Come il pane, Cristo è necessario

Omelia per la S. Messa in occasione del XXV Congresso Eucaristico Nazionale di Ancona - Cattedrale di San Ciriaco, 7 settembre 2011

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Carissimi,

il Vangelo ci interpella fortemente con le parole di Gesù che invita a decidere se rimanere con lui oppure allontanarci dal suo amore.
Quelli che lo avevano ascoltato nella sinagoga di Cafarnao contestavano tutto il suo discorso. In gioco era la persona di Gesù, lo scandalo della sua discesa dal cielo, la fede nel mistero dell’Incarnazione. Molti dei presenti, tra cui alcuni discepoli, non accettavano la sua origine divina e mormoravano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo?”» (Gv 6,42).
La protesta non è contro il mistero dell’Eucaristia, poiché non era ancora stato annunciato, ma rivolta alla pretesa di Gesù di essere il pane della vita, la verità eterna.
Gesù sconvolge gli ascoltatori, non mitiga ciò che dichiara e non cerca neppure di chiarirlo. Si tratta, infatti, di accogliere il Rivelatore, che disorienta inevitabilmente la ragione umana e caratterizza il rapporto di fede del discepolo con la sua Persona. La crisi è sì eucaristica, ma soprattutto cristologica. Cristo vuole darsi a noi, diventare sostanza e forza della nostra vita. E non in senso simbolico, bensì reale: vera carne, vero sangue, vero cibo e bevanda. «E’ il punto cruciale della fede, la strettoia attraverso la quale la fede deva passare, se vuole raggiungere la libertà della sua completa essenza. E l’esperienza dimostra che quanti negano questa realtà, negano tutto. Negano la Chiesa, l’Incarnazione, la Trinità, negano che Cristo sia Figlio di Dio» (R. Guardini, Il testamento di Gesù, 1993, p. 158ss.).  
Spesso diamo per scontato che la linea di divisione tra fede e incredulità passi soltanto fuori di noi, cioè tra gli uomini separando gli uni dagli altri. Invece dentro ogni uomo c’è sempre una fede da comprendere, da recuperare, da difendere, da confessare.
A riguardo, è decisivo ciò che dice Gesù rivolgendosi a quelli che non credevano e a colui che l’avrebbe tradito: «Nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio». Qui si decide il problema della fede e Gesù lo ribadisce diverse volte, con una certa progressione: «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me» (Gv 6, 37); «Nessuno può venire a me, se non l’attira il Padre» (Gv 6, 44); «Chiunque ha ascoltato il Padre ed ha imparato da lui, viene a me» (Gv 6, 45). Dunque, occorre l’azione del Padre per giungere a Gesù, perché Egli concede, attira, ammaestra, consegna. Questi interventi del Padre rappresentano quasi altrettanti momenti del cammino segreto della fede dentro di noi come vero mistero della grazia proveniente dal Padre.          
Gesù è il Santo di Dio, che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo. Ecco la perfetta confessione cristologica ed eucaristica contemporaneamente, perché esprimere l’Incarnazione con un linguaggio eucaristico testimonia l’importanza del rito con tanta forza da esprimere l’Eucaristia in termini d’incarnazione.  
Come a Cafarnao, il Signore agisce oggi con noi. Le sue parole, a proposito della sua carne che dobbiamo mangiare, sembrano incomprensibili. Potrebbe, allora, farsi strada la tentazione dell’abbandono, del voltarsi indietro, della rottura di una fedeltà. La scelta fatta un tempo per mantenersi fedele deve rinnovarsi ogni giorno. La credibilità della fede passa anche per il setaccio della perseveranza e della fedeltà. E allora ci aiuta la risposta di Pietro alla provocatoria domanda di Gesù: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67). Domanda importante perché rende i credenti coscienti di che significa scegliere e restare fedeli a una scelta. Pietro risponde (cfr. Gv 6,68-69), in nome dei Dodici, affermando che essi appartengono a Gesù quale Signore delle loro vite («Signore, da chi andremo?»); confessando che da lui essi hanno ricevuto e ricevono vita («Tu hai parole di vita eterna»); ricordando l’atto di fede fatto un tempo, l’esperienza esistenziale che ha corroborato la loro fede («Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio»).    
Il pane alimenta la vita degli uomini. Gesù dice, non più il pane, ma Io stesso voglio essere l’alimento della vita degli uomini. Alimentarsi di Gesù Cristo significa associare la propria vita alla sua, così che diventi un’unica vita insieme con la sua. Conseguentemente, la nostra vita va nella direzione della sua, va con la sua. In altri termini, il gesto di Gesù Cristo, che si sostituisce al pane nella funzione di alimentare la vita degli uomini, in fondo è una preghiera: un’invocazione che tutti gli uomini vivano come lui, facciano quello che ha fatto lui. Lui ha dato la sua carne, lui ha dato la sua persona, se stesso per la vita del mondo: ebbene Gesù Cristo vuole, che ogni uomo faccia la stessa cosa, cioè dia se stesso per la vita del mondo. Dio non solo ama, ma è amore nel cuore di ciascuno.     
Il cibo corporale è assimilato dal nostro organismo e contribuisce al suo sostentamento, nel caso dell’Eucaristia si tratta di un Pane differente: non siamo noi ad assimilarlo, ma esso ci assimila a sé, così che diventiamo conformi a Gesù. Così l’Eucaristia, mentre ci unisce a Cristo, ci apre anche agli altri, ci rende membra gli uni degli altri: non siamo più divisi, ma una cosa sola in Lui.

Cari militari, siamo qui ad Ancona per fare nostra la preghiera dei primi discepoli dinanzi a Gesù Eucaristia. Dove andremo, se non dove sei Tu, o Signore? Dove è la vita, se non dove è presente il tuo corpo e il tuo sangue? Dove andremo, se non dove il tuo sguardo si posa sui momenti della vita quotidiana dall’alba al tramonto, di giorno e di notte?
Il Congresso di Ancona non ha alcun interesse ideologico o economico, ma ha solo lo scopo di dire a Gesù: dove andremo se non dove sei Tu, portando con te il nostro impegno a servizio del bene comune, della Patria e della famiglia umana. Strano questo incontro. Ci troviamo qui, perché Cristo ci ha scelto e noi abbiamo risposto, attirati dal mistero di una vita che ci aiuta a non disperare mai nella vita.         
Chi riconosce Gesù nell’Ostia santa, lo riconosce nel fratello che soffre, che ha fame e ha sete, che è forestiero, nudo, malato, carcerato; ed è attento a ogni persona, si impegna, in modo concreto, per tutti coloro che sono in necessità. Dal dono di amore di Cristo proviene pertanto la nostra speciale responsabilità di cristiani nella costruzione di una società solidale, giusta, fraterna.           
Come il pane, Cristo è necessario. Come un amico che si avvicina tacitamente, aspetta senza tregua, pronto ad accogliere tutti, l’Eucaristia è l’invito a una mensa dolcissima di unione, di dolore e di amore. Chiama chi più soffre e fatica, chi è povero e piange, chi è solo e senza aiuto, chi è piccolo e innocente. La sua voce arriva ai vicini e ai lontani, agli illusi, ai pentiti e ai credenti. Venite, dice Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv. 14, 6).           
Camminiamo con il Signore, muovendoci dietro Colui che è la Via. Come accadde al profeta Elia, che si era rifugiato nel deserto per paura dei nemici e aveva deciso di lasciarsi morire (cfr. 1 Re 19,1-4). Ma Dio lo svegliò dal sonno e gli fece trovare lì accanto una focaccia appena cotta: «Alzati e mangia - gli disse - perché troppo lungo per te è il cammino» (1 Re 19, 5.7). L’Eucaristia ci vuole liberare da ogni abbattimento e sconforto, ci vuole far rialzare, perché possiamo riprendere il cammino con la forza che Dio ci dà mediante Gesù Cristo.           
Quante volte noi, come Elia, vediamo intorno solo deserto. Quante volte il senso dell’inutilità, dello scoraggiamento, ci ha fatto dire: E’ tutto inutile! Nella crisi si fa strada la tentazione dell’azzeramento del proprio passato: «Ho sbagliato tutto», «Mi ero illuso», «Non ce la faccio più», «Per me è impossibile». Queste sono le parole che ci vengono da dire in quei momenti. Anche noi, però, sentiamo vere le parole dell’angelo quando viene di nuovo e dice a Elia: «Mangia, troppo lungo per te è il cammino». Troppo deserto, troppo dolore, troppo smarrimento. E ti senti impotente, non sai che parole cercare, non sai come orientarti. Ecco un angelo, c’è una mano, non sei mai stato abbandonato; Dio viene. «Elia guardò e vide una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua».
Dio interviene. Ma per la stanchezza di Elia non fa trovare un mezzo di trasporto per sostituire la fatica e attraversare la desolazione del deserto e quella del cuore. Solo un po’ di pane e un sorso d’acqua. Quasi niente, che per noi, per la nostra vita sazia sembrano nulla. E invece sono gli alimenti primi, i più semplici e indispensabili. Dio interviene così, perché il pane risveglia la forza e l’acqua risveglia il corpo. E tu abbia la libertà e la forza per raggiungere, dolore su dolore, il monte Oreb, il senso della vita.

Carissimi, voi siete quel pezzo di pane, quel bicchiere d’acqua, per le persone più emarginate; è nel vostro prezioso servizio che si manifesta la potenza dell’Altissimo.   
Con l’Eucaristia dunque il cielo viene sulla terra, il domani di Dio si cala nel presente e il tempo è come abbracciato dall’eternità divina.  


Signore, che, nell’Eucaristia,
hai disfatto Te per fare me,
insegnami a seminare senza raccogliere,
a consolare senza temere,
a dare senza misurare,
a seguire solo la tua volontà.

E Tu, Maria, donna eucaristica,
aiutami a gridare con fede:
da chi andremo, Gesù,
Tu hai parole di vita. 
Amen.

+Vincenzo Pelvi
Arcivescovo

Data Inizio: 07/09/2011     Data Fine:

07/09/2011

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