Nella comunità la carità

Lectio biblica al convegno nazionale dei cappellani militari - Assisi, 13 ottobre 2011

Luogo:

Predicatore:

Lectio biblica su Efesini 2,1-11

Preghiera
«Amorosissimo Gesù, dammi la tua grazia, perché “sia operante in me” (Sap. 9,10) e in me rimanga sino alla fine. Dammi di desiderare e di volere ciò che più ti è gradito, e più ti piace. La tua volontà sia la mia volontà; che io la segua e che ad essa mi conformi pienamente; che io abbia un solo volere e non volere con te; che io possa desiderare o non desiderare soltanto quello che tu desideri e non desideri.
Dammi di morire a tutte le cose del mondo; fammi amare di essere disprezzato per causa tua, e di essere dimenticato in questo mondo.
Fammi bramare sopra ogni altra cosa di avere riposo in te, e di trovare in te la pace del cuore.
Tu sei la vera pace interiore, tu sei il solo riposo; fuori di te ogni cosa è aspra e tormentosa. “In questa pace, nella pace vera, cioè in te, unico, sommo, eterno bene, avrò riposo e quiete” (Sal 4,9). Amen» . 

Introduzione
Paolo esorta la comunità di Filippi alla comunione fraterna, indirizzando una forte esortazione, fondata su un inno cristologico estremamente significativo (Fil 2,6-11). Quando la comunione è minacciata, Paolo predica lo scandalo dell’incarnazione e della morte in croce di Cristo Gesù. L’apostolo invita i cristiani a non svuotare il mistero della croce con un comportamento quotidiano di conflitti e divisioni (Fil 2,2), di rivalità, vanagloria, di orgoglio con la pretesa di essere superiori agli altri (Fil 2,3). Con l’esperienza della consolazione di Cristo, del conforto che viene dalla carità, della comunione spirituale, del bene della compassione (Fil 2,1) potranno rendere la vita conforme al sentire di Gesù Cristo con gesti di umile sottomissione e di servizio ai fratelli, riempiendo di gioia il cuore di Paolo.

Lettura
Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito,
se ci sono sentimenti di amore e di compassione,
rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria,
ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli  stessi sentimenti  di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
 facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Meditazione 
L’inno cristologico, così chiamato a causa del contenuto e della sua forma letteraria poetica, si presenta come una composizione abbastanza autonoma all’interno della Lettera. Attualmente è diffusa l’opinione secondo cui Paolo, pur facendo uso dell’inno, non ne sarebbe direttamente l’autore. Esso sarebbe perciò una di quelle composizioni preesistenti, di origine liturgica, disseminate nell’epistolario paolino (per es. Col 1,15-20; Ef 2,14-16; 1 Tm 3,16; Eb 1,3; 1Pt 3,18-22).         
L’inno, che si divide in due parti, umiliazione di Cristo (vv. 6-8) e sua esaltazione (vv. 9-11), narra il sentire di Cristo che i cristiani di Filippi sono chiamati a riascoltare e rimettere al centro della vita personale e comunitaria. Avere i medesimi sentimenti non allude a un sentire intellettuale, bensì a quella mozione interiore che implica la partecipazione dell’essere umano con tutto il suo spessore affettivo. L’etica cristiana non si nutre di precetti e comandi, di prescrizioni e proibizioni, ma si fonda sulla partecipazione per fede al sentire di Cristo Gesù, il Signore, e alla sua vita.
Cristo Gesù nella sua preesistenza, quale Figlio eterno di Dio, condivideva la pienezza della divinità, aveva un’esistenza gloriosa, immortale, poiché era Dio. Ebbene, pur partecipando di questa esistenza gloriosa, Cristo «non ritenne un privilegio l’essere come Dio» (Fil 2,6b). Cristo non ha cercato di carpire l’uguaglianza con Dio né di conservarla gelosamente per se stesso, ma si è abbassato per rendere l’umanità partecipe della vita divina.  
L’inizio del percorso di incarnazione è espresso dal verbo svuotare, utilizzato in riferimento a una realtà che si spoglia di tutto ciò che è sua prerogativa, che abbandona tutti gli attributi che la contraddistinguono. L’incarnazione inizia dunque con una spoliazione, primo passo per ristabilire, nell’uomo Gesù di Nazaret, la piena alleanza tra Dio e l’uomo (cfr. 2Cor 5,21 e 2Cor 8,9). 
Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo peccatori, Cristo è morto per noi... mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo (Rm 5,8.10).  

L’abbassamento
La seconda strofa dell’inno ci introduce alla piena contemplazione dell’incarnazione: il Figlio, svuotandosi della forma di Dio per assumere la forma del servo, viene nel mondo, si fa uomo, pienamente riconoscibile come tale. Come ricorda Ilario di Poitiers: «L’immagine del Dio invisibile non ha rifiutato l’umiliazione d’aver cominciato come un piccolo d’uomo e, attraverso il concepimento, il parto, i vagiti d’infante, la culla, è passato attraverso tutte le miserie della nostra natura» (La Trinità 2,24).  
Finitudine fisica, psicologica, finitudine interiore: caratteristiche di ogni uomo, lo sono state anche di Gesù. Humanissimus, amavano definire i padri monastici medievali questo Cristo Gesù venuto nella carne in mezzo a noi; ed è proprio per aver conosciuto dall’interno la nostra condizione umana, che egli «può venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18); è per essersi sottomesso, in piena obbedienza, alla nostra umanità, che egli «è divenuto causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,9).  
Cristo umiliò se stesso facendosi obbediente (Fil 2,8a). Quest’atteggiamento di ascolto obbediente pone a ciascuno un’alternativa radicale: essere obbedienti in Cristo. E se obbedienza e fede sono assolutamente immanenti l’una all’altra, ciò si applica puntualmente anche al cammino umano di Gesù. Colui che si è fatto obbediente fino alla morte in croce e in questo cammino ha portato a compimento la sua fede e si è rivelato onnipotente nella compassione e nella misericordia.

L’esaltazione 
«L’amore è forte come la morte» (Ct 8,6) Dio interviene in risposta alla kénosis del Figlio: «Per questo lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome».
È un’esaltazione che comporta anche il dono di un nome nuovo, al di sopra di ogni altro nome. Chi si è fatto bassissimo ora è l’Altissimo per l’azione di Dio che è intervenuto, concedendogli una gloria, risultato dello svuotamento, frutto dell’obbedienza in piena libertà, per amore di Dio e degli uomini.  
Tutto questo è completato dalle affermazioni dell’ultima strofa dell’inno (cfr. Fil 2,10-11). Il Padre non si limita a reintegrare Cristo Gesù in quella «forma di Dio» di cui si era svuotato, ma gli conferisce anche il Nome che è al di sopra di ogni altro nome, a cui ogni essere del cielo, della terra e degli inferi si sottomette. Nel Nome di Gesù si piega ogni ginocchio e gli uomini possono essere salvati (cfr. At 2,21; 4,12).  

Contemplazione
Fra le lettere paoline, quella ai Filippesi è la più calda, commossa e affettuosa. È una conversazione tra padre e figli, fatta più con il cuore che con le parole, da cui si irradia un senso di serenità e di gioia che si comunica irresistibilmente anche al lettore moderno.
«Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil. 2,1-4).  
L’apostolo tocca le corde del sentimento per indurre i suoi cristiani alla carità. Tante cose egli ama che potrebbero dare gioia al suo spirito, ma nessuna gliene darà tanta quanto il conoscere che i suoi figli sono uniti fra loro, con vero spirito di fraternità, attorno all’unica verità del Vangelo. Il peccato più grande è isolarsi dagli altri per affermare una nostra verità, o una nostra interpretazione della verità evangelica. Ciò significa che, sia pure inconsapevolmente, riduciamo il Vangelo a un’invenzione umana o a un’acquisizione di questo mondo che, proprio per la sua limitatezza, può venire anche contestata da altri. Il Vangelo, invece, è tutto ed esclusivo dono di Dio.       
Ma i doni non possono essere sciupati o ridimensionati secondo i gusti soggettivi, che sono sempre affermazione egoistica di una nostra pretesa superiorità di fronte alla verità e dinanzi ai fratelli che quella verità vivono in una forma più semplice e spontanea, meno artefatta e individualistica.
San Paolo, però, non si limita a enunciare il dovere dei cristiani di possedere la stessa carità e nutrire i medesimi sentimenti, ma suggerisce anche come via per crescere nella comunione l’umiltà dello spirito e la purificazione da una mentalità di vantaggio egoistico.
L’umiltà dello spirito, prima di tutto. Solo a condizione di sentirci, peccatori tra i peccatori, piccoli fra i piccoli, bisognosi tra i bisognosi, alla ricerca di una verità che nessuno possiede intera ma che il Signore pone a disposizione di tutti, potremo accostare gli altri con amore.
L’amore vero non sopporta di restare semplice intenzione o parola, ma si fa gesto e opera, qualcosa che si tocca e si vede. E non si arresta neppure dinanzi al semplice aiuto, perché si fa accoglienza. La differenza è grande: l’aiuto raggiunge i bisogni dell’uomo, l’accoglienza raggiunge la persona. Così fu la carità di Gesù, specchio trasparente di quella di Dio. Al peccatore e all’ammalato Gesù non ha offerto solo il perdono o la salute, ma la vicinanza. E difatti non ha guarito il lebbroso a distanza, ma lo ha toccato. E non solo ha perdonato i peccatori, ma ha mangiato con loro.       
Se porgi un pezzo di pane, sulla porta di casa, a un povero che ha fame, lo hai forse aiutato, ma non l’hai accolto. Se invece lo fai entrare in casa, lo accogli. Di fronte al bisognoso non devi fermarti all’aiuto; devi farlo entrare nella tua vita, dargli spazio nella tua casa, nella tua comunità. Questa è la differenza tra aiutare e amare. Solo il secondo è annuncio del vangelo che esige la testimonianza di una vita bella senza cercare il proprio interesse, ma quello degli altri.          
Anche altrove l’apostolo ricorda: «Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello degli altri» (1 Cor. 10,24) e nella Lettera ai Romani ribadisce: «Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi» (15,1). La tentazione più comune è porsi al centro; vorremmo sempre ricevere, senza mai dare: pretendere dagli altri, ma agli altri ben poco pensiamo o doniamo.
E’ l’egoismo più sordido, perché mascherato di carità quello che punta alla riconoscenza, al plauso, all’ammirazione. Non siamo capaci di dare perdendo e perciò tutto è calcolato e misurato sul nostro agire e sul nostro pensare. Soltanto se sapremo spogliarci di ciò che è nostro per rivestirci delle debolezze e delle infermità dei fratelli, avremo attuato l’esigenza più alta della carità, che è assunzione del debole da parte di chi è forte, dell’ignorante da parte di chi è dotto, del peccatore da parte di chi è santo, del cieco da parte di chi vede, del povero da parte di chi è ricco: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù » (Fil 2,5).
Ognuno, in qualche modo, deve rendere conto di tutti e tutti di ciascuno. Cristo per noi si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Si è fatto giustificazione per ciascuno e per tutti. C’è, dunque, un primato dell’amore da testimoniare: primato dell’amore sulla legge, primato dell’amore su ogni ascesi, primato dell’amore su ogni richiamo cultuale o semplicemente religioso, il primato del dono dello Spirito Santo, che è il primato della persona, tempio dello Spirito Santo entro cui si consuma ogni patto di amore. 
Con Paolo oso esortarvi: rendete piena la mia gioia con l’essere saldamente uniti in Cristo. La Chiesa Ordinariato supererà le grandi sfide del presente e del futuro se rimarrà lievito di unità, tenendo alta la fiaccola di una fede umile e laboriosa.  
L’esistenza cristiana è una pro-esistenza: un esserci per l’altro, un impegno umile per il prossimo e per il bene comune. L’umiltà è una virtù che nel mondo di oggi e, in genere, di tutti i tempi, non gode di grande stima. Ma i discepoli del Signore sanno che questa virtù è, per così dire, l’olio che rende fecondi i processi di dialogo, possibile la collaborazione e cordiale la comunione. Humilitas, la parola latina per “umiltà”, ha a che fare con humus, cioè con l’aderenza alla terra, alla realtà. Le persone umili stanno con ambedue i piedi sulla terra, ma soprattutto ascoltano Cristo che ha insegnato: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Che cosa ha fatto Gesù per essere e dirsi umile? Una cosa semplicissima: si è annientato. 
Vista in questo specchio che è Gesù, l’umiltà ci appare non una questione di sentimento, ma di fatti e gesti concreti; non una questione di parole e azioni. L’umiltà è la disponibilità a scendere, farsi piccoli e servire i fratelli. E tutto per amore, non per altri scopi. Quando l’Apostolo dice che la carità «non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto...» (cfr. 1 Cor 13,4), ricorda che la carità è umile e l’umiltà è caritatevole.

Preghiera
«Mio Dio, due uomini in me s’affrontano in guerra crudele.
Il primo, per te pieno d’amore, seguirti fedelmente vuole.
Il secondo, ribelle al tuo volere, contro la tua legge si schiera.
Spirituale, l’uno mi vuole tutto al cielo volto per sempre,
ai beni eterni sol proteso, incurante di quelli terreni.
L’altro alla terra mi tiene ricurvo, col suo peso funesto.
Me infelice, in guerra con me stesso,  
dove mai potrò trovar pace?  
Voglio il bene, lo so, e non lo faccio.  
Lo voglio, ed ecco, estrema miseria,  
quello che amo non compio,  
bensì il male che mi fa orrore.  
O grazia, o raggio di salvezza,  
vieni ad accordarmi con me stesso! 
Padroneggia con la tua dolcezza  
quest’uomo che tanto ti contraria» .  

 +Vincenzo Pelvi

Data Inizio: 13/10/2011     Data Fine:

Riferimenti

Annuncio del Vangelo e testimonianza della carità

Tipologia: Convegni dei cappellani

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