Vieni e vedi

Omelia per la S. Messa della Festa di S. Bartolomeo - Parrocchia S. Bartolomeo Apostolo (Meana Sardo - Nu), 24 agosto 2011

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Carissimi,
nella liturgia odierna è l’apostolo Bartolomeo ad attrarre la nostra attenzione. Il suo nome è un chiaro riferimento al nome del padre: bar Talmay, che significa “figlio di Talmay”.
Di Bartolomeo non abbiamo notizie di rilievo, il suo nome ricorre nell’elenco dei dodici apostoli e non si trova mai al centro di nessuna narrazione. Tradizionalmente, però, egli viene identificato con Natanaele: un nome che significa “Dio ha dato”. Natanaele proveniva da Cana (cfr. Gv 21, 2) ed è quindi possibile che sia stato testimone del miracolo delle nozze compiuto da Gesù in quel luogo (cfr. Gv 2, 1-11). L’identificazione di Bartolomeo con Natanaele è probabilmente motivata dal fatto che Natanaele, nella scena di vocazione raccontata dal Vangelo di Giovanni, è posto accanto a Filippo, cioè nel posto che ha Bartolomeo nelle liste degli Apostoli riportate dagli altri Vangeli.
Gesù, in cammino verso la Galilea, chiama Filippo alla sua sequela. Poi Filippo invita Natanaele a incontrare Gesù, proponendogli un’esperienza personale con il Maestro, la stessa da lui vissuta in precedenza e che ha cambiato la sua vita.  
L’evangelista riferisce che quando Gesù vede Natanaele avvicinarsi esclama: «Ecco davvero un Israelita, in cui non c’è falsità» (Gv 1, 47). Si tratta di un elogio che suscita la curiosità di Natanaele, il quale replica con stupore: «Come mi conosci?». La risposta di Gesù non è immediatamente comprensibile. Egli dice: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico».          
Non sappiamo che cosa fosse successo sotto questo fico. È evidente che si tratta di un momento decisivo nella vita di Natanaele. Da queste parole di Gesù egli si sente toccato nel cuore, si sente compreso e capisce: quest’uomo sa tutto di me, Lui sa e conosce la strada della vita, a quest’uomo posso realmente affidarmi. E così risponde con una confessione di fede limpida e bella, dicendo: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele» (Gv 1, 49).               
Le parole di Natanaele pongono in luce un doppio complementare aspetto dell’identità di Gesù: Egli è riconosciuto sia nel suo rapporto speciale con Dio Padre, di cui è Figlio unigenito, sia in quello con il popolo d’Israele, di cui è dichiarato re, qualifica propria del Messia atteso. Non dobbiamo mai perdere di vista che Gesù è Dio e uomo, poiché se proclamiamo di Gesù soltanto la dimensione celeste, rischiamo di farne un essere evanescente, e se al contrario riconosciamo soltanto la sua concreta collocazione nella storia, finiamo per trascurare la dimensione divina che propriamente lo qualifica.
Un’altra riflessione suggerisce la vicenda di Natanaele: nel nostro rapporto con Gesù non dobbiamo accontentarci delle sole parole. Filippo fa a Natanaele un invito significativo: «Vieni e vedi!». La nostra conoscenza di Gesù ha bisogno soprattutto di un’esperienza viva: la testimonianza di altri è certamente importante, poiché tutta la nostra vita cristiana comincia con l’annuncio che giunge fino a noi ad opera di uno o più testimoni (pensiamo ai genitori, ai sacerdoti, alle suore,…). Ma poi dobbiamo essere noi stessi a venir coinvolti personalmente in una relazione intima e profonda con Gesù.     
Giovanni Crisostomo, commentando questo brano del Vangelo, afferma: «Quale prova hai, Filippo, quale segno ci dai? Pericoloso prestar fede a cose tanto grandi irragionevolmente. Quale prova hai dunque? Filippo non dice nulla, ma conduce Natanaele da Gesù, ben sapendo che non se ne sarebbe più staccato, una volta provato il fascino della sua parola e della sua dottrina. 
Andò da Gesù, rivelando l’intenso desiderio che aveva della venuta del Cristo. Da parte sua, però, anche Filippo si mostra molto saggio. Non si irrita e non mostra segni di impazienza, ma insiste nel voler condurre l’interlocutore da Gesù, dimostrando, fin dall’inizio, una costanza veramente apostolica.  
Natanaele riconobbe in Gesù il vero Cristo. Che fece allora? Pervenne alla pubblica confessione della sua fede: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio; tu sei il re d’Israele» (Gv 1,49). Vedete come la sua anima a un tratto venga pervasa dalla gioia e quale attaccamento a Gesù denotino le sue parole? Non vedi come resta stupito e meravigliato, come esulta? Anche noi dobbiamo gioire così, giacché siamo stati ritenuti degni di conoscere il Figlio di Dio; gioire non soltanto nel cuore, ma far trasparire la nostra letizia anche nelle nostre azioni. Non vedete che quando qualcuno accoglie in casa sua un amico fa tutto con gioia, correndo di qua e di là, pur di riuscire gradito all’ospite? Manifestiamo quindi la nostra gioia perché il Cristo è venuto tra noi! Mostra di volergli bene mentre si intrattiene con te! Considera come egli sia ben disposto verso di te: per te è venuto, per te ha dato la sua vita».
Natanaele di Galilea dimostra di essere un uomo spontaneo, ma anche generoso. Senza giri di parole esprime ciò che pensa e sente. Dalla mente di Natanaele nascono domande dirette, ma dal suo cuore nasce un retto sapersi ricredere per credere. Soprattutto, in Natanaele possiamo e dobbiamo ammirare la capacità di sapersi muovere verso una nuova comprensione delle cose, attraverso gli incontri con le persone che lo aprono all’incontro con lo stesso Signore Gesù. Nel cuore di quest’uomo entusiasta, c’è una ricerca della verità che non si chiude su se stessa ed è sempre in viaggio come le nubi nel cielo. Spiega San Pier Damiani: «Queste nubi si condensano in acqua quando annaffiano la terra del nostro cuore con la pioggia del loro insegnamento per renderla fertile e portatrice dei germogli di opere buone. Appunto Bartolomeo, che festeggiamo oggi, significa in aramaico: figlio di colui che porta l’acqua» (Pier Damiani, Discorso 42). Attraverso l’esperienza e il processo interiore di questo apostolo, possiamo accogliere la presenza di Gesù nella nostra vita come un dono di Dio che ci ricolma e ci riempie: «Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo» (Gv 1,51).      
Aderire a Cristo non è ovvio. Egli è Dio che si fa umano, che si “converte” all’uomo. Lo scandalo cristiano non sta nella divinizzazione dell’uomo, ma nell’umanizzazione di Dio. È qui il Vangelo, la buona novella: il Grande, il Potente si è annientato per me. Lo scandalo fu presente sin dai primi passi di quella storia, apparentemente banale, che fu la vicenda del Nazareno. Allora comprendiamo la domanda di Natanaele: «Può mai uscire qualcosa di buono da Nazaret?». 
Lo scandalo continua anche per chi, come noi, si trova a una distanza di secoli da quella singolare vicenda. L’ambiguità che vale per il Cristo, vale non meno per la sua Chiesa. Solo dove l’evangelizzazione può rivolgere l’invito decisivo: «Vieni e vedi» è possibile pensare che lo scandalo venga superato nell’abbandono della fede. Solo l’amore è credibile. 
Quando nella nostra Comunità parrocchiale desideriamo far conoscere Gesù, in un primo momento il compito appare sovrumano, sproporzionato alle nostre forze e ai nostri mezzi. Ancora più gravi sono il dubbio e il sospetto che si trova alla base di tanti interrogativi, fatti di paura, pigrizia, indifferenza e talvolta da un’atmosfera di di-missione. Come agli apostoli, a Natanaele, il Signore rinnova la stessa promessa: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). L’evangelizzazione non si svolge in un deserto. Noi ci troviamo già sotto l’influsso del Signore risorto.
Possiamo dire che la figura di Natanaele resta davanti a noi per dirci che l’adesione a Gesù può essere vissuta e testimoniata anche senza il compimento di opere sensazionali. Straordinario è e resta Gesù stesso, a cui ciascuno di noi è chiamato a consacrare la propria vita e la propria morte.
Signore, tu hai visto il giovane Natanaele sotto l’albero, intento a leggere le sacre Scritture e aperto alla tua venuta, e lo hai prevenuto, mentre egli era in cammino verso di te, elogiandolo come un uomo giusto e senza falsità.
Ti chiedo che anch’io sappia leggere negli avvenimenti della mia storia la tua presenza e nella tua Parola riconoscerti nei poveri e nei deboli. Fa’ che la mia fede sia robusta come quella di Natanaele, che ha potuto contemplare la tua gloria.
Donaci una scintilla di quello stesso desiderio che ci muove verso di te e che animò l’apostolo Natanaele a portare con umiltà nel mondo la novità della tua salvezza. 

+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo

Data Inizio: 24/08/2011     Data Fine:

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