La pace, prima che traguardo, è cammino

Omelia per la S. Messa in suffragio del Caporal Maggiore Scelto Gaetano Tuccillo - Basilica Santa Maria degli Angeli, 5 luglio 2011

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Predicatore:

 

Signor Presidente della Repubblica,
Carissimi Rosa, Tommaso, Evelien,
Cari amici,


«Ascolta, Signore, la mia giusta causa, sii attento al mio grido; Porgi l’orecchio alla mia preghiera; Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio» (Sal 16,1 e 6): abbiamo pregato con il salmista. Ma tu sei sempre più muto dinanzi alla morte innocente. Il silenzio più si addensa e più esplode. Ti parlo, ti parlo e quasi mi pento, balbetto e sussurro parole incomprensibili. Ma so che ascolti, ti muovi a pietà e mi custodisci come pupilla degli occhi, all’ombra delle tue ali.
Faccio silenzio e rimango a lottare con te. E’ la stessa lotta che il Signore ingaggia con il patriarca Giacobbe, perché impari a non temere la prova: «Ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva» (v. 31). Un mistero che si incontra in maniera drammatica, attraverso una lotta nella quale si domanda, si prega, si affida nelle mani dell’antagonista la propria persona. Giacobbe lottò tutta una notte contro “qualcuno” di cui ignorava l’identità; così noi siamo colpiti «all’articolazione del femore» da mani che non siamo in grado di riconoscere. Questo non vuol dire che non occorre difendersi - Giacobbe lo fece - o che noi non siamo, come lui, scelti per una missione di cui un conflitto può segnare una rivelazione nuova. Ma che ci facciamo di Dio un idolo se lo identifichiamo con ciò che ci piace. Egli è anche l’Altro. La brutalità dei conflitti ci insegna chi egli è, così come ce lo insegnano la dolcezza della preghiera o le tenerezze dell’amore.
L’amore è lotta e la persona non raggiunge la sua piena maturità se non quando fa scelte di fedeltà che valgono più della vita.
La stessa lotta si percepisce attorno alla persona di Gesù: c’è chi rimane pieno di meraviglia e c’è chi si scandalizza del modo di fare del Maestro.
Gesù scaccia il maligno e apre la bocca a un muto. Tale potere viene subito interpretato dal popolo come manifestazione della sua divinità. Ma vi è chi non lo riconosce: i farisei, infatti, vi scorgono una macchinazione demoniaca. La fede apre al dono di raccontare l’amore divino. Anche la nostra bocca ha bisogno di sciogliersi da quanto le impedisce di schiudersi alla pura e gratuita lode del nostro Dio. Tutte le parole vane che ogni giorno diciamo, sono in realtà mute, se non traggono senso e potenza da colui che è la Verità. Alcune sprigionano forze, spalancano orizzonti, spingono tempi nuovi. 
Ma ci sono parole che si levano dall’iniquità, contagiano di male, feriscono a morte, spengono a volte per sempre sentimenti e sogni. Per una parola può morire un amore. Può chiudersi un’esistenza. Può scatenarsi una tragedia.  
Da parte sua, il Signore non esita a lottare, a dire parole di vita, beneficando e guarendo tutti quelli che erano sotto il potere del diavolo.
Che cos’è il mondo dei demoni? Quello che incontriamo tutti i giorni, in noi e negli altri, quando non sentiamo come necessario il bene comune; quando diciamo: «Tanto non c’è niente da fare», «Si è sempre fatto così»; quando ci adeguiamo alla tiepidezza e non reagiamo più di fronte alle violenze e alle ingiustizie. Viene dal demonio e rende muti tutto ciò che è fiacchezza morale, compromesso, ciò che sposta sugli altri responsabilità che sono nostre.
Ogni giorno siamo alle prese con il male e la mediocrità dell’esistenza. Ecco perché, dove arriva Gesù, i demoni escono fuori e si benedice.

E noi non possiamo che dire bene di Gaetano, uomo ricco di quella pace che illumina gli occhi e rapisce il cuore. Gaetano un giovane solare, innamorato della vita, della sua sposa, della sua famiglia, del suo lavoro. Ragazzo tranquillo, discreto e sorridente, fa parte di quella lunga schiera di persone che partono perché vogliono proteggere la Patria e il bene comune.  
Nella sua esperienza cristiana aveva compreso che l’amore vero è gratuito, perciò difficile. Amare chi ci ama è spontaneo e gratificante. L’amore contraccambiato nutre il cuore. Ma se è vero, deve diventare amore per i meno amabili. Amare chi ci attrae per incanto di personalità, fascino, finezza, è amare dei ricchi. E il ricco può, in modo del tutto naturale, attirare la nostra attenzione, il povero invece ci chiama e il suo richiamo possiede qualcosa di esigente. Gaetano era convinto che l’uomo afghano esiste non come uno fra i tanti, ma in quanto uomo unico, eppure, in tutto simile a noi.
Gaetano ci ha insegnato che è possibile accogliere il fratello come un dono. Non come un rivale o un nemico. Accogliere il fratello con tutti i suoi bagagli, compreso il bagaglio più difficile da far passare alla dogana del nostro egoismo: la sua carta d’identità. Si, perché accogliere significa avere la forza di non soffermarsi su quell’egoismo che spesso definiamo sicurezza. 
La pace, prima che traguardo, è cammino. E per giunta, cammino in salita. Vuol dire, allora, che ha le sue tabelle di marcia e i suoi ritmi, i suoi rallentamenti e le sue accelerazioni. Forse anche le sue soste. Non tutti i passi hanno una meta prefissata. Ci sono passi che vagano nella ricerca, i passi desolati di chi soffre, quelli smarriti dei piccoli, i passi perduti dietro fantasmi vani, quelli affaticati di chi non arriva mai a destinazione, i passi inconcludenti di chi non sa dove va... 
Sono tutti, in qualche modo, passi che vagano. Cammini tortuosi, difficili.
Ebbene, i nostri passi Dio li conta. Nessuno gli sfugge, nessuno va perduto: egli ne sa il peso, la fatica, il dolore.  
Nelle mani di Gaetano che hanno spezzato e condiviso il pane, che hanno carezzato i bambini, che sono state trafitte, in queste mani è passato un amore così grande, da superare sofferenza e paura.

Carissimi,
la storia sta cambiando attorno a noi. L’Italia deve rispondere alla propria vocazione di apertura agli altri, sapendo che questa è la prova di maggiore saggezza e realismo che possiamo dare. Il nostro Paese ha realizzato un lungo cammino dall’Unità a oggi ed è riuscito a comporre tante lacerazioni e contraddizioni, con la partecipazione di tutte le componenti sociali. Oggi, però, corriamo un rischio serio, che ci si possa accontentare di ciò che abbiamo, considerandoci degli arrivati, chiudendoci in un isolamento egoistico di fronte alle novità che maturano.
L’Italia vuol fare la sua parte sostenendo altri popoli desiderosi di partecipare ai benefici dello sviluppo e conquistare spazi di libertà e democrazia. Un movimento così grande presenta dei rischi, può avere dei lati oscuri, non garantisce esiti positivi, ma per affrontarlo non si possono chiudere gli occhi, perché esso ha un segno che prevale sugli altri. Interi popoli emergono da una condizione di passività e subalternità storica, vogliono veder riconosciuti i propri diritti, partecipare a una più equa distribuzione delle risorse del pianeta. E’ avvenuto altre volte nella storia, e per questo motivo occorrono risposte positive per evitare che si affermino nuove forme di oppressione, fondamentalismo, discriminazioni civili e religiose.
  
Cara mamma Rosa, papà Tommaso, gentile signora Evelien,
mi rivolgo a voi con delicatezza e rispetto, mentre un senso d’inadeguatezza segna il mio parlare timoroso e incerto. Nei vostri occhi e nel cuore vedo impressa l’immagine di Gaetano e percepisco il vostro bisogno di aiuto e conforto dinanzi al perché della morte. Non vi lasceremo soli. 
Con noi pregano oggi tutte le famiglie dei nostri caduti che vogliamo ricordare uno a uno.
La professione militare manifesta oggi e apre all’etica del dono sincero di sé, facendo comprendere che esistono anche i beni di gratuità, che nascono dal riconoscimento che siamo legati a ogni uomo e a tutto l’uomo.

Allo stesso modo, ogni pianto umano non cade nel vuoto. Le nostre lacrime, anche nascoste, furtive, quelle ingoiate o non piante, perché restano grido che lacera dentro, aride e amare, brucianti, sono raccolte dall’otre di Dio (Sal 56,9).
Sì Dio custodisce tutto il pianto umano, quello dei singoli e quello di interi popoli e civiltà. Non al dolore mi arrendo, ma a Dio; a questa vicinanza che sembra una lontananza. Dentro di me sono un povero, abbandonato; è questa la resa al mistero di Dio. E qui tutto il segreto di una fiducia, di una speranza che non ha fine.


           + Vincenzo Pelvi
                Arcivescovo

Data Inizio: 05/07/2011     Data Fine:

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