Carissimi,
Gesù si presenta anche oggi come segno di contraddizione. Nessuno può rimanere indifferente davanti a lui. L’evangelista Matteo ci parla di «due ciechi» (Mt 9,27) che insieme si rivolgono al Signore nella speranza di essere sanati, e insieme, dopo aver vissuto l’esperienza del dolore e di una supplica comune, possono condividere la gioia di essere di nuovo capaci di vedere.
Per essere guariti è necessaria l’umiltà di riconoscere che la nostra vista spesso è annebbiata dal disordine interiore e dal peccato. Noi crediamo di vedere molte cose, di sapere chissà quali verità, ma non ci accorgiamo che di essere ciechi fino a che Gesù non pone la sua mano sui nostri occhi aprendoli ad un mondo nuovo, prima neppure immaginato.
Toccati dalla grazia, impariamo anzitutto a riconoscere il Signore, il suo amore misericordioso, distinguendo ciò che è importante da ciò che è invece relativo. Solo se ci riconosciamo amati da Dio possiamo ritrovare la nostra dignità di uomini e di donne che “vedono” davvero e che sanno vivere nella verità e nella giustizia.
Nella pagina evangelica ascoltata il vero miracolo di Gesù non è tanto la guarigione fisica, ma il dono della fede: «Credete voi che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!». Allora toccò loro gli occhi e disse: «Sia fatto a voi secondo la vostra fede». E’ la fede che apre gli occhi ai ciechi. C’è, infatti, un rapporto stretto tra gli occhi e la fede. È attraverso gli occhi della fede che noi cogliamo la realtà del soprannaturale.
Dobbiamo chiedere al Signore occhi per vedere Dio in tutte le cose e vedere tutto come lo vede Dio. La fede ci fa scorgere i segni luminosi del venire di Dio nella vita là dove vedo solo frammenti incompiuti e incomprensibili.
Come i ciechi del Vangelo sentiamoci rivestiti dalla pietà di Cristo, accolti nella sua casa, toccati dalla sua mano misericordiosa. Gesù ci fa vedere in luce diversa anche gli altri e allora impariamo a stimare ciò che il mondo spontaneamente non apprezza: gli umili, i poveri, gli oppressi.
E’ la fede che apre gli occhi del cuore verso chi è nel bisogno. Santa Barbara, nostra Patrona, insegna la relazione stretta che esiste tra occhi e cuore.
Abbiamo bisogno del cuore per “vedere”, perché vediamo solo le cose verso le quali tende il nostro cuore, mentre siamo ciechi per le cose verso le quali il cuore non è orientato. Quante volte il cuore, chiuso per vari motivi, ci chiude gli occhi. Guidati dall’orgoglio, dall’egoismo, vediamo solo i torti subiti, i difetti degli altri e non le loro qualità positive. Siamo ciechi perché il nostro cuore non è convertito, ha bisogno di essere guarito.
Non c’è niente di più semplice dello sguardo: si guarda come si respira, eppure nulla è più difficile che essere capaci di vedere. Tutta la storia non è altro che un lento imparare a vedere insieme e non da soli.
Riconoscere come i due ciechi di aver bisogno di aiuto e saperlo chiedere insieme, quasi sostenendosi nella supplica e facendosi coraggio nell’invocazione è l’unica via per poter riscoprire i colori dell’universo che ci abita interiormente e che ci circonda. Eppure tutto ciò non sarebbe possibile senza quella fede che apre il cuore alla speranza, che è già un modo di vedere oltre la tenebra e il buio.
Cara famiglia marinara,
impara a vedere l’oggi con gli occhi del cuore, con il tuo impegno di speranza capace di tenuta di fronte alle prove e agli insuccessi, che accetta la fatica del servizio anche nelle situazioni umane più complesse.
Dinanzi all’odierna crisi economica, finanziaria e politica che stiamo attraversando, vorrei richiamare il bisogno di una radice etica in una società segnata da concorrenza, disgregazione, opposizione, nella quale non siamo nemmeno più capaci di parlarci senza ricorrere ai toni dell’offesa. La società ha bisogno di speranza e di coraggio per andare controcorrente rispetto alla cultura dominante. L’umanità, infatti, è una, e ogni essere umano o si colloca in una comunità, in relazione con altri, e allora si umanizza, oppure sperimenta quell’individualismo che ha come unico esito possibile la violenza.
La scena sociale, ingrandita dai canali di comunicazione, non deve annullare le possibilità di una riflessione pacata e lungimirante che abbia al centro la dignità di tutto l’uomo e di ogni uomo.
Ciò comporta un cambiamento di mentalità, che purtroppo siamo ancora lontani dall’aver raggiunto. Ciascuno senta come proprio dovere di coscienza l’impegno etico della solidarietà, che non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per le difficoltà di tante persone, ma la determinazione ferma e permanente di impegnarsi per il bene comune. Occorre superare pregiudizi, ristrettezze di visione, provincialismi culturali e sociali, educarsi alla pace con Dio, con se stessi, con gli altri, con la natura. Dobbiamo acquisire uno stile di vita più sobrio, più ricco di condivisione e di convivialità. L’impegno dei cristiani potrà immettere un’anima spirituale e un saldo fondamento etico nelle decisioni e istituzioni economiche, politiche e militari, necessarie nel prossimo futuro. Operare in questa direzione è offrire il nostro contributo alla civiltà nuova dell’amore.
Santa Barbara, con la tua luce non permettere che il potere delle tenebre domini il nostro cuore, ma apri con la grazia dello Spirito i nostri occhi.
Illumina noi Marinai d’Italia, guarisci le nostre cecità, vinci il buio che ci assedia, perché impariamo a vedere le meraviglie dell’amore di Dio.
Luce dei cuori, rinnova i nostri occhi perché sul tuo esempio possiamo capire ciò che ama Dio.
+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo