Cari amici,
l’attenzione di Gesù nei confronti di Matteo (nome che in ebraico significa “dono del Signore”) e degli esattori delle tasse apre il cuore ad una santità ospitale. Incontrando Matteo, Gesù lo chiama e gli chiede di seguirlo, si interessa a lui e lo ama, cerca dialogo e comunione parlandogli, prospetta un futuro, indirizza la sua vita, gli dona soggettività e dinamismo. «Seguimi», cioè imitami. «Seguimi – disse – non tanto col movimento dei piedi quanto con la pratica della vita». Infatti chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato (cfr. 1Gv 2,6).
Anche un uomo, come Matteo, con un mestiere a quel tempo così malfamato, viene chiamato dal Signore alla sua sequela. Il giusto ospita il peccatore, Gesù non esclude alcuna persona dalla sua comprensione e dal suo amore.
Come Matteo, anche noi siamo invitati a vivere e testimoniare nella vita sociale quella carità e quel perdono che rendono la giustizia umana più autentica, la aiutano a trascendersi per approssimarsi sempre più alla giustizia divina, dando ad ogni uomo il suo, con riferimento non solo a quello che fa ma anche a quello che è, e richiedendo il suo apporto alla realizzazione del bene degli altri.
L’autentica carità sospinge la giustizia umana a trovare integrazione e impulso in rapporti sociali, che intendono dare o restituire all’uomo non solo qualcosa ma anche se stesso. Questo modo di rapportarsi tende a ristabilire un’uguaglianza nell’ambito delle condizioni sociali, nelle relazioni economiche e nella cultura, senza ignorare la specificità di ognuno, la sua autonomia e libertà. La carità vuole che siano annullate tutte le differenze, quando equivalgono a ingiuste discriminazioni tra le persone e il loro tenore di vita. Occorre, perciò, impegnarsi a superare le ingiuste disparità nell’accesso ai beni fondamentali (vita, cibo, acqua, salute, istruzione, lavoro, certezza dei diritti), come pure nella distribuzione dei ruoli, delle cariche, dei meriti, del reddito e della ricchezza ed essere, così, messi nella condizione di poter contribuire, tramite solidarietà, alla realizzazione del bene comune.
Se tutti invocano un aspetto distributivo della giustizia, spesso viene dimenticato quello contributivo che esprime la moralità delle persone. Non si tratta di pensare ad una giustizia contributiva quale rapporto bilaterale, contraccambio specifico, per cui ad un determinato dare corrisponde un determinato avere. Il cittadino paga le tasse non solo in cambio di uno specifico servizio che la società gli rende, ma anche perché la società a cui appartiene e di cui è membro sussista e possa assolvere ai suoi compiti verso tutti. La giustizia contributiva diventa così costruttiva della virtuosità dei cittadini e di aiuto a cittadini giusti contribuendo al bene comune, che non può ridursi ad interessi individuali, parzialità e preferenze particolari.
In tal modo i cittadini, a loro volta, diventano soggetti capaci di trasformare le istituzioni democratiche, rendendole più rispondenti ai bisogni delle persone e della Nazione. Perché ciò sia possibile occorre fare spazio alla legge morale naturale, regola base per la giustizia sociale, norma etica per la vita politica. La morale naturale è previa alle regole pubbliche. Se così non fosse le regole pubbliche potrebbero godere di una funzione regolatrice rispetto ad egoismi ed interessi particolaristici.
Carissimi, plaudo al vostro servizio che sta seminando nella odierna cultura il senso di una giustizia non solo distributiva ma anche contributiva, anima di un’amicizia civile che propone il bene comune. La convivenza civile e politica, infatti, non emerge immediatamente dall’elenco dei diritti e dei doveri della persona, ma acquista tutto il suo significato se basata sull’amicizia civile e sulla disponibilità interiore alle esigenze dell’altro (cfr. Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 390).
Affido alla intercessione di San Matteo il vostro prezioso lavoro. La Vergine Maria, Regina della pace, custodisca la vostra vita e quella delle vostre famiglie.