La preghiera, forza dei deboli

Omelia per la S. Messa in ricordo delle vittime delle missioni di pace - Basilica Ara coeli, 12 novembre 2011

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Carissime famiglie,
Cari amici,

la preghiera insistente e continua è il tema del vangelo ora ascoltato. La preghiera non come opera dei forti, ma dei deboli: è una povera vedova che si fa soggetto di una preghiera insistente. Noi deboli siamo resi forti dalla fede e dalla perseveranza nella preghiera.  
La preoccupazione di insistere sulla necessità di pregare richiama la situazione della comunità cristiana in cui alcuni abbandonano la preghiera rendendo anemica la fede. L’evangelista insegna che la preghiera insistente fa della fede una relazione quotidiana con il Signore. Preghiera e fede stanno in un rapporto inscindibile: credere significa pregare e viceversa. E se noi possiamo pregare solo grazie a una fede viva, è anche vero che la nostra fede resta viva grazie alla preghiera.
A noi che spesso ci chiediamo: «Dove sei, Dio?», risponde il Signore che chiede conto della nostra fede: «Dov’è la tua fede!» (Lc 8,25).
La morte dei nostri giovani militari ci fa vivere giorni oscuri e non si riesce più a riallacciare il filo di una realtà che la sofferenza fa apparire grigia, vuota, insensata, se non addirittura ostile e paurosa. Anche la fede conosce la sospensione dolorosa del vuoto, quando tutto, dentro e fuori, perde di significato e le lacrime si stendono sotto il cuore come un giaciglio.
Eppure la preghiera e la fede sono le mani sicure che ci sostengono per non impazzire e aiutano a superare il dolore cercando di cogliere frammenti di luce in mezzo all’oscurità. La preghiera è molto più di una domanda gridata verso il cielo; è mescolare la nostra forza a quella di Dio, è il coraggio nel combattimento, è continuare la guerra del cuore perché l’amore vinca l’odio, perché il perdono disarmi la vendetta, perché ognuno sappia condividere le mille forme di solitudine e misurarsi con le cose alte. La vita, la verità, l’amore, la libertà patiscono violenza per essere conquistati, perché appartengono ai forti, ai coraggiosi, a coloro che non temono.
I nostri militari portano la vita, dove la vita è assente e la portano talvolta con la propria morte: è il paradosso della croce. Anche il dolore può diventare cattedra di speranza che rinnova la potenza dell’amore in ogni situazione della storia. La nostra speranza è figlia dell’amore divino e delle lacrime umane. Il seme cade in terra, muore ma rinasce.  
Di qui la preghiera e la fede di voi mamme e papà, spose e figli, i più esposti al dolore ma anche più capaci di amare, perché con la vostra passione generate futuro e senza temere le piaghe manifestate quella tenerezza introvabile lontano da Dio. 
Nel nostro tempo, in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, voi, amate famiglie, rendete Dio presente in questo mondo e aprite agli altri l’accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio il cui volto avete riconosciuto nell’amore spinto sino alla morte di croce e dal quale i vostri figli, nostri fratelli, hanno attinto quell’energia capace di rimettere in moto la storia della carità, contribuendo con il sacrificio della vita a rendere l’intera umanità una sola famiglia.  
Mentre in passato il concetto di prossimo era riferito essenzialmente ai connazionali di un Paese e di un popolo, le Forze armate hanno abolito questo limite. Chiunque ha bisogno di me è il mio prossimo. Oggi per i militari il concetto di prossimo viene universalizzato e rimane tuttavia concreto. Nonostante la sua estensione a tutti gli uomini, non si riduce all’espressione di un amore generico e astratto, in se stesso poco impegnativo, ma richiede impegno generoso e qualificato.
I nostri giovani operanti in missioni internazionali sono convinti che distruggendo la pace, l’uomo distrugge se stesso. Perciò la ricchezza della famiglia militare è nel dono.   
Potremmo dire che la regola di vita del soldato è un cuore che vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente. L’amore vero non sopporta di restare semplice intenzione o parola, ma si fa gesto e opera, qualcosa che si tocca e si vede. Ma non si arresta neppure al semplice aiuto e si fa ospitalità. La differenza è grande; l’aiuto raggiunge i bisogni dell’uomo, l’ospitalità raggiunge la persona. Servire l’uomo nella carità è servire Dio, sempre e dovunque. L’amore nella sua gratuità è la migliore testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare.         
Chi vuole essere operatore di pace dovrà tornare al primato dell’amore, pronto a morire a se stesso per camminare sulla strada esigente della carità. Ne consegue che nel complesso mondo delle Forze armate, preposte alla tutela della democrazia e dell’ordinata convivenza civile, è giusto ritenere che il rinnovamento della vita cristiana nasca da un’appartenenza unica e intera a Cristo Gesù. Il militare, pur impegnato in operazioni belliche, resta un credente con una convinta onestà morale che si ispira al grande comandamento dell’amore verso Dio e verso gli altri. Egli sa che la sorgente viva della sua carità è Gesù Cristo, che può aprire i cuori e le menti a inediti percorsi di fratellanza che scommettono sull’accoglienza più che sulla sicurezza, sulla promozione d’ogni vita umana più che sui propri interessi. 

Vergine Santa, porta la pace nel mondo,
pace nei cuori di tutti gli uomini e le donne
e pace tra le Nazioni della terra.

Assisti con la tua sapienza
coloro che ci governano,
perché cerchino il bene comune
nella vera libertà e nella piena concordia.

Guarisci, nella tua materna compassione,
la sofferenza di quanti hanno perduto persone care.
Concedi alle famiglie dei militari la forza
di continuare a vivere con coraggio e speranza,      
mentre i nostri cuori si uniscono ai loro
e la nostra preghiera abbraccia la sofferenza dei presenti.

+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo

Data Inizio: 12/11/2011     Data Fine:

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