stessi,
sulle travi dell’occhio e del cuore,
perché le pagliuzze del fratello
siano solo una piccola ombra buona,
che fa rifulgere la luce.


  
+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo

Data Inizio: 20/06/2011     Data Fine: