Monsignor Vincenzo Pelvi. Sul fronte della pace

Intervista a "Famiglia cristiana", 9 novembre 2011

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Esattamente cinque anni dopo essere divenuto ordinario militare, l’arcivescovo Vincenzo Pelvi traccia un bilancio positivo di questa esperienza «che mi ha fatto confrontare con una realtà istituzionale di servizio allo Stato dove c’è molta attesa per una Chiesa che si dona, si mostra con semplicità e viene amata perché riflette la bellezza della carità di Cristo».
Nel contempo monsignor Pelvi non si sottrae all’interrogativo su come sia possibile essere annunciatori di Cristo in contesti regolati dalla disciplina militare e dalle sue esigenze, sia di osservanza formale, sia di obbedienza effettiva a logiche di uso della forza. «La risposta», spiega, «tocca l’identità stessa del cappellano militare, la cui prima forma di fedeltà da vivere deve essere la fedeltà alla propria identità sacerdotale, che non si misura sulla legislazione civile, ma sulla sequela di Cristo».

 


– Lei è reduce dai due convegni, quello nazionale ad Assisi e quello internazionale in Vaticano, nei quali i cappellani militari e gli Ordinari hanno riflettuto sulla loro identità e missione. Che cosa ne è scaturito?

«Nell’aula del Sinodo mi è sembrato di vedere quasi un’Onu spirituale. Le voci degli Ordinari e dei cappellani giunti da tante parti del mondo hanno formato un coro di sollecitazioni e di impegni per l’educazione alla pace, la promozione della vita, il rispetto della dignità della persona, la concordia e la sicurezza. Ad Assisi il nostro appuntamento annuale è stato l’occasione per riflettere su come incarnare nel mondo militare l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della carità. Il metodo deve essere quello di valorizzare l’esperienza di umanità dei nostri militari, i quali non sanno guardare l’altro come un nemico, ma lo considerano come un sostegno per il bene comune, riconoscendo la vocazione alla comunione universale».

 


– Dentro questo orizzonte, a quale obiettivo l’Ordinariato cerca di rispondere?


«Innanzitutto favorendo i fondamentali diritti umani e il servizio alla pace. I nostri militari sono dei fedeli che amano la vita e proprio in questo trovano la forza, il coraggio, l’entusiasmo, la passione per aiutare chi invece rischia di perderla. A noi cappellani spetta accompagnarli e sostenerli in questo impegno valoriale, contribuendo a costruire la comunità militare in modo che sia sempre più ricca della capacità di servire per amore la famiglia umana».

 


– La missioni delle forze armate in giro per il mondo si confrontano con una situazione ibrida, in cui guerra e pace sembrano confondersi e la possibilità di orientare le coscienze può appannarsi...


«La situazione appare ibrida quando viene letta con pregiudizio. Immergendosi invece nella vita concreta, la prospettiva si chiarisce. Emerge così quanto i nostri militari, impegnati in missioni di sicurezza all’estero, sostengono la democrazia, aiutano lo sviluppo dei popoli, costruiscono la pace in luoghi martoriati. Lo documentano anche le tante onlus costituite da militari italiani al rientro da tali missioni, mediante le quali si propongono di proseguire il loro impegno e di ampliarlo con la collaborazione degli amici. Sono canali sotterranei, e poco visibili, di carità, ma offrono grande speranza. Alcuni nostri militari in Kosovo hanno devoluto le tredicesime dello scorso anno per acquistare scarpe ai bambini del luogo. E un sottufficiale mi ha detto: “Al rientro in famiglia, l’ho raccontato ai miei figli per far comprendere loro l’importanza di fare qualche sacrificio in favore di chi ha molto meno di noi».

 


– Una grande sfida c’è anche per i cappellani impegnati all’estero, che sono quasi degli avamposti nel dialogo interreligioso...


«Attualmente abbiamo quattro sacerdoti in Afghanistan, uno in Libano e uno in Kosovo, più altri tre imbarcati in Marina. Dai loro racconti emerge quanto sia prezioso il contatto con esponenti di altre religioni, in cui si manifesta sempre un grande rispetto reciproco. Alcuni spazi e servizi sostenuti dall’Ordinariato italiano divengono luoghi di incontro e di amicizia a disposizione anche dei cappellani di altre confessioni. Una collaborazione molto bella c’è in Kosovo, dove i nostri militari custodiscono fra l’altro alcuni monasteri ortodossi, e questo fa crescere la fiducia reciproca e il dialogo».

 


–  Qual è il vostro rapporto con la Chiesa italiana?


«L’Ordinariato condivide le linee pastorali della Chiesa che è in Italia. Per esempio, in questo decennio imperniato sull’educazione, presso le scuole militari il percorso viene attuato proprio nella linea dell’educazione ai valori della fede e della famiglia. Inoltre partecipiamo costantemente agli eventi più importanti: dagli incontri dei giovani con il Papa, al pellegrinaggio a Torino per l’ostensione della Sindone, alla folta presenza al Congresso eucaristico con la giornata delle forze armate del 7 settembre, e così via. È una consuetudine, infine, che i nostri seminaristi trascorrano l’anno di diaconato nelle parrocchie italiane, in modo da condividere la propria missione, così come i cappellani partecipano agli incontri diocesani e, liberi da impegni domenicani, collaborano pastoralmente nelle comunità locali».


             Saverio Gaeta

Data Inizio: 10/11/2011     Data Fine:

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