Carissimi,
nell’odierna parabola evangelica, vengono presentati due figli entrambi in contraddizione tra il dire e il fare. «Un uomo aveva due figli» (Mt 21,28). Si potrebbe dire aveva due cuori. Questi due figli sono il nostro cuore diviso, un cuore che dice sì e no, che si contraddice. Anche noi facciamo quello che non vorremmo e il bene che pure vorremmo fare non riusciamo a farlo. Il santo, invece, è colui che ha un cuore indiviso, unificato, pacifico, senza presunzione. Gaetano Errico ha ricevuto dai cuori di Gesù e i Maria un cuore integro.
Dove c’è il cuore lì respira la consolazione. È il segreto di don Gaetano. Da quando la lancia ha aperto il costato del Signore e ha trafitto l’animo della Madre, il mistero dell’Amore veicola il sollievo di annunciare la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi, la consolazione agli afflitti, la serenità ai sofferenti.
Ad imitazione del Cristo, don Gaetano imparò l’obbedienza dalle cose che soffrì. La passione gli tolse ogni dubbio e paura ed egli diventò il racconto di un abbraccio con tutto ciò che viveva. Insegnò, così, che la sofferenza si fa beatitudine; è nel pianto che si miete con giubilo e, mentre si lacera il cuore, non si smette di sperare. È la potenza dei cuori di Gesù e Maria.
Sull’esempio di colui dalle cui piaghe si è guariti, don Gaetano non si sottrasse al sudore e alle lacrime; anzi, condividendo il dolore suo e del popolo risolse il problema della sua ed altrui santificazione. La vocazione al servizio coincide sempre con la bellezza di trasformare nemici in amici, lupi in agnelli: ciò è di gradimento a Cristo, il quale ci ha lasciato un esempio, perché ne seguissimo le orme.
L’officium consolationis è il carisma di Gaetano Errico, un sacerdote servo del conforto da invocare ai piedi della Croce, unitamente alla Vergine Addolorata. Consolare è stare con chi è solo, dando la mano a chi porta la croce, come fece il cireneo dopo una giornata di duro lavoro. È costitutiva, allora, della vita di Gaetano Errico l’arte della consolazione. Questa dimensione balsamica nutre ogni parola e gesto di don Gaetano, il quale apriva la porta dei cuori induriti e, esperto in umanità, come vero padre si distingueva per spirito di carità e sollecitudine, specie verso gli ultimi, a cui nessuno dava ascolto.
Il suo fu un ministero caratterizzato dalla capacità di accorgersi di una umanità stanca, desiderosa di impulsi propositivi e semi di risurrezione. Di qui il risveglio per le piccole cose, per la qualità dei rapporti interpersonali in grado di ricostruire la gioia nel profondo della coscienza, perché l’animo non si lasciasse invadere dalla metastasi della disperazione. È la soave legge della carità pastorale, che trova la sua sorgente nella gioia della Confessione sacramentale: «Andate – ripeteva per le strade di Secondigliano – tra le braccia del Padre, dichiarandovi colpevoli e quel Dio di bontà e di misericordia ricchissimo, non vi scaccerà dalla sua faccia e dalla sua presenza… Allegramente, peccatori, allegramente voi tutti che avete perduto la stola dell’innocenza. Ricorrete ai piedi di Dio e sicuramente riceverete il perdono, mediante il prezzo del Preziosissimo Sangue di Cristo, per il ministero dei sacerdoti». Sapeva bene che se il peccatore si converte e compie ciò che è retto e giusto, vivrà e non morirà.
La strada ed il confessionale divennero, in realtà, i due luoghi privilegiati dell’azione pastorale di Gaetano Errico. La strada gli permise di incontrare l’uomo, al quale rivolgeva il suo abituale invito: «Gesù ti vuole bene. Quando ci vedremo?» e il confessionale divenne via provvidenziale di riconciliazione del peccatore con il Padre. Ogni sguardo alla persona aveva un’unica finalità: portare il peccatore alla fonte del cuore di Cristo con l’aiuto del cuore di Maria. Fu sempre convinto, infatti, che la storia dell’uomo si gioca nel cuore e che non poteva esserci un posto più idoneo del confessionale, dove l’uomo, sentendosi al sicuro, è disposto a mostrare le ferite dell’animo ed imparare la scienza del perdono, ottenere un cuore docile e rappacificato, senza lotta interiore. Nel pentimento noi vediamo noi stessi nella contraddizione con noi stessi.
Se Gaetano Errico fu il padre, l’amico, il confidente dei suoi conterranei, questo avvenne per la sua disponibilità nel servizio di sollievo senza limiti. Attraverso la sua carità la gente poté conoscere l’ardentissimo amore dei sacri cuori di Gesù e di Maria.
Gaetano Errico in vita unì la parola all’azione. La sua diventò la casa della provvidenza, dove i poveri si sentirono accolti e non ne partirono mai a mani vuote ed i signori di una volta sono presentati come amici di famiglia. E poi i malati che non potevano comprare le medicine, i lavoratori, senza gli arnesi del mestiere, la famiglia che non poteva pagare il fitto di casa o saldare il debito con il fornitore, la ragazza in pericolo che cercava un lavoro onesto per sfuggire al ricatto di offerenti disonesti. E l’elenco potrebbe continuare, perché don Gaetano non difettava di fantasia, siccome aveva imparato a vedere nel povero il Cristo: tutto ciò, perché appoggiava il suo volto sul petto eucaristico, sul cuore del Salvatore.
Questo rapporto privilegiato di cuore a cuore anima l’apostolato, incenerendolo nell’ardente fornace di carità. Dio mi ama: è, fra tutte, la verità più consolante e quella che deve avere conseguenze pratiche nella vita cristiana. Il nostro santo divenne padre tra i fedeli e si comportò come colui che serve. Dio è amore, e per questo ha assunto la condizione di servo per portare l’uomo alla piena comunione con lui.
Chi è il più grande si deve fare come il più piccolo, e colui che governa, come colui che serve (cfr. Lc 22,26-27). Aveva compreso Gaetano Errico che, per il cristiano, l’unica ascesa legittima è la Croce. È l’altura interiore che dobbiamo scalare. Solo così si sviluppa la speranza; dando tutti la mano al Signore, stringiamo l’uno la mano all’altro in una circolarità di compassione e solidarietà.
«Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un concreto amore al prossimo» (Deus caritas est, 28b). In questa arca preziosissima del cuore di Gesù e di Maria, Gaetano Errico trova la pienezza della sua carità pastorale, dono preziosissimo dello Spirito di Cristo, che gli ha ispirato la fortezza eroica nel predicare e testimoniare la verità del Vangelo. Perciò ai
suoi missionari diceva di «andare a missionare per la diocesi ed ovunque Dio li chiamerà, specialmente dove né parroci né sindaci ensano ad una missione per salvare le anime». Essi «militeranno sotto il vessillo glorioso dei sacri Cuori di Gesù e di Maria, consacrare fatiche, studi, stenti e la vita stessa, per far conoscere ai popoli tutti l’ardentissimo amore dei sacri cuori verso di loro, e per accendere nei loro cuori il fuoco del divino amore, al qual fine si indirizzano tutte le opere dell’apostolico ministero».
Di qui l’incoraggiamento pressante: «Se vengono anime piene di gravi colpe, animatele a rialzarsi, datele confidenza, ditele che il Signore le perdonerà tutte, se di cuore se ne pentono (…) sempre Dio, che non vuole la morte del peccatore, è più misericordioso di noi suoi ministri, perciò siate misericordiosi quanto potete esserlo, perché troverete misericordia presso Dio». Per questo alto magistero di vita, Dio ha esaltato don aetano e gli ha dato, in Cristo, un nome che è al di sopra di ogni altro nome.
Abbiamo, allora, in Gaetano Errico un modello a cui rivolgere il nostro cuore diviso dal Maligno per lasciarlo incenerire nel cuore aperto del Crocifisso. La Sua intercessione ci conceda di avere tra noi un unico cuore, di adempiere in ogni cosa la volontà di Dio, per essere trovati conformi al cuore di Gesù e di Maria.