La carità è il cuore del Vangelo, sia perché costituisce l’evento e il contenuto centrale della rivelazione di Dio in Gesù Cristo, sia perché la fede, come libera e coinvolgente accoglienza di questa rivelazione, è carità e nella carità trova la sua pienezza. Vi è unità indissolubile tra testimonianza della carità ed evangelizzazione.
Riprendendo i precedenti convegni sulla Parola e la preghiera, possiamo dire che l’evangelizzazione che non si centra sulla carità è indebolita e che l’ascolto se non diventa vissuto di carità è vuoto, così come la celebrazione che non porta a conformarsi a Gesù Cristo resta emotiva e rituale.
Ne scaturisce di conseguenza il tema del nostro Incontro: Annuncio del vangelo e testimonianza della carità. Vangelo e carità sono due parole importanti che vanno tenute insieme, precisandole. Vangelo della carità indica che la carità è il contenuto del vangelo. Ma quando la carità può dirsi vangelo che dà senso alla vita? Il vangelo è la carità di Dio, non la nostra. Il nostro amore è vangelo a patto che lasci trasparire l’amore di Dio. Perché gli uomini cercano l’amore del Signore, non semplicemente il nostro, che diventa significativo solo quando manifesta la carità divina.
All’inizio dell’essere cristiano - afferma Benedetto XVI - non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva .
Questa è l’essenza della vita cristiana: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze e il prossimo come se stessi. E siccome il Signore ci viene incontro amandoci, la carità per un cristiano non è più un comandamento, ma è la risposta di amore al dono dell’amore.
Il vangelo della carità
Il vangelo della carità comincia a emergere quando toccati e portati dal «gusto del Signore» (1Pt 2, 3) cresciamo nel sì a Dio.
In questo sta l’amore. Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi per primo (cfr. 1 Gv 4, 10). La carità nasce in quest’iniziativa, che rende capaci di lasciarsi amare e protendersi in amore nei confronti di Dio, di se stessi, della realtà.
Proprio dell’amore non è l’essere ricevuto ma effondersi, comunicarsi; per questa dinamica, l’amore di Dio in Gesù Cristo si irradia nel mondo attraverso coloro che hanno udito, visto, contemplato, toccato il Verbo della vita.
Per amare non è necessario sapere se gli altri vivono di amore, è sufficiente essere fedeli all’amore in cui siamo stati amati.
L’amore nei confronti dell’essere da cui deriva è accoglienza, consenso, coinvolgimento, sorpresa, ammirazione, docilità, imitazione; verso coloro su cui si effonde, è iniziativa, sollecitudine, misericordia. Quando l’amore si imbatte nella resistenza dell’essere amato, diventa fonte di sofferenza per il male che la persona si fa nel sottrarsi alla comunione in cui è se stessa e in cui può sperimentare la gioia piena. Questa consapevolezza non paralizza il dinamismo dell’amore, lo potenzia, lo fa convergere verso iniziative di misericordia che incarnano la decisione di donare la vita per il bene dell’essere amato, desiderando Dio e tutto ciò che Egli vuole.
Diventare prossimo, crescere nella compassione, portare gli unì i pesi degli altri è adempiere la sua legge: «Io vi ho dato l’esempio; come ho fatto io, fate anche voi» (Gv 13, 15, 1Pt 2.21). Le persone da sole non possono né riparare né accrescere il bene. Più si uniscono a Gesù Cristo, più questa fedeltà le porta a diventare povere della povertà radicale, che trattiene dal disporre degli altri, dal sentirsene padroni. Si tratta, allora, di vincere il divario tanto nocivo tra carità annunziata e carità vissuta, tra le persone che quotidianamente sperimentiamo di essere e quelle che la vocazione ci propone di diventare.
Chi ama non vive senza conflitti, ma non si lascia paralizzare da essi.
Le situazioni negative della vita sono come il compito che Dio chiede di svolgere per esercitarsi e crescere nell’amore. Come la luce, la carità fa risplendere ogni colore nella sua bellezza; da essa prendono vita tutte le virtù.
L’Eucaristia tra Vangelo e carità
La carità è un cammino mai concluso e trova alimento e forza soprattutto nell’Eucarestia. Celebra veramente l’Eucarestia chi decide di viverla e viverla significa uniformare gradualmente se stessi al cuore di Cristo che muove ad amare i fratelli come li ha amati lui, curvandosi a lavarne i piedi.
«Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv. 6, 51). Queste parole Queste parole del Signore rivelano l’intima compassione che Egli ha per ogni persona. Al tempo stesso, Gesù fa di noi testimoni della compassione di Dio per ogni fratello e sorella. Nasce così intorno al mistero eucaristico il servizio della carità nei confronti del prossimo, che consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall’intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest’altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. In tal modo riconosco, nelle persone che avvicino, fratelli e sorelle per i quali il Signore ha dato la sua vita amandoli «fino alla fine» (Gv. 13, 1). Di conseguenza, l’Eucarestia spinge ogni credente in Lui a farsi “pane spezzato” per gli altri, e dunque a impegnarsi per un mondo più giusto e fraterno (cfr. Benedetto XVI).
Chi vive nella logica di salvare la propria vita senza gli altri, prima o poi vivrà contro gli altri e a scapito degli altri. Una comunità cristiana e ogni singolo cristiano non possono vivere in vista di un proprio progetto senza sottomettersi a una logica di comunione, che è quella del corpo per voi, l’esatto contrario della logica del corpo per me. La carità ha struttura eucaristica. L’Eucaristia è la più alta espressione dell’amore di Gesù per noi e per il Padre, rende uniti a Cristo e in Cristo ci fa amare nel suo amore. In Lui anche i nostri amori imperfetti diventano capaci di ubbidire al Padre e attuarne il disegno. Ricevere l’Eucaristia è consentire ad amare come Gesù ama ed essere uniti così come i tanti grappoli d’uva che fanno il vino, le tante spighe che formano il pane, i beni che, assunti e offerti, diventano segno sacramentale della presenza di Gesù. L’ostacolo principale all’Eucaristia è la resistenza a diventare e vivere in carità, così come la vita in carità ne costituisce il frutto più autentico.
La perfezione della carità
Se la carità è la sintesi della vita morale del credente, nessun cristiano può esimersi dal praticarla, neppure coloro che appartengono alle forze armate. Solo l’anelito alla santità, mediante l’esercizio della carità, dà valore e perfeziona l’impegno dei militari e il servizi di sicurezza e concordia reso alla famiglia umana.
L’Ordinariato militare ha, dunque, una sua specifica missione: essere palestra
di formazione, luogo di apostolato, scuola di santità, perché i militari riscoprano, in modo sempre più consapevole la chiamata “alla perfezione della carità”. Mi riferisco, in particolare, ai giovani militari, che vanno aiutati ad assumere maggiore coscienza dell’importanza della loro formazione, in vista degli impegni che dovranno assumere, degli ideali più alti per i quali vale la pena soffrire e lottare. I nostri militari andranno sempre più educati a spargere semi del vangelo della carità, la buona notizia che Dio ama come e più di un padre.
Il vangelo della carità, aiuta a scoprire dei “varchi” nelle esperienze umane del limite. Si sente dire e forse anche noi diciamo tante volte: è facile amare quando si sta bene, quando tutto fila liscio. Eppure non c’è sofferenza grandissima che un grandissimo amore non possa vincere. Per tanto tempo di fronte ai gesti estremi, forse visti compiere accanto ai morenti, come chiudere gli occhi ancora spalancati, le labbra, congiungere le mani, baciare il volto già freddo e irrigidito, pur considerandoli espressione di una grande pietas, si prova in genere una sorta di disagio. Ma in un contesto di fede genuina, quei gesti rivelano un senso straordinario, si rivelano come espressioni di amore, dichiarazioni che attestano una certezza: soffro perché tu non mi sei più accanto, ma neppure la morte può separarci. Il nostro amore è più forte della morte. La realtà della separazione, il distacco, di per sé spalancato sulla solitudine, è superato dalla comunione dell’amore.
Certo la vita militare con i suoi obiettivi che comportano l’uso della forza, sia pure in casi estremi e solo per la difesa personale o delle istituzioni, sembrerebbe rendere problematica la possibilità di vivere il vangelo della carità e quindi di tendere realmente alla perfezione. Partiamo dalla recente esperienza bellica nei teatri operativi esteri. Ci sono due modi di utilizzo delle forze armate. Da un lato gli interventi con la loro potenza di distruzione e di morte; dall’altro imponenti corpi militari dispiegati per il servizio dei profughi in opere umanitarie. Quali di questi militari possono realizzare l’ideale evangelico della carità? E’ troppo facile esaltare i secondi e additarli come ministri di solidarietà e dunque di carità. Ma e i primi sono davvero fuori da una condizione cristianamente valida e quindi esclusi dalla chiamata a testimoniare il vangelo della carità?
«Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). La vita la si può donare col martirio e la si offre anche accettando, per amore, il tormento di una condizione fatta di incertezza e disponibilità. Sono i rischi di una professione, scelta o almeno accettata, che si qualifica nel compito di difendere la giustizia e la libertà contribuendo alla serenità e alla pace del mondo intero. «La pace, disse Papa Wojtyla parlando a diecimila militari, va costruita giorno per giorno, nelle coscienze e nei rapporti interpersonali: la pace va anche difesa perché nella visione cristiana, la vita trova la sua giustificazione ultima nel precetto evangelico dell’amore. E’ per l’amore del prossimo, dei propri cari, dei più deboli e indifesi, come delle tradizioni e dei valori spirituali di un popolo, che bisogna accettare di sacrificarsi, di lottare, di dare anche la propria vita, se fosse necessario. Per superare i rischi di possibili travolgimenti a favore di egoismi nazionali o di gruppi, come la storia ampiamente insegna, il Concilio Vaticano Il ha auspicato e propugnato una autorità mondiale, fondata sul consenso dei popoli e dotata di mezzi efficaci per fare rispettare la giustizia e la verità» (2 aprile 1989).
Forma squisita di carità è rinunciare al proprio interesse. Quello che abitualmente capita nella vita militare, dove sono la vita e la sicurezza degli altri a dover prevalere. E’ carità donare qualcosa di noi; quanto più la nostra vita? Ma non c’è contraddizione tra il dovere di ostacolare l’aggressore e il precetto dell’amore del nemico chiaramente espresso dal Vangelo: «Amate coloro che vi odiano; fate del bene a quelli che vi perseguitano» (Mt 5,44). «Il vero cristiano non usa che i mezzi necessari alla difesa della propria causa, e non cerca di far del male per vendicarsi o per soddisfare il proprio odio, non fa del male che per difendere Dio, la patria, la famiglia, e lo fa a malincuore, perché è necessario. Così cessa di far del male al nemico, appena questo male non è indispensabile alla difesa della sua causa. La civiltà cristiana ha introdotto nelle guerre uno spirito di umanità che s’ispira a questo concetto e che ispira il diritto internazionale contemporaneo. L’idea che non si possono uccidere feriti, da raccogliere e curare, quelli del nemico, come i propri, è sconosciuta al paganesimo. La difesa esige che metta il nemico fuori combattimento. Appena il risultato è ottenuto, egli diventa un prossimo che si deve assistere, e la morale della guerra impone che si faccia di tutto per assisterlo, curarlo, e, se muore, seppellirlo con onore, come i propri connazionali» .
Se c’è una peculiarità da sviluppare nella spiritualità dei militari, questa è l’educazione alla pace come forma specifica della carità.
Nella carità, la pace
Il vangelo della carità comporta il coraggio di assumere un nuovo stile, che implica il passaggio dall’indifferenza all’interessamento per l’altro e dal rifiuto alla sua accoglienza: gli altri non sono concorrenti da cui difenderci, ma fratelli e sorelle con cui essere solidali; sono da amare per se stessi; ci arricchiscono con la loro presenza. Desidero richiamare l’amore con cui le nostre Forze armate soccorrono le vittime dei terremoti e delle alluvioni, come pure i profughi, mettendo a disposizione dei più deboli umanità, coraggio e competenza. Penso all’esercizio della carità in chi impegnato a disinnescare mine, con personale rischio e pericolo, nelle zone che sono state teatro di guerra, come pure al militare che pattuglia città e territori affinché i fratelli non si uccidano fra di loro. Vi sono tanti uomini e donne in divisa pieni di fede in Gesù, che amano la verità, che vogliono promuovere la pace e si impegnano da veri discepoli di Cristo a servire la Patria favorendo la promozione dei fondamentali diritti umani dei popoli.
In realtà, la dimensione del dono rende operatori di pace in un contesto di progresso umano. E, allora, in un mondo precario e violento che ci siamo costruiti, cosa dobbiamo dire, o piuttosto, fare? Prima di tutto, osar dire che le ingiustizie, le malattie, le guerre non sono una fatalità. Sono la conseguenza dei nostri egoismi personali e collettivi, della nostra ignoranza, dei nostri errori non riconosciuti, della nostra incapacità di trarre insegnamento dalle esperienze positive e negative del passato. Noi credenti non crediamo alla fatalità della storia, non crediamo che l’uomo sia fondamentalmente cattivo. Confidiamo nell’uomo perché sappiamo che Dio gli ha dato un’intelligenza e un cuore e col suo aiuto può, anzi dev’essere, protagonista di un mondo migliore.
Un credente non può essere indifferente di fronte all’uomo che soffre o è vittima di uno che è più forte di lui. Si parla del diritto d’ingerenza umanitaria, cioè non abbiamo diritto all’indifferenza. L’educazione alla carità comincia nella famiglia e nella scuola, dove fin da bambini s’impara a guardare con benevolenza i compagni e i membri della famiglia, a condividere i beni materiali, culturali e spirituali, ad accogliere chi passa davanti alla porta di casa. Quest’educazione alla carità è la migliore strategia per assicurare la tranquillità e l’armonia del domani. Quando invece del rancore, offro il perdono; quando invece della morte offro la vita; quando, invece del mio io, offro Dio si realizza il vangelo della carità. Vogliamo davvero la pace? Se rispondiamo in modo affermativo, allora dobbiamo necessariamente cambiare qualcosa nella nostra vita; compiendo gesti di attenzione e riconciliazione, di solidarietà nelle nostre famiglie e nella comunità umana. Impariamo una cosa molto semplice: impariamo a guardare con bontà chi ci sta intorno, ad ascoltare più che a parlare, a far crescere più che a correggere.
Faremo crescere una cultura della solidarietà e della compassione, che orienti nuovi comportamenti, modifichi le mentalità, animi incisive politiche sociali, alimenti la formazione e l’educazione delle giovani generazioni alla coscienza nazionale, europea e mondiale.
Lo stile del vangelo della carità
Quale carità la chiesa è chiamata a vivere nel mondo militare? E’ possibile qualificare la carità con diverse dimensioni che rivelano il nostro esserci.
Innanzitutto la carità spirituale, che non è necessariamente legata a un impegno concreto e visibile a favore dei fratelli. E’ invece molto attenta alle loro esigenze profonde, ai mali della società, alle catene che impediscono all’uomo di vivere libero e di crescere. Essa invoca l’attenzione al disagio dei alcuni nostri amici per offrire una presenza capace di rispondere al bisogno di senso che talvolta pervade la vita. Ovunque ci sono persone vicine a noi che non hanno nessuno a cui parlare e raccontare.
La carità serva, chiamata a servire la chiesa e l’uomo. Ognuno, senza eccezioni, si fa servo dell’altro, non per autocostrizione ma con naturalezza, perché servire non vuol dire perdere libertà, dignità e felicità. In un mondo in cui i rapporti interpersonali sono segnati dal dominio e dalla diffidenza, la carità serva annuncia che l’uomo non è mai se stesso e pienamente realizzato come quando decide, per amore, di farsi servo del fratello.
La carità riconciliata, composta non da esseri perfetti, ma da uomini fragili che hanno fatto la sconvolgente esperienza della misericordia di Dio. Proprio perché ricchi di questa misericordia, si accettano l’un l’altro poveri o ignoranti, immaturi o limitati, difettosi o peccatori. E ci si corregge fraternamente e si fa revisione di vita per assumersi ognuno sulle spalle il peso e il peccato dell’altro, perché nessun fratello resti solo con la sua debolezza.
La carità sobria, ben più di un semplice accontentarsi di quanto si ha o della capacità di non sprecare, ha una dimensione interiore, abbraccia un modo di vedere la realtà circostante che discerne i bisogni autentici, evita gli eccessi, sa dare il giusto peso alle cose e alle persone. Sobrietà a livello personale significa riconoscimento e accettazione del limite, consapevolezza che non tutto ciò che ho la possibilità di ottenere devo forzatamente tirare in mio possesso. La capacità di rinuncia volontaria a qualcosa in nome di un principio eticamente più alto obbliga a interrogarsi sulla scala di valori in base alla quale giudichiamo le nostre e le altrui azioni. La moderazione è la forza d’animo di chi sa subordinare alcuni desideri per valorizzarne altri, di chi sa riconoscere il valore di ogni cosa e non solo il suo prezzo di chi sa dire con convinzione non tutto, non subito, non sempre di più. Sobrietà è la forza interiore di chi sa distogliere lo sguardo dal proprio interesse particolare e allargare il cuore e il respiro a una dimensione più ampia.
Soltanto se ogni uomo e ogni donna saranno pronti a rivedere le proprie scelte di vita alla luce della fraternità e della condivisione si potrà costruire un futuro più umano. Senza l’orientamento al bene comune finisce per prevalere consumismo, spreco, povertà e squilibri, fattori negativi per il progresso e lo sviluppo.
Conclusione
Lasciamoci amare da Dio e accogliamo il Vangelo della sua carità. Dilatiamo l’impegno del nostro amore a misura del suo. Viviamo la fraternità e la comunione ecclesiale come trasparenza storica di quest’amore. Nella carità testimoniata in ogni ambito della vita diventiamo sale e luce nel mondo perché possa fiorire un nuovo tessuto sociale di convivenza giusta e pacifica. A fianco dei poveri, manifestiamo la prossimità e la cura di Dio, lasciandoci cambiare il cuore da loro. Questi cammini di conversione al vangelo della carità possono far passare le nostre comunità dall’ovvietà di un cristianesimo vissuto come tradizione alla novità dell’essere impegnati nella costruzione di un mondo nuovo.
Vogliamo da militari credenti offrire il contributo dell’intelligenza, la passione del cuore, l’operosità delle mani per ogni progetto che affermi la dignità e la vita di tutto l’uomo e di ogni uomo. L’uomo vivente, infatti, è il vangelo della carità, perciò è gloria di Dio.
L’augurio per il nostro cammino lo affido alle parole di Dietrich Bonhoeffer: «Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato... a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti... Tutto sta nel non far diventare questa prospettiva dal basso un prender partito per gli eterni insoddisfatti, ma nel rispondere alle esigenze della vita in tutte le sue dimensioni; e nell’accettarla nella prospettiva di una soddisfazione più alta, il cui fondamento sta veramente al di là del basso e dell’alto».
+ Vincenzo Pelvi