Il tempo liturgico dell’Avvento celebra la venuta di Dio nei suoi due momenti: prima ci invita a risvegliare l’attesa del ritorno glorioso di Cristo, poi, avvicinandosi il Natale, ci chiama ad accogliere il Verbo fatto uomo per la nostra salvezza. La speranza di noi cristiani, pur restando ben radicata in un evento del passato, è rivolta al futuro che trasforma e sorregge la nostra vita quotidiana.
Attratti dal Mistero del Dio che verrà, chiediamoci: pensiamo e desideriamo la vita eterna? Oppure ci affatichiamo e amiamo solo quella presente?
Nel nostro tempo sembra arduo parlare della vita eterna. Si tende a concentrare il proprio interesse su questa vita e sui suoi problemi e non si ama pensare a quello che verrà dopo. Anzi, si fa ogni sforzo per censurare l’immagine della morte e non si vuole neppure sentirla nominare.
Eppure l’annuncio della vita eterna non è un messaggio di paura e di tristezza ma di gioia e di felicità. Infatti, la vita eterna è essenzialmente il Paradiso, cioè l’essere con Cristo nella gioia beatificante del Padre, che supera tutto ciò che di grande e di bello possiamo immaginare. Dobbiamo pensare in questa direzione, consapevoli che solo la vita eterna con Dio dà un senso alla vita umana. In che modo?
Innanzitutto, la vita eterna dà il senso dell’incompiutezza. Il pieno, il definitivo non sono realtà di questa vita, ma della vita eterna. Questa vita è segnata dall’instabilità, dal cambiamento, dall’incertezza, vissuta nella dialettica del già e del non ancora. Finché è in questa vita l’uomo può sempre rifiutare Dio. Questo senso di inquietudine della vita umana esige di essere superato dalla virtù della speranza.
L’Avvento è per eccellenza la stagione spirituale della speranza e in esso la Chiesa intera è chiamata a diventare speranza per se stessa e per il mondo. Tutto l’organismo spirituale del Corpo mistico assume, per così dire, il “colore” della speranza. Come ricorda Papa Benedetto non dobbiamo mai affliggerci come chi non ha speranza, perché abbiamo un futuro certo che rende credibile anche il presente (cfr. Spe salvi 2-9).
In secondo luogo, la vita eterna dà alla vita umana il senso della serietà: il tempo della vita è un tempo serio e prezioso, nel quale l’uomo costruisce il suo destino eterno. Egli sarà per l’eternità quello che si impegna a essere nel breve arco della sua esistenza terrena. Dio non salva l’uomo senza la sua collaborazione, per quanto manchevole e modesta questa possa essere. Ciò spiega perché l’attesa della vita eterna non distoglie il cristiano dall’impegno a favore degli uomini e, in particolare, dei poveri.
«Fate dunque molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi» (Ef 5,15-16). La spiritualità cristiana parla del buon uso del tempo «secondo la volontà di Dio» (1 Pt 4,2). Il tempo della vita è preparazione alla vita eterna.
In terzo luogo, la vita eterna dà alla vita il senso del pellegrinaggio. Il cristiano è un pellegrino e il tempo della vita è tempo di pellegrinaggio in cerca della città stabile, quella futura (cfr. Eb 13,14). La vita terrena è un passaggio rapido, è un viaggio verso Dio e non bisogna attaccarsi alla vita, quasi che essa debba durare per sempre. A riguardo Sant’Agostino ricorda: «Ama Dio se ha compiuto in te qualcosa di ciò che ascolti e apprezzi. Fa’ uso del mondo, ma il mondo non ti faccia suo prigioniero. Sei venuto al mondo, vi compi il tuo viaggio. Ci sei venuto per uscirne, non per restarvi. Sei un viandante; questa vita è soltanto una locanda. Serviti del denaro, come il viandante nella locanda si serve della tavola, del bicchiere, del piatto, del letto, con l’animo di chi si appresta a partire, non a rimanere. Se vi comporterete così, giungerete a conoscere le promesse del Signore. Non è molto quello che vi si chiede, poiché grande è la mano di colui che vi ha chiamati. Ci ha chiamati, lo si invochi. Gli si dica: “Tu ci hai chiamati, noi ti invochiamo. Abbiamo udito la tua voce che ci chiamava; ascolta la nostra che ti invoca”» (Commento al Vangelo di Giovanni).
Cristo ritornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti. Quando? Nessuno lo sa. E’ il segreto di Dio. Sappiamo solo che verrà all’improvviso, come un ladro nella notte: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo» (Mt 24,42-44). Quanto mai opportuno è quindi l’appello di Gesù: «Vegliate!» (Mc 13,33.35.37). E’ rivolto non solo ai discepoli, ma a tutti, perché ciascuno, nell’ora che solo Dio conosce, sarà chiamato a rendere conto della propria esistenza. Questo comporta un giusto distacco dai beni terreni, un sincero pentimento dei propri errori, una carità operosa verso il prossimo e soprattutto un umile e fiducioso affidamento alle mani di Dio, nostro Padre tenero e misericordioso.
«Vegliare è il concentrarsi continuo del pensiero e il suo tenersi alla porta del cuore. I pensieri, che giungono come ladri, essa li vede e ascolta che cosa dicono e che cosa fanno questi assassini e quale forma i demoni hanno impresso su di essi e innalzato come una stele; con queste fantasie, infatti, cercano di ingannare il profondo del cuore. Queste azioni proprie della vigilanza, condotte con diligenza, ci fanno fare un’autentica esperienza, se lo vogliamo, del combattimento spirituale. Un primo modo della vigilanza sta nel sorvegliare frequentemente la fantasia, cioè l’assalto, perché Satana non può, senza la fantasia, creare pensieri, né presentarli al profondo del cuore servendosi dell’inganno. Un altro modo è di avere il cuore sempre profondamente silenzioso, in stato di quiete, estraneo a ogni pensiero, e di pregare. Altro modo è supplicare nell’umiltà l’aiuto del Signore Gesù Cristo. Altro modo è avere nell’anima l’incessante memoria della morte. Tutte queste azioni, carissimo, impediscono come portinai l’accesso ai cattivi pensieri» (Esichio presbitero, A Teodulo).
Carissimi, prepariamo quotidianamente la venuta di Cristo alla fine dei tempi. Egli già bussa alla porta del nostro cuore: sei disponibile a darmi la tua carne, il tuo tempo, la tua vita? È questa la voce del Signore, che vuole entrare anche nel nostro tempo, vuole entrare nella vita umana tramite noi. Preparagli la via con una vita buona e onesta, con azioni irreprensibili, perché il Verbo di Dio cammini dentro di te senza inciampi e ti prepari una dimora eterna nel cielo. Egli cerca anche una dimora vivente, la nostra vita personale. Ecco la venuta del Signore. Questo vogliamo di nuovo imparare nel tempo dell’Avvento: il Signore possa venire anche tramite noi.
Icona dell’Avvento è la Vergine Maria, la Madre di Gesù. InvochiamoLa perché aiuti anche noi a diventare un prolungamento di umanità per il Signore che viene e che verrà.
+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo