La famiglia, sorgente di benessere sociale

Benevento - Scuola allievi Carabinieri, 27 settembre 2011

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Nella cultura dominante si è affermato un processo di privatizzazione della famiglia, considerata soprattutto come luogo di gratificazione affettiva, sentimentale e sessuale degli adulti. È pubblicizzato come ideale di vita il benessere individuale, gettando discredito sui legami stabili del matrimonio e della genitorialità, promuovendo l’esercizio puramente ludico della sessualità. Non si tiene conto dell’importanza del rapporto stabile di coppia e del bene prioritario che sono i bambini. Si percepisce la famiglia non come una piccola comunità, soggetto di diritti e di doveri, ma come una somma di individui che abitano temporaneamente sotto lo stesso tetto per convergenza di interessi. Come pure non si considera la famiglia una risorsa per la società da valorizzare, ma come un insieme di bisogni e desideri individuali cui provvedere secondo le possibilità.  

La famiglia tra affettività e fragilità
La persona, se da un lato è “potenza d’infinito”, dall’altro, sperimenta continuamente la sua finitudine. L’uomo si scopre limitato nel suo essere, perché non è lui che si è dato la vita, ma gli è stata data; non è lui padrone del proprio esistere, ma questo gli sarà tolto. Né la nascita né la morte sono in suo possesso. Con la nascita l’uomo non c’era e c’è; con la morte l’uomo c’era e non c’è più.
Per comprendere chi vive l’esperienza familiare è necessario aprirsi alla comprensione della persona nella sua affettività e fragilità. La persona è fondamentalmente relazione e la vita affettiva è il luogo privilegiato del legame (re-ligo) e della responsabilità (re-fero) tra gli uomini, dove libertà individuale e vincolo sociale hanno la stessa dignità.
Sradicare l’affettività da una prospettiva di senso e percepirla come pura saturazione di un bisogno ridotta a sentimentalismo, a ciò che si prova, porta a una specie di ipertrofia dell’affetto, a uno sbilanciamento degli aspetti emozionali a discapito dei valori che sostengono la dignità dell’uomo e di tutto l’uomo. La vita affettiva non può che essere, nella sua verità, una relazione eticamente orientata. L’affettività, però, è anche una qualità dell’essere finito. Chi ama è sempre fragile, tanto che lontano dal proprio amore si lamenta, si sente incapace di stare in questo mondo e invoca l’amato, lo cerca come se cercasse una parte di sé, senza della quale egli è un frammento, incompleto. Nelle relazioni circola la speranza di bene con la sua forza unitiva di compassione e circola il male con la sua forza disgregante, di sfruttamento dell’altro e di dominio su lui. I legami affettivi, allora, possono essere la sede del benessere della persona ma anche di grave patologia e di sofferenza psichica. Tra identità individuale e relazione con l’altro esiste un legame indissolubile da non gestire mediante scambi immediati e bilanci frettolosi.
Certo la sfida dell’impoverimento degli affetti e del valore della relazione esige un lavoro di accompagnamento educativo della persona nella sua interezza che richiede una formazione al senso del limite e della propria finitezza per superare quell’illusione di onnipotenza e narcisismo di cui il nostro mondo è malato. Due fragilità si danno reciprocamente forza, il limite dell’uno diventa pietra angolare per l’altro, appiglio come fosse una roccia, un vetro entro cui ci si rispecchia e si vede la propria debolezza che, proiettata nell’altro, appare energia potente. L’uomo di ferro non sa amare, è freddo, sa avvolgere e legare per sottomettere, per schiavizzare. Analogamente a Narciso, che crede di essere migliore di tutti, ed evita per questo di confrontarsi con chiunque, l’uomo di ferro percepisce attorno solo lo sguardo ammirato di chi incontra, non la presenza dell’altro come possibile parte di sé.
Finitudine è qualcosa che non si caratterizza subito né come problema né come risorsa, ma più semplicemente come uno stato transitorio o un limite nel creato e nelle creature (ad esempio: marginalità, precarietà, provvisorietà, minorità, criticità, emergenze, ingiustizie…). In ogni stagione della vita l’uomo è fragile. In tutte le generazioni si è fatta esperienza di limite, che ha caratterizzato in modo e grado differenti la concezione che ogni individuo ha della vita e dell’uomo. Sono molte, infatti, le forme in cui il limite si esprime e che ameremmo non incontrare e non vedere ma che spesso sono dentro alla nostra psiche, nella casa in cui viviamo o abitano dietro la porta accanto. Direi, allora, che viviamo una finitudine personale e familiare aggravata da un troppo fragile sostegno sociale. Siamo chiamati a guardare in faccia la natura umana, che deve, ha bisogno di porsi dei limiti, per non subire incessantemente una lotta estenuante tra pulsioni contrastanti.     
Un tempo si insegnava a nascondere le debolezze, a non far emergere i difetti; oggi occorre non mascherare ma parlare della propria fragilità, convinti che può diventare una forza che aiuta a vivere.
È forte l’esigenza di intervenire sul disagio e sulla sofferenza, rompendo il circolo vizioso tra isolamento e solitudine e lavorando insieme (con-laborare) perché si instauri un circolo virtuoso nel quale l’amore crea relazioni di riconoscimento, di solidarietà e di sostegno, affettivamente forti. Dobbiamo continuamente misurarci, collegandoci a due esperienze fondamentali della vita di una persona: il rapporto con se stessa e quello con gli altri. Essa, infatti, rivela i timori, vissuti da ogni individuo, riguardo al proprio io che si sente minacciato interiormente a causa della vulnerabilità, del suo essere mortale, incapace di darsi e di trattenere la vita, dagli ostacoli e dalla mancanza d’amore che possono provenire dall’esterno. Il fragile è immerso nella dinamica affettiva con le sue varie specificazioni e sente la voglia di essere amato per poter amare: due fragilità si uniscono e si fanno forza dentro il mistero dell’amore.
Ciascuno deve gridare di essere limitato per dire a tutti che ha bisogno dell’altro, di tutti gli altri; partendo, infatti, dal senso del limite che uno avverte dentro di sé l’affettività va interpretata correttamente. La fragilità porta ad amare, dunque l’amore è la risposta a un’attesa nata dalla fragilità e la solitudine dell’uomo di vetro è la peggiore delle malattie da vivere. In realtà, la finitudine quando è avvolta dall’affettività si colora di forza, vive di riconciliazione e dà origine alla bellezza di perdonare, di poter dire anche: io ho sbagliato e sono stato perdonato, permettendo di scoprire la delicatezza di un sorriso invece che uno sguardo di sospetto, così da creare gentilezza e comprensione reciproca, fatica condivisa e rasserenante. 

La famiglia nella società odierna
Parlare di famiglia vuol dire chiedersi di quale uomo parliamo. Ci troviamo, spesso, dinanzi ad una concezione dell’uomo che tende sempre più a diventare ciò che sente, rifiutando ogni difficoltà, propria e altrui. Eppure gli affetti e le vulnerabilità sono un fattore antropologico. Qualsiasi misura precauzionale o preventiva la sapienza umana possa mettere in atto per assicurare un’integrità umana vigorosa, gli esseri umani sono fondamentalmente indifesi se consideriamo la vita nella sua essenza. Siamo tentati di afferrare e trattenere ciò che c’è dato. Eppure la paura del vuoto, della mancanza, dell’umiliazione si ripresenta, nei modi più inediti, favorendo in noi una risposta difensiva e auto protettiva, fonte di un’illusoria e momentanea rassicurazione, ma incapace di offrirci una reale sicurezza.
Quando si è consapevoli del proprio limite, perché segnati dalla sofferenza, dall’errore, dal male, dalla morte si pongono tante domande e si esigono precise risposte. L’uomo resta un mistero che si riesce a decifrare solo in piccola parte e con molta incertezza. Solo Dio può rivelare questo mistero, perché oltre ad illuminare il senso della vita sulla terra spiegando il perché della sofferenza, dell’errore e della morte, realizza in Cristo tutto l’umano.            
Ciò premesso, alla luce delle indicazioni del Consiglio Pontificio per la famiglia, vorrei sottolineare come nel contesto odierno, le problematiche familiari assumano proporzioni sempre più preoccupanti. Basti pensare alla triplice crisi del matrimonio, della natalità e dell’educazione.            
Il numero annuo dei divorzi (compresi i cosiddetti “divorzi grigi”) nell’Unione Europea è pari alla metà dei matrimoni, con enormi costi umani, sociali ed economici. Si moltiplicano le forme di convivenza (comples- sivamente sono più dei matrimoni): famiglie monoparentali (anche per scelta di molte donne che vogliono un figlio, ma non il marito), famiglie ricomposte (figli orfani perché hanno troppi genitori secondo Benedetto XVI), convivenze di fatto, convivenze omosessuali, convivenze intermittenti. Non manca chi considera la famiglia fondata sul matrimonio un residuo storico del passato e ne auspica la sparizione in un futuro non molto lontano.        
In Italia il 50% dei ragazzi è senza fratelli e i figli unici sono a rischio di fragilità psicologica e morale più di quelli che hanno fratelli. L’insufficienza dell’educazione è messa in risalto dalla larga diffusione tra i giovani di atteggiamenti negativi e devianze sociali. Molti di essi, anche se economicamente benestanti, crescono poveri di ideali e di speranze, spiritualmente vuoti, interessati solo al tifo sportivo, alle canzoni di successo, ai vestiti firmati, ai viaggi pubblicizzati, alle emozioni del sesso. Spesso, per uscire dalla noia e dall’insicurezza, si mettono in gruppo e diventano trasgressivi: bullismo, vandalismo, droga, rapine, stupri, delitti. I figli che crescono con un solo genitore hanno doppia probabilità di delinquere rispetto a quelli che vivono insieme con ambedue i genitori. Un quarto dei figli di genitori separati presenta problemi duraturi di equilibrio psichico, di rendimento scolastico e di adattamento sociale in misura doppia rispetto ai figli di genitori uniti, perché i bambini hanno un vitale bisogno di essere amati da genitori che si vogliono bene innanzitutto tra loro. In particolare, secondo gli psicologi, l’assenza della figura paterna durante l’infanzia e l’adolescenza dei figli li espone a narcisismo, mancanza del senso del limite, depressione, ansia, scarsa autostima, passività, rabbia, aggressività, violenza.             
Occorre trattare le questioni della famiglia a partire dalla prospettiva dei figli. Se si privilegiassero gli interessi e i diritti dei bambini, cambierebbe la percezione del divorzio, della procreazione artificiale, della pretesa all’adozione da parte di singles e coppie omosessuali, della corsa alla carriera professionale, dell’organizzazione del lavoro; si riscoprirebbe che la famiglia fondata sul matrimonio è davvero una risorsa per la società, un soggetto di interesse pubblico non equiparabile ad altre forme di convivenza di carattere privato.             
Particolare attenzione va data all’educazione dei bambini, degli adolescenti e dei giovani. Si tratta di educare all’amore cristiano in generale e all’amore coniugale in specie. Tale educazione comprende la trasmissione della dottrina e delle idee, il racconto delle storie esemplari, l’incontro con i modelli e le esperienze significative, l’esercizio pratico nella vita quotidiana, l’amicizia con Gesù, sorgente dell’autentico amore.  Amare è volere il vero bene degli altri con la stessa intensità con cui si vuole il proprio bene, anche con sacrificio. Possiamo essere veramente e pienamente felici solo insieme.    
Se già il dono unilaterale è gioia, ancora più grande è la gioia del dono reciproco, della dedizione reciproca al bene dell’altro. Questa è la pienezza della gioia, perché è la gioia della comunione, modo proprio di esistere e di vivere delle persone. Al contrario diventa un grave disordine morale ridurre il rapporto interpersonale alla sola dimensione utilitaria. La logica della gratuità, dell’amore e del dono è all’altezza della dignità umana. “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7, 12). La dinamica dell’amore spinge a cercare gli altri, per accrescere sia il proprio bene sia il loro. Si crea così reciprocità, collaborazione, valorizzazione di ognuno nel rispetto della sua singolarità e diversità, senza fusione e omologazione.       
Nell’egoismo ciascuno è spinto a muoversi in maniera individuale e autonoma, spesso nel solo perimetro del presente, in un relativismo che intacca i valori essenziali. La consonanza di sensazioni, infatti, di stati d’animo e di emozioni sembra più importante della condivisione di un progetto di vita. Anche le scelte di fondo allora diventano fragili, esposte a una perenne revocabilità, che spesso è ritenuta espressione di libertà, mentre ne segnala piuttosto la carenza.           
Non dimenticate che, per essere autentico, anche l’amore richiede un cammino di maturazione: a partire dall’attrazione iniziale e dal “sentirsi bene” con l’altro, è necessario educarsi a “volere bene” all’altro, a “volere il bene” dell’altro. A riguardo Romano Guardini afferma: «A dispetto di tutte le regole tratte dall’esperienza, degli scopi e degli ordinamenti, la persona deve sempre di nuovo ritornare a quella consapevolezza che non si esprime con affermazioni come: “questo bambino qui, in mezzo ad altri cinquanta”, bensì dice: “tu, bambino; unico nel tuo essere – di fronte a me”. Chi non è capace di agire così, è un allevatore di individui utilizzabili dallo Stato; è un addestratore di abili forze economiche, ma non un vero educatore di uomini» (Etica, Morcelliana, Brescia, 2001, 895). Ed è solo l’amore che fa guardare l’altro come unico nel suo essere. L’educazione è un affare del cuore (S. Giovanni Bosco). 

Suggerimenti evangelici per la famiglia cristiana
Uscire da se stessi, cercare gli altri, accogliere la loro alterità, sono dimensioni che radicano nell’amore la comunità familiare.         
I membri della famiglia si educano reciprocamente: i coniugi si educano l’un l’altro; i genitori educano i figli e anche i figli educano i genitori. Tuttavia è peculiare la responsabilità dei genitori nei confronti dei figli. Una buona relazione educativa comporta tenerezza e affetto, ragionevolezza e autorità. Il clima di amore e di fiducia, l’esempio e l’esperienza concreta, l’esercizio quotidiano conferiscono all’educazione familiare una speciale efficacia, che fa assimilare i valori, le norme, gli insegnamenti come esigenze vitali di crescita personale. I figli sono accompagnati a superare il narcisismo infantile, ad aprirsi agli altri, ad affrontare le sfide e le prove della vita, a sviluppare personalità equilibrate, solide e affidabili, costruttive e creative.          
La famiglia, nella misura in cui è unita e aperta, alimenta le cosiddette virtù sociali: il rispetto per la dignità di ogni persona, la fiducia in se stessi, negli altri e nelle istituzioni, la responsabilità per il bene proprio e degli altri, l’autocontrollo, la sincerità, la fedeltà, il perdono, la condivisione, la laboriosità, la collaborazione, la progettualità, la capacità di rischio, la sobrietà, la propensione al risparmio, la generosità verso i poveri, l’impegno fino al sacrificio e altre virtù preziose per la coesione e lo sviluppo della società.   
Capita spesso di incontrare genitori, felicemente sposati, le cui figlie/i in età da marito/moglie scelgono di convivere. «Adesso si usa così…», «Eppure da noi hanno avuto un esempio diverso!», «Cosa ci possiamo fare?». La domanda, scettica, rassegnata, o accorata a seconda dei casi, rimbalza dai genitori ai parroci agli educatori, spesso agli stessi giovani. L’amore richiede un cammino di maturazione: a partire dall’attrazione iniziale e dal “sentirsi bene” con l’altro, è necessario educarsi a “volere bene” all’altro, a “volere il bene” dell’altro. L’amore vive di gratuità, di sacrificio di sé, di perdono e di rispetto dell’altro.  
La vita nel matrimonio va accolta percorrendo una strada di conoscenza, di rispetto, di attenzioni che non si dove mai smarrire: solo a questa condizione il linguaggio dell’amore rimarrà significativo anche nello scorrere degli anni. Educarsi, poi, alla libertà della fedeltà, che porta a custodirsi reciprocamente, fino a vivere l’uno per l’altro. Ricordare con convinzione il “per sempre” che connota l’amore: l’indissolubilità, prima che una condizione, è un dono che va desiderato, chiesto e vissuto oggi giorno, oltre ogni mutevole situazione umana. La fedeltà e la continuità del volervi bene renderanno capaci di essere aperti alla vita, di essere genitori: la stabilità dell’unione nel sacramento del Matrimonio permetterà ai figli che Dio vorrà donare di crescere fiduciosi nella bontà della vita. Fedeltà, indissolubilità e trasmissione della vita sono i pilastri di ogni famiglia, vero bene comune, patrimonio prezioso per l’intera società.        
Eppure, il “per sempre” è una caratteristica inestirpabile del vero amore tra un uomo e una donna. Del resto non lo ritroviamo solo nella formula del rito religioso del matrimonio («Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre…»), ma ne rintracciamo un’eco anche nelle norme del Codice Civile (quando, a proposito di matrimonio, si parla di «obbligo reciproco alla fedeltà», art. 143). Non c’è nessuno al mondo che non desideri essere definitivamente amato per poter, a sua volta, amare definitivamente. La misura con cui il Creatore ha «tarato» il cuore dell’uomo è, infatti, l’infinito. Di fronte a coloro che amiamo di più sentiamo come profondamente ingiusta la parola fine: «Ama chi dice all’altro: “Tu non puoi morire”» (Gabriel Marcel).        
Il vero amore promette l’infinito. Ma se le cose stanno così, perché ci si sposa sempre di meno? È un problema di crescente individualismo, di maggior precarietà nelle relazioni affettive e di un preoccupante deficit di speranza. L’idea vincente, nella nostra società, è quella di libertà come assenza di legami. Si preferiscono rapporti corti a rapporti lunghi, non solo in chiave temporale ma anche di coinvolgimento personale. Il modello mercantile del contratto è elevato a paradigma di ogni relazione. Così alla logica del dono si sostituisce quella del calcolo, del do ut des. Eppure gli uomini sono in grado di lanciare i loro cuori oltre tutti i calcoli, per conquistare ciò che il cuore desidera. Ma il desiderio dell’uomo non può essere ingannato troppo a lungo impunemente. Se si vuole saziare la fame dell’uomo propinandogli in continuazione cibi stuzzicanti ma di scarso valore nutritivo, il suo desiderio languirà fino a spegnersi. Sarà - insistono i più disincantati - ma il mondo è cambiato. Nessuno accetta più di fare sacrifici. Senza impegno ci assicurano i venditori quando ci vogliono rifilare un prodotto. Senza impegno sembra essere diventata la massima aspirazione di molti giovani. Perché l’impegno mette paura. 
Sentite cosa dice a questo proposito Chesterton: «L’uomo che prende un impegno definitivo prende un appuntamento con se stesso in qualche momento o luogo distante. Il pericolo è che egli stesso non riesca a mantenerlo. E nei tempi moderni questo terrore di se stessi, della propria debolezza e mutabilità, è cresciuto pericolosamente, ed è questa la base effettiva dell’obiezione ai voti di qualsiasi genere». Facciamo come la volpe della favola di Esopo: siccome non riusciva a raggiungere l’uva, ci rinunciò dicendo che era acerba. In questo modo noi, insieme con l’ampiezza del desiderio, riduciamo la nostra umanità. Ma Gesù è venuto per salvarla. Cristo e la sua Chiesa fanno il tifo per la grandezza dell’uomo: per questo ci sono i sacramenti. Quello del matrimonio si fonda sull’incrollabile certezza di cui parla san Paolo: «Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona la porterà a compimento» (Fil 1,6). Lasciamo scorrere nella nostra mente i volti concreti di tante spose e di tanti sposi fedeli che il mondo giudica eroici, ma che sono semplicemente docili alla grazia del sacramento. Certo questo mette in conto il perdono, un altro «ingrediente» dell’amore tanto decisivo quanto sconosciuto. Chi non sa perdonare non ama. Perdonare significa aver solo pensieri buoni nei confronti dell’altro; significa portare l’altro. Ed è proprio questo che noi evitiamo; noi non portiamo l’altro, ma gli passiamo accanto e finiamo per assuefarci al suo silenzio.         
Ciò che conta è il portare l’altro in tutto, in tutte le sfaccettature del suo carattere, anche quelle difficili e sgradevoli, e tacere dei suoi torti e dei suoi peccati, anche quelli commessi contro di noi; portare e amare senza desistere: questo si avvicina al perdono» (D. Bonhoeffer, Memoria e fedeltà, Qiqajon, Magnano 1995, 94-98).      
Proviamo a chiederci se non ci sia nella nostra famiglia, qualcuno a cui non abbiamo perdonato il torto che ci ha fatto; qualcuno dal quale ci siamo allontanati pensando: «No, con questa persona non posso avere più niente in comune».      
Tante unioni oggi vanno in crisi di fronte alle prime difficoltà, perché tra i coniugi non c’è capacità di perdonarsi, di assolversi reciprocamente, di accettare i limiti dell’altro e riconoscere i propri. Eppure non possiamo solo considerarci creditori di perdono (sempre l’altro sbaglia verso di me), ma anche debitori. Passare, perciò, dal “ti perdono” al “perdonami”. Perdonare è una sorta di risurrezione permanente; è tornare a vivere nella serenità e nella pace, rassomigliando a Dio che non esaurisce mai l’amore verso di noi.   
Care famiglie, se cominciamo a gustare la bellezza del perdono nel nostro mondo familiare, saremo pronti a compiere gesti più coraggiosi, dove non ci saranno sdegno e indignazione ma coraggio della verità che libera e rasserena. Che fare, ad esempio, quando uno scopre di essere stato tradito dal coniuge? Perdonare o separarsi? E’ una questione troppo delicata. La persona deve scoprire in se stessa cosa fare. Però, con l’aiuto della grazia, ci sono esempi di vita in cui la parte offesa ha trovato, nell’amore per l’altro e nell’aiuto della preghiera, la forza di perdonare il coniuge che aveva sbagliato e che era pentito. Un matrimonio può sempre rinascere.        
Invece - come ammonisce S. Paolo - troppo spesso viviamo per noi stessi e desideriamo che gli altri vivano in vista del nostro vantaggio e per soddisfare i nostri bisogni. Talora facciamo fatica a riconoscere ai nostri familiari il diritto di vivere interamente la loro esistenza al cospetto non delle nostre attese ma di quelle ben più segrete di Dio, che è il Signore dei morti e dei vivi.         
Secondo il Siracide, il perdono non è possibile, se non a partire dalla memoria della morte: «Ricordati della tua fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti» (Sir 28,6-7). Infatti, rancore e ira sono possibili e durevoli solo se si pensa di avere un qualche diritto sulla vita dell’altro, come quel tale che dopo aver ricevuto misericordia prese il servo per il collo e lo soffocava. Se viviamo per noi stessi, necessariamente, avremo bisogno di soffocare il nostro fratello per il suo piccolo debito di cento denari e questo perché, in realtà, non siamo consci dei diecimila talenti che ci sono stati appena condonati… e ciò può avvenire ogni giorno.       
Ci sarà sempre la tendenza a pensare ai difetti degli altri, a ricordarsi del loro passato, a volerli diversi da come sono… Occorre far l’abitudine a vederli con occhio nuovo, accettandoli sempre, subito e fino in fondo, anche se non si pentono. Si dirà: «Ma ciò è difficile». Si capisce. Ma qui è il bello del cristianesimo. Non per nulla siamo alla sequela di Cristo che, sulla croce, ha chiesto perdono al Padre per coloro che gli avevano dato la morte, ed è risorto.
Nel perdono noi incontriamo Cristo.        
Quando due o tre si guardano con verità, lì c’è Cristo.     
Quando un uomo dice a una donna: tu sei vita della mia vita, lì c’è Cristo.   
Quando un genitore e un figlio si ascoltano e dialogano con amore, lì c’è Cristo.  
Quando l’amico paga all’amico il debito del reciproco affetto, lì c’è Cristo, l’uomo perfetto, il fine della storia umana, gioia di ogni cuore, pienezza delle aspirazioni, forza che ti fa partire, energia che ti mette in cammino verso l’altro. Se tuo fratello commette una colpa, tu va… esci, prendi il sentiero, bussa alla porta del suo cuore. Non aver paura. Gesù è la via che conduce gli uni verso gli altri.          
La Vergine, Regina della famiglia, ci protegga e custodisca sempre.

+Vincenzo Pelvi
Arcivescovo

Data Inizio: 27/09/2011     Data Fine: