La fede nutrita dall'amore

Omelia per la S. Messa con i seminaristi nel corso della settimana di spiritualità - Basilica San Francesco (Assisi), 25 giugno 2011

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Carissimi,


il Vangelo contiene diversi giudizi sul centurione, il cui servo si trova in pericolo di morte. Il primo giudizio dei giudei è piuttosto benevolo: «Egli merita che tu gli conceda la guarigione. Egli ama la nostra nazione ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Ai loro occhi questo funzionario, benché romano e ufficiale dell’esercito romano di occupazione, è un uomo aperto, uno spirito tollerante.
Il giudizio del centurione su se stesso è molto meno indulgente. Egli si ritiene infatti indegno, non solo che Gesù vada sotto il suo tetto, ma anche di rivolgersi personalmente a lui. Come spiega a Gesù, «neppure mi sono ritenuto degno di venire da te». Quindi parlerà con Gesù soltanto per il tramite degli anziani dei giudei.  
Infine, abbiamo il giudizio di Gesù, opposto a quello dei giudei e anche a quello espresso dal centurione.
Per il Signore grande è la fede del centurione che ha solo sentito parlare di lui.
Non possiamo che condividere tutta l’ammirazione di Gesù per questo militare, straniero e inviso perché facente parte di una forza di occupazione, che si preoccupa di un suo «servo» il quale è «in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente» (Mt 8,6). La reazione di Gesù è immediata: «Verrò e lo guarirò» (8,7).  
Alla sensibilità di questo centurione non sfugge affatto che se Gesù varcasse la soglia della sua casa si metterebbe in una situazione assai difficile nei confronti degli usi e delle consuetudini ebraiche. Ciò che il Signore ha appena fatto con il lebbroso, che guarisce non solo con la parola ma accettando di toccarlo e quindi non temendo di coinvolgersi fino a contaminarsi ritualmente con la sua lebbra, il centurione vuole risparmiarglielo per non imbarazzare il Maestro. Per questo gli chiede «soltanto una parola», facendo affidamento sulla sua personale esperienza di vita militare che traduce in un’attitudine di fiducia nell’altro veramente rara e pura da ogni logica di sospetto: «Ho dei soldati sotto di me e dico a uno: «“Và!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni”, ed egli viene; e al mio servo: “Fà questo!”, ed egli lo fa» (8,9). Non possiamo che mettere noi stessi tra coloro che vengono portati a Gesù per essere guariti, non possiamo che desiderare anche noi di guarire attraverso una disponibilità a servire, il cui primo passo è imitare il sentimento di cura del centurione e la capacità di coinvolgimento del Signore Gesù, in cui si compie la profezia: «Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie» (8,17).
Il centurione si nasconderà al cospetto di Gesù, assumerà il posto del servo, si mette all’ultimo posto, ritenendo di non essere degno che Gesù si disturbi ad andare a casa sua. In cosa consiste la fede del centurione? Non è stato il centurione a ordinare a Gesù di compiere il miracolo. Al contrario ha preferito lasciare spazio a Gesù affinché egli, con una sola parola, potesse compiere i suoi miracoli. Credere significa lasciare che Gesù sia quello che è, che mostri la sua potenza come vuole, che realizzi la vocazione d’amore per la nostra vita: «Signore, di’ soltanto una parola e io sarò guarito».
In realtà, la fede di quest’uomo si accompagna a una grande capacità di amore. Egli ama il popolo d’Israele, era molto affezionato al suo servo, aveva diversi amici. Il mistero della fede è sempre anche mistero dell’amore. Una grande capacità affettiva e relazionale fa da sfondo alla sua fede, di affidamento e di fiducia. La capacità di amore del centurione discerne la potenzialità di amore di Gesù e vi si affida.
La fede del centurione, lodata da Gesù, è fiducia nella potenza della  sua parola. E trova una somiglianza con l’efficacia degli ordini a cui egli stesso obbedisce e che impartisce. A partire dal suo mestiere di  militare, egli scopre un’analogia tra sé e Gesù, tra l’efficacia dei suoi comandi e quella delle parole di Gesù. Se lui è sottomesso a un’autorità superiore, Gesù è sottomesso al Padre. Gesù dice ai discepoli «Andate» ed essi partono per la missione (cfr. Mt 28,19; Mc 16.15.20); Gesù dice: «Venite dietro a me» e alcuni uomini inizia n a seguirlo (Mc 1,17-18); Gesù dice: «Fate questo in memoria di me» e i discepoli ripetono nella storia il gesto eucaristico (Lc 22,19). Con Gesù conta affrontare ogni giornata con grande naturalezza, collegando quello che si vive, attraverso qualche momento di preghiera, con un senso più alto, un senso più grande. Si tratta di capire che il tempo speso per gli altri è un tempo guadagnato ed è già una testimonianza a favore del vangelo. Tutto dipende dallo spirito giusto, che ignora la febbre della riuscita, la ricerca del consenso, il bisogno della riconoscenza, e affida tutto a colui che ci dona ogni mattina una nuova giornata, la benedice e la custodisce nella memoria del suo cuore. 

Signore Gesù, è bello ricordare che hai rimesso in piedi persone, accasciate dalla sofferenza e prostrate dai loro problemi. È ancora più bello sperimentare la tua presenza salvatrice al nostro tempo e nella nostra vita. Quante volte sei passato accanto a noi nella persona di qualche amico che, battendo la mano sulla spalla, ci ha incoraggiato a continuare, ci ha aperto spiragli di speranza nella nostra disperazione o anche solo nella miopia della nostra prospettiva.
Grazie, Signore, che continui a passarci accanto. Grazie anche perché tante volte ci fai sperimentare la tua presenza salvatrice; allora abbiamo la gioia del perdono. Continua a darci una mano e a ricordarci che anche tanti altri aspettano una nostra mano. Amen.

+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo

Data Inizio: 25/06/2011     Data Fine: