Carissimi,
Gesù vide un uomo chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli si alzò e lo seguì. Per immaginare la scena descritta nel Vangelo è sufficiente ricordare la magnifica tela di Caravaggio, conservata qui a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Alla chiamata di Gesù, Matteo risponde all’istante: «egli si alzò e lo seguì». La stringatezza della frase mostra chiaramente la prontezza di Matteo nel rispondere alla chiamata. Ciò significava per lui l’abbandono di ogni cosa, soprattutto di ciò che gli garantiva un guadagno sicuro, anche se spesso ingiusto e disonorevole. Evidentemente Matteo capì che la familiarità con Gesù non gli consentiva di perseverare in attività disapprovate da Dio.
Matteo non si aspettava salvezza, né la meritava. Troppi compromessi, troppe rinunce alla legalità nella sua vita per osare tanto. La vita per lui era diventata, ormai, potere e denaro, timore e rispetto da parte degli altri. E invece la sua durezza si sbriciola quando vede nello sguardo del Nazareno amore, rispetto, verità. Matteo era abituato agli insulti di chi pagava, attraverso di lui, l’iniqua tassa imposta da Roma imperiale. No, non meritava alcuna compassione. E, invece, ne riceve. E l’inatteso, e l’inaudito amore, con cui il Signore lo guarda, come sempre, scatena la gioia, produce il brivido: Matteo si scioglie, lascia tutto, sa di scommettere sul giusto.
Facilmente intuibile l’applicazione al presente: anche oggi non è ammissibile l’attaccamento a cose incompatibili con la sequela di Gesù, come è il caso delle ricchezze disoneste. E’ proprio ciò che fece Matteo: si alzò e lo seguì. In questo alzarsi leggo il distacco da una situazione di peccato e insieme l’adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù.
Cari amici, attraversiamo una fase in cui giorno dopo giorno occorre costruire l’edificio della sicurezza economica e della stabilità finanziaria. In questo difficile e non scontato momento storico, purtroppo, sembra che la responsabilità comune abbia lasciato spazio alla speculazione, al guadagno facile, all’arricchimento fraudolento, molto spesso mascherati da un’efficienza di comodo del mercato. A nessuno sfugge che è stata privilegiata una forma di veduta corta e l’economia mondiale è mossa e governata da logiche contrarie all’etica e alla morale, ai principi di gratuità e di fraternità.
Esiste un immane blocco sociale conservatore il cui obiettivo è la sopravvivenza e l’immobilità. Nulla deve cambiare. Si preferisce, così, salvaguardare il proprio prestigio, potere, ricchezza, cercando dalla politica, tanto a destra che a sinistra, l’appoggio necessario per la conservazione spicciola della propria situazione.
Pare che in Italia non sia possibile cambiare nulla, perché c’è sempre qualcuno dotato di un potere d’interdizione che dice di no. Siamo prigionieri del passato nel quale troppi hanno costruito la propria esistenza sfruttando rendite di posizione, contingenze favorevoli irrepetibili, trincerandosi in ben muniti fortini corporativi.
La crisi dell’attuale assetto economico - a mio parere - dimostra il fallimento dell’antropologia e del pensiero che ne sta alla base. Ciò che doveva essere uno strumento - la proprietà, la ricchezza, la finanza - è divenuto principio e fine degli sforzi, misura unica e indiscussa delle azioni. L’uomo sembra aver fame solo di denaro e mira solo ad accrescere il proprio profitto.
In realtà non è male desiderare di vivere meglio, ma è sbagliato lo stile di vita che si presume esser migliore, quando è orientato all’avere e non all’essere e vuole avere di più non per essere di più, ma per consumare l’esistenza in un godimento fine a se stesso.
Varrebbe la pena riscoprire la sobrietà, stile di vita nei confronti dei beni materiali e del loro uso. Ben più di un semplice accontentarsi di quanto si ha o della capacità di non sprecare, la sobrietà ha una dimensione interiore, abbraccia un modo di vedere la realtà circostante che discerne i bisogni autentici, evita gli eccessi, sa dare il giusto peso alle cose e alle persone. Sobrietà a livello personale significa riconoscimento e accettazione del limite, consapevolezza che non tutto ciò che ho la possibilità di ottenere devo forzatamente tirare in mio possesso. La capacità di rinuncia volontaria a qualcosa in nome di un principio eticamente più alto obbliga a interrogarsi sulla scala di valori in base alla quale giudichiamo le nostre e le altrui azioni. La moderazione è la forza d’animo di chi sa subordinare alcuni desideri per valorizzarne altri, di chi sa riconoscere il valore di ogni cosa e non solo il suo prezzo di chi sa dire con convinzione non tutto, non subito, non sempre di più. Sobrietà è la forza interiore di chi sa distogliere lo sguardo dal proprio interesse particolare e allargare il cuore e il respiro a una dimensione più ampia.
Solo educando l’uomo alla verità avremo un’economia nuova che guarda al bene comune allargando lo sguardo e passando da una responsabilità limitata a una responsabilità sociale.
L’economia ha bisogno di un’etica amica della persona, di tutto l’uomo e di ogni uomo, perché ogni azione e rapporto personale ed economico ha una ricaduta nell’ambito sociale.
Soltanto se ogni uomo e ogni donna saranno pronti a rivedere le proprie scelte di vita alla luce della fraternità e del bene comune, della sobrietà e della condivisione, si potrà costruire un futuro più umano. Senza l’orientamento al bene comune finisce per prevalere consumismo, spreco, povertà e squilibri, fattori negativi per il progresso e lo sviluppo.
Si deve investire sulla crescita integrale dei più poveri, inserendoli a pieno diritto nella comunità dei popoli. E qui Benedetto XVI allarga l’orizzonte della speranza.
Sensibili alla dimensione antropologica ed etica della finanza e della politica, potremmo prefigurare il superamento dell’attuale crisi non con la creazione di una nuova “bolla” finanziaria che utilizzi l’unica liquidità disponibile, in particolare quella cinese, ma elaborando piani di rilancio dell’economia, aiutando non solo le banche a spese dei contribuenti, ma anche i piccoli imprenditori, le famiglie, scommettendo e, quindi, investendo sullo sviluppo dei Paesi poveri, per metterli in condizione di partecipare al piano di risanamento globale, senza lasciarli ai margini del benessere. Rendere protagonisti i poveri del proprio sviluppo implicherà un progetto che dovrà essere finanziato a lungo termine e a tassi molto bassi, per generare in questi Paesi, col coinvolgimento democratico della società civile, lo sviluppo. Tutto ciò avrebbe, fra l’altro, un costo relativamente contenuto e potrebbe offrire rendimenti insperati. I rischi sarebbero limitati, perché i poveri danno a garanzia la loro stessa vita.
Signore Gesù, contempliamo la prontezza con la quale Matteo ha risposto alla propria vocazione. Aiutaci a saper cogliere la tua iniziativa, il tuo intervento nella nostra vita, ma soprattutto a vederti nei fratelli più piccoli e bisognosi.
Signore, che sei venuto a chiamare i peccatori e non i giusti, facci sperare che c’è e ci sarà sempre la tua voce anche per noi.
+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo