Signor Presidente del Senato,
Carissimi mamma Pina, papà Francesco, gentile Elisa,
Cari amici,
le parole del Vangelo, ora ascoltate, delineano un vero e proprio itinerario di vita cristiana. Abbiamo la chiamata: «Venite a me», cui segue la rinuncia alla volontà propria, egoistica e interessata: «Prendete il mio giogo». Poi c’è l’obbedienza del credente: «Imparate da me» e, infine, il riposo, la pienezza di vita trovata nel Signore: «troverete riposo per le vostre vite».
Continuano a risuonare, anche stasera, tra lacrime cocenti e soffocante dolore, le parole divine: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi... ». Tutto sembra scivolare nell’abisso della morte. Nella vita tutto si agita e vacilla, ma dal profondo dell’anima si innalza la necessità ineluttabile di aggrapparsi a Cristo.
Gesù si rivolge a coloro che sono tormentati dalle preoccupazioni, dalla tristezza, dalla sofferenza. Venite, perché ho un’ardente sete della vostra gioia; vi darò sollievo, vi porrò in assoluta serenità.
Il Signore si conosce guardandone il cuore, cioè il suo modo di amare. Egli non è un maestro fra gli altri, è “il” maestro della vita, per noi che corriamo il rischio di restare degli analfabeti del cuore. Gesù non viene con obblighi e divieti, ma recando una coppa colma di pace; non porta precetti nuovi, ma una promessa: il mio regno è iniziato ed è pace e gioia nello Spirito.
Di fronte alla diffusa tentazione di eliminare dal vivere ciò che è faticoso e all’idolatria del tutto, subito e senza sforzo, Roberto, sui passi del Crocifisso, aveva compreso che non si raggiungono grandi realizzazioni umane e spirituali senza fatica, dedizione, sacrificio. Egli accoglieva tutti alla mensa del cuore, non aspettando il contraccambio, sempre disposto a quella espropriazione che lo svuotava di ogni possesso permettendogli di posare sui più piccoli, sui semplici, uno sguardo attento.
Con il suo sorriso e la simpatia di amico e fratello, desiderava seminare nel mondo un po’ più di amore. Prendeva, perciò, sempre posizione a favore di chi era oppresso, costretto a vivere nell’ingiustizia. Aveva scelto la professione militare per dedicarsi ai più deboli, a coloro che non hanno nessun valore agli occhi del mondo, coloro che non valgono niente, che non sono niente, o molto semplicemente, coloro che, agli occhi degli altri, non esistono neppure.
L’amore lo ha chiamato in un deserto. Roberto amava quella terra e vi vedeva l’aurora della speranza di un nuovo giorno, convinto che siamo tutti immersi nella sofferenza del mondo, legati indissolubilmente a ogni uomo sulla terra. A Kabul – confidava agli amici – si rimane senza fiato, quando, attraversando il territorio con la divisa militare, suscito ovunque simpatia.
Illusione? Noi la chiamiamo fede. C’è un valore misterioso in ogni vita caduta per un ideale, anche se non è dato conoscere i tempi del germoglio. Roberto resta messaggero di pace, discepolo di quella civiltà dell’amore, che rende possibile ciò che è giusto.
Carissimi,
l’Italia continua a fare la sua parte per promuovere stabilità, disarmo, sviluppo e sostenere ovunque la causa dei diritti umani. Il protagonismo che si chiede al nostro Paese è complesso e lungimirante, ed è quello di chi si offre come interlocutore attivo per la ricostruzione di economie deboli, per il riconoscimento e il sostegno di regimi pluralisti, per assetti internazionali più giusti e aperti ai nuovi popoli.
Occorre, allora, proteggere l’orizzonte dell’umanità, denunciare coraggiosamente ciò che ostacola l’unità della famiglia umana, svelare pubblicamente il meccanismo degli squilibri, mostrare come le istituzioni internazionali siano l’unica possibilità per uscire dalla logica chiusa delle nazioni. Non possiamo praticare una politica basata sull’interesse a breve termine; solo una motivazione di carattere etico, cioè la consapevolezza di appartenere all’umanità in quanto tale, può consolidare l’interesse a lungo termine dell’umanità, che richiede l’elaborazione di un’economia mondiale dei bisogni.
Senza un pensiero morale che superi l’impostazione dell’etica utilitaristica diviene arduo accedere alla conoscenza del vero bene umano.
Ciò esige il lavoro più eroico e il sacrificio più difficile, da costruire giorno per giorno, nelle coscienze e nei rapporti interpersonali. E’ per l’amore dei propri cari, come delle tradizioni e dei valori spirituali di un popolo, che bisogna accettare di sacrificarsi, di lottare, di dare anche la propria vita.
E la nostra famiglia militare sta contribuendo a edificare una cultura di responsabilità globale, che ha la radice nella legge naturale e trova il suo ultimo fondamento nell’unità del genere umano.
Cara mamma Pina,
nel dolore delle madri vi è qualcosa d’ineffabile, irrimediabile, inconsolabile, di eterno: è uno strazio che non si placa, è una piaga che non si rimargina. Il Calvario non è solo un colle appena fuori Gerusalemme, ma il mondo è una collina di croci e le ultime sono piantate in Afghanistan. Eppure, quando tutto muore e si fa buio sulla terra, Gesù pronuncia parole di vita, pregando sua madre di riannodare il filo spezzato della vita. Il Crocifisso invoca l’aiuto di una madre perché il domani porti semi di bene, anche tra le macerie della guerra.
Care mamme, vi è stato tolto un figlio. A ciascuna di voi Gesù ripete di proteggere e prendervi cura di coloro che dedicano la vita alla pace dei popoli. Restate con Maria accanto alle infinite croci della terra, dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli che attendono la risurrezione.
+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo