Sui sentieri della Carità

Lettera Pastorale sull'Eucaristia

Luogo:

Predicatore:

“O Dio d’amore, amante infinito, degno d’infinito amore, ditemi, ci è più che inventare per farvi amare da noi?Non vi è bastato di farvi uomo e soggettarvi a tante nostre miserie. Non vi è bastato il dare per noi tutto il sangue a forza di tormenti, e poi morire consumato da’ dolori sovra d’un tronco destinato a’ rei più scellerati. Vi siete ridotto in fine a mettervi sotto le specie di pane per farvi cibo, e così unirvi tutto con ciascuno di noi. Ditemi, replico, ci è più che inventare per farvi amare?” (Sant’Alfonso).

 

Carissimi,

vorrei riflettere con voi sul rapporto che esiste tra Eucaristia e carità, dimensione che approfondisce il tema del nostro anno pastorale su Annuncio del Vangelo e  testimonianza della carità, ispirandomi alla figura di Elia (cfr. 1Re 19, 4-8). «Ora basta, Signore!». Elia il più grande dei profeti, è come una lama di fuoco in Israele; Elia vuole morire. È braccato, deve fuggire, è ricercato e si addentra nel deserto. Stanco e scoraggiato grida: Basta, Signore. Prenditi questa vita. Non ce la faccio più. Ma il profeta sconfitto vede accanto a sé un angelo. Nella Bibbia l’angelo è segno dell’intervento di Dio, è realtà misteriosa che dà la certezza di non essere abbandonati, di non essere mai soli. Qualcuno è con te, capace di svegliarti dal sonno e dirti: Alzati e mangia.         
Quante volte noi della famiglia militare, come Elia, vediamo attorno solo deserto. Quante volte il senso dell’inutilità, dello scoraggiamento, ci ha fatto esclamare: è tutto inutile. Non cambia nulla, non serve a niente essere testimoni del Vangelo. La Scrittura ricorda: ecco un angelo, c’è una mano che ti raggiunge. Elia guardò e vide una focaccia e un orcio d’acqua. Dio interviene. Solo un pezzo di pane e un poco d’acqua, quasi niente. E invece sono gli alimenti, i più semplici e necessari. Dio si presenta così, perché il pane risveglia la forza e l’acqua risveglia il corpo per essere al servizio del bene. Mettiamoci alla ricerca di quel coraggio, di qualcuno che ci aiuti a diventare dono, come il Signore, che ci renda, gli uni per gli altri, pane e angelo, compagni nel deserto, compagnia oltre il deserto, fino al monte di Dio, l’Oreb, nel cui nome è racchiuso l’oggi di ogni desiderio e il domani dell’eternità.  

L’Eucaristia sorgente di carità     
A prima vista, la distanza tra il mistero eucaristico e la vita del mondo appare enorme, al punto da far ritenere impossibile qualunque contatto e influsso. Ciò dipende anzitutto dal fatto che noi cristiani abbiamo un’idea vaga o del tutto errata del mistero eucaristico. Non ha forse detto Gesù: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51)? Sacramento della carità, l’Eucaristia è il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l’amore infinito di Dio per ogni uomo. In questo mirabile Sacramento si manifesta l’amore più grande, quello che spinge a «dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Gesù, infatti, «li amò fino alla fine» (Gv 13,1) e nel sacramento dell’altare continua ad amarci «fino alla fine», fino al dono del suo corpo e del suo sangue.
Il mistero eucaristico suscita ammirazione e interiore confusione. Siamo attirati dall’amore che spinge Cristo a stare con noi, a essere cibo e bevanda di salvezza per l’uomo, ma siamo anche confusi perché riconosciamo la fatica di accogliere quelle che il Vangelo descrive come parole dure (cfr. Gv 6,60) per la nostra inadeguatezza a comprendere tale amore. La vera difficoltà, che si prova davanti all’Eucaristia, non appartiene all’ordine della comprensione speculativa e neanche consiste nel risolvere il problema della presenza del Signore risorto in un boccone di pane. No. Essa risiede soltanto nella nostra “conversione” mancata a un altro mondo che è quello della fede, di là dal segno che già ci indica qualche cosa e anche di là da una comunità in cui ci ritroviamo con le nostre mediocrità che impediscono all’amore di Cristo di manifestarsi. Così l’Eucaristia diventa il simbolo di ciò che noi siamo piuttosto che di ciò che dovremo essere.
Occorre prendere sempre più coscienza che l’Eucaristia è un mistero contro il quale s’infrange la sapienza del mondo mentre a esso attinge alimento e sviluppo la fede del credente. Questi sa che nell’Eucaristia c’è Gesù Cristo in persona, il suo sacrificio di redenzione e la donazione conviviale del suo corpo e del suo sangue, in una parola il Cristo pasquale che viene nella sua Chiesa terrena. Alla richiesta dei discepoli di Emmaus, Gesù risponde con un dono molto più grande: l’Eucaristia. Ricevere l’Eucaristia è entrare in comunione profonda con Gesù.
«Rimanete in me e io in voi… in questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli» (Gv 15,4-8). Rimanere e fruttificare, due obblighi spirituali, determinanti per definirci vivi. Davanti all’Eucarestia, sacramento con il quale Cristo Signore si consuma per noi e ci rende degni del Padre, non possiamo che cogliere l’invito a contemplare con stupore questa “invenzione d’amore”. Il catino dell’acqua e l’asciugatoio del cenacolo, il pane moltiplicato che passa di mano in mano, le parole di benedizione che saranno pronunciate sino al giorno della gloria di Cristo Signore: tutto manifesta la verità eucaristica nel cammino quotidiano, che accompagna la fede.
Se ci domandassimo: «Cosa cerca la gente, oggi? Di che cosa ha fame? Che cosa posso dare?», sappiamo la risposta: «Devo credere, mostrare e dimostrare che Cristo è pane e respiro, è forza e canto della mia vita». Questa è la prima opera, la più importante. Il resto è una conseguenza. Fidarsi e fondarsi su Colui che è forza e canto della vita. Infatti «aspiro al donatore più che ai suoi doni. Non è tanto dal legame della speranza quanto dalla forza dell’amore che io sono attratto. Non è dei doni, ma del Donatore che ho sempre la nostalgia. Non è la gloria a cui aspiro, ma è il Glorificato che voglio abbracciare. Non è per il desiderio della vita, ma per il ricordo di colui che dà la vita che costantemente mi consumo. Non è dietro il desiderio di godimenti che sospiro, ma per il desiderio di colui che li prepara» (Gregorio di Narek).

La comunione eucaristica
«Io sono il pane della vita… se uno mangia di questo pane vivrà in eterno» (Gv 6, 48-51). La vita umana ha in Cristo il suo compimento, il suo pegno di vita immortale. Sì, Cristo è il pane della vita. Come il pane ordinario è proporzionato alla fame terrena, così Cristo è il pane straordinario per chi è desideroso di aprirsi ad aspirazioni infinite. Abbiamo la tentazione di pensare che Cristo non risponda ai desideri dell’uomo moderno, che spesso si illude d’essere nato per altro alimento superiore che non quello divino. Invece l’Eucaristia diventa non solo il cibo per ciascuno, ma stimolo di carità per i fratelli che hanno bisogno di aiuto, di comprensione e di solidarietà. Cristo è necessario per ogni uomo, per ogni comunità, per ogni evento veramente sociale, cioè fondato sull’amore e sul sacrificio di sé, per il mondo.  
La comunione con Dio fonda e spiega tutti i bisogni dell’uomo. Di essi il più grande, forse l’unico, è di uscire dalla solitudine, riversando vita in altre vite e comunicando con qualcosa che non abbia fine, che non sia sottomesso all’usura della fragilità e all’offesa del facile tradimento.  
Questa è la fede: incontro tra la nostra povertà e la grandezza di Dio; un uomo che si arricchisce, un’umanità che si carica di comunione. Questa parola “comunione” riassume in sé la dimensione verticale e quella orizzontale del dono di Cristo. E’ bella e molto eloquente l’espressione “ricevere la comunione” riferita all’atto di mangiare il Pane eucaristico. In effetti, quando compiamo quest’atto, entriamo in comunione con la vita stessa di Gesù, che si dona a noi e per noi. Da Dio, attraverso Gesù, fino a noi: un’unica comunione si trasmette nella santa Eucaristia. «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1 Cor 10,16-17).
Sant’Agostino ci aiuta a comprendere la dinamica della comunione eucaristica quando fa riferimento ad una sorta di visione che ebbe, nella quale Gesù gli disse: «Io sono il cibo dei forti. Cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me». Mentre dunque il cibo corporale è assimilato dal nostro organismo e contribuisce al suo sostentamento, nel caso dell’Eucaristia si tratta di un pane differente. Non siamo noi ad assimilarlo, ma esso ci assimila a sé, così che diventiamo conformi a Gesù Cristo, membra del suo corpo, una cosa sola con Lui. Questo passaggio è decisivo. Infatti, proprio perché è Cristo che, nella comunione eucaristica, ci trasforma in sé, la nostra individualità, in questo incontro, è aperta, liberata dal suo egoismo e inserita nella Persona di Gesù, che a sua volta è immersa nella comunione trinitaria. Così l’Eucaristia, mentre ci unisce a Cristo, ci apre anche agli altri e ci rende membra gli uni degli altri: non siamo più divisi, ma una cosa sola in Lui. La comunione eucaristica mi unisce alla persona che ho accanto, e con la quale forse non ho nemmeno un buon rapporto, ma anche ai fratelli lontani, in ogni parte del mondo. Sì, l’Eucaristia è una presenza che invita. Invita come un amico, avvicinandosi tacitamente, aspettando senza tregua, pronto a ricevere tutti.    
Invita a una mensa, che è una celebrazione dolcissima, di unione, di dolore, di amore. È una chiamata rivolta di preferenza a chi più soffre e fatica; a chi è povero e piange; a chi è solo e senza aiuto; a chi è piccolo e innocente. Gesù chiama e invita al banchetto dell’amicizia gli uomini, sue membra, che diventano essi stessi cuore e suo amore.
Nella preghiera devo pertanto da una parte guardare totalmente a Cristo, lasciarmi trasformare da Lui, eventualmente anche bruciare dal suo fuoco che mi avvolge. Ma proprio per questo devo sempre tenere presente che Egli mi unisce organicamente con ogni altro comunicante - con quello accanto a me, che forse non mi è simpatico; ma anche con colui, che è in qualunque altro luogo. Diventando una cosa sola con il Signore imparo ad aprirmi alla concordia: è la prova dell’autenticità del mio amore. Unito a Cristo, lo sono insieme all’altro. Quest’unione non si limita al momento della comunione sacramentale, ma qui comincia e diviene vita, carne e sangue nella quotidianità del mio stare con l’altro e presso l’altro. La carità nasce dall’unico pane, dallo stesso Signore ed è a partire da lui, fin dall’inizio e ovunque, che si forma l’unico corpo.  

L’agape, nome dell’Eucaristia 
L’unione con Cristo è allo stesso tempo unione con gli altri ai quali Egli si dona. «Io non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi. La comunione mi tira fuori di me stesso verso di Lui, e così anche verso l’unità con tutti i cristiani. Diventiamo “un solo corpo”, fusi insieme in un’unica esistenza. Da ciò si comprende come agape sia ora diventata anche un nome dell’Eucaristia; in essa l’agape di Dio viene a noi corporalmente per continuare il suo operare in noi e attraverso di noi. Solo a partire da questo fondamento cristologico-sacramentale si può capire correttamente l’insegnamento di Gesù sull’amore» . La consueta contrapposizione di culto ed etica qui semplicemente cade. Nella comunione eucaristica è contenuto l’essere amati e l’amare a propria volta gli altri. Un’Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata. Il comandamento dell’amore diventa possibile solo perché non è soltanto esigenza: l’amore può essere “comandato” perché prima è donato. Questa connotazione del sacramento eucaristico trasforma lo stesso concetto di prossimo. Chiunque ha bisogno di me ed io posso aiutarlo, è il mio prossimo. Il concetto di prossimo viene universalizzato e rimane tuttavia concreto. Nonostante la sua estensione a tutti gli uomini, non si riduce all’espressione di un amore generico e astratto, in se stesso poco impegnativo, ma richiede il mio impegno pratico. Amore di Dio e amore del prossimo si fondono insieme: nel più piccolo incontriamo Gesù stesso e in Gesù incontriamo Dio. 
Chi riconosce il Signore nel tabernacolo, lo riconosce nei sofferenti e nei bisognosi; appartiene a coloro, cui il giudice del mondo dirà: avevo fame e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere; ero nudo e mi avete rivestito; ero malato e mi avete visitato; ero in prigione e siete venuti a trovarmi (cfr. Mt 25,35). Questa pagina non è un semplice appello alla carità; è una pagina di cristologia, che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo. Nessuno può essere escluso dal nostro amore, dal momento che con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo.  
Nasce così intorno al mistero eucaristico il servizio della carità nei confronti del prossimo, che «consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Allora imparo a guardare l’altro non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo». In tal modo riconosco nelle persone che avvicino dei fratelli per i quali il Signore ha dato la vita. L’Eucaristia spinge ogni credente a farsi pane spezzato per gli altri, e dunque a impegnarsi per un mondo più giusto e fraterno: «voi stessi date loro da mangiare» (Mt 14,16). Davvero la vocazione di ciascuno è trasformarsi, insieme a Gesù, in pane spezzato per la vita del mondo. Ne consegue che la carità costruita senza Dio o addirittura contro di lui finisce nella confusione e nella distruzione totale, nell’odio e nella sopraffazione di tutti contro tutti.
L’Eucaristia porta nascosta in sé la vocazione all’amore del mondo e ne segna il destino. Non devono forse tutte le cose essere ricapitolate in Cristo? Ebbene essa rappresenta la via sacramentale dell’attuazione di questo progetto. Ciò vuol dire che il mondo porta in se stesso l’impronta della carità divina e il suo destino futuro consiste nell’essere assunto da Cristo per il regno celeste.             
Presente e futuro hanno una connotazione eucaristica che valorizza ogni risorsa e sensibilità, in un clima di fraternità e di dialogo, di franchezza nello scambio e di mitezza nella ricerca di ciò che corrisponde al bene della comunità intera.


L’Eucaristia educa alla carità
L’Eucaristia non è una teoria astratta. È la persona del Signore Gesù (cfr. Gv 14,6), che vive risorto in mezzo ai suoi (cfr. Mt 18,20; Lc 24,13-35).
Nell’ultima cena, l’evangelista Giovanni lega strettamente Eucaristia e carità  in quel gesto della lavanda dei piedi che è segno e anticipo del sacrificio pasquale e del servizio reciproco che i discepoli devono avere l’uno per l’altro: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine...» (Gv 13,1).
Un amore così grande e coinvolgente per cui i discepoli di Gesù si sentono spinti a non vivere più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro (cfr. 2 Cor 5,15). Parlare della carità significa suggerire di immergersi nella sua sorgente, andando alla radice e al fondamento di essa. Di questa carità l’Eucaristia è il sacramento, cioè il segno efficace, capace di produrre nella nostra vita ciò che indica. Quell’amore “ci sospinge”; è talmente presente e dominante da spingere a rispondere all’amore con l’amore, alla dedizione con la dedizione, al dare la vita con il dare la vita.
L’Eucaristia è via divino-umana della carità e da essa la vita quotidiana può essere trasformata e prendere la forma di Cristo. «Se la vita cristiana si esprime nell’adempimento del più grande comandamento, e cioè dell’amore di Dio e del prossimo, questo amore trova la sua sorgente proprio nel santissimo sacramento, che comunemente è chiamato: sacramento dell’amore. L’Eucaristia significa questa carità, e perciò la ricorda, la rende presente e insieme la realizza».
«Non basta - commenta Chiara Lubich - per un cristiano esser buono, misericordioso, umile, mansueto, paziente… Egli deve avere per i fratelli la carità. Ma la carità - può obiettare qualcuno - non è forse essere buoni, misericordiosi, pazienti, saper perdonare? No: la carità ce l’ha insegnata Gesù. Essa ci fa morire per gli altri. Notate: morire. Non essere pronti a morire. Ma proprio: morire. Morire spiritualmente, rinnegare noi stessi per “vivere gli altri”. O anche morire fisicamente, se occorre. E allora cerchiamo, soprattutto quando ci accostiamo alla santa Comunione, di riformulare quel patto: Io, Gesù, col tuo aiuto, morirò a me stesso di fronte ad ogni fratello» . Questa è carità ispirata dall’Eucaristia.
Il posto dei cristiani è dove l’umanità è lacerata; dove vi sono persone interiormente ferite, a causa della malattia, dell’esclusione, delle difficoltà della vita, dove vi sono gruppi umani che si escludono, che sono in conflitto fin dalle origini, noi siamo lì, al di sopra di queste fratture, credendo fermamente che, grazie all’amore che Dio ci consente di vivere, la riconciliazione sia ancora possibile.
In quest’ottica eucaristica può essere utile richiamare alcuni aspetti dell’educazione alla carità.             
La prima forma di carità è la fraternità. Essere cristiani significa stare intorno a Cristo, come in cerchio, riconoscere in Lui il centro e riconoscere negli altri coloro che egli ci fa incontrare, accogliere e amare a causa della fede che tutti abbiamo in Lui. Insieme ai nostri fratelli ci riconosceremo radunati, compaginati e nutriti da Cristo, formeremo un solo popolo e un solo corpo per innalzare il rendimento di grazie e l’intercessione per il mondo intero; ci uniremo alla sua offerta, portando all’altare noi stessi, le nostre fatiche e le cose create; ripartiremo come inviati nel suo nome, per fare sbocciare in ogni ambito dell’esistenza la novità del Vangelo, e così glorificarlo con la nostra stessa vita.  
Carità, poi, è ospitalità. Essa va oltre l’accoglienza offerta a chi si rivolge per chiedere qualche servizio. Consiste nel saper fare spazio a chi è, o si sente, in qualche modo estraneo, o addirittura straniero, eppure non rinuncia a sostare nelle nostre vicinanze, nella speranza di trovare un luogo in cui realizzare un contatto; uno spazio aperto ma discreto in cui, nel dialogo, poter esprimere il disagio e la fatica della propria storia che invoca un riscatto dell’esistenza. L’ospitalità cristiana, così intesa e realizzata, è uno dei modi più eloquenti con cui rendere concretamente visibile che il cristianesimo è accessibile a tutti, nelle normali condizioni della vita individuale e collettiva. Possiamo rendere incontrabile e “tangibile” l’amore di Dio, perché la gente si senta amata e nella società sia immesso il germe inquietante e vivificante di quest’amore. Un amore che continuamente rimanda a un oltre, perché altrove, nell’Eucaristia, è la via dell’amore vero; perché altrove è l’amore che non annulla l’amore umano ma lo purifica e lo rende “trasparente”, affinché in esso si evidenzi l’amore divino.  
Il credente è chiamato a fare suo il programma stesso di Cristo, da Benedetto XVI definito: un cuore che vede. Questo cuore vede dove c’è bisogno di amore e agisce. Siamo chiamati a vivere l’amore come estasi, non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio che porta alla scelta di chi sa di dover dare la vita.       
L’intima partecipazione personale al bisogno e alla sofferenza dell’altro diventa così un partecipargli me stesso: perché il dono non umili l’altro, devo dargli non soltanto qualcosa ma me stesso, devo essere presente nel dono come persona.

Amore di Dio e amore del prossimo 
Se uno dicesse: Io amo Dio e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi, infatti, non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede (cfr. 1Gv 4,20). Vige un collegamento inscindibile tra amore di Dio e amore del prossimo. Entrambi si richiamano così strettamente che l’affermazione dell’amore di Dio diventa una menzogna, se l’uomo si chiude al prossimo o addirittura lo odia. L’amore per il prossimo è una strada per incontrare anche Dio e il chiudere gli occhi di fronte al prossimo rende ciechi anche di fronte a Dio. 
L’amore, perciò, non è mai “concluso” e completato; si trasforma nel corso della vita, matura e proprio per questo rimane fedele a se stesso. Se imparo a guardare l’altro non con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo allora il suo amico è mio amico. Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all’altro ben più che le cose esternamente necessarie; posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno. Ma se il contatto con Dio manca nella mia vita, posso vedere nell’altro sempre soltanto l’altro e non riesco a riconoscere in lui l’immagine divina. Se, però, nella mia vita tralascio completamente l’attenzione per l’altro, volendo solamente compiere i miei doveri religiosi, allora s’inaridisce anche il rapporto con Dio. La mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio, certo che il servizio al prossimo apre lo sguardo su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama. I santi  hanno attinto la loro capacità di amare il prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro incontro col Signore eucaristico e, reciprocamente, questo incontro ha acquisito il suo realismo e la sua profondità proprio nel loro servizio agli altri. Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento. Entrambi però vivono dell’amore preveniente di Dio che ci ha amati per primo. Così non si tratta più di un comandamento dall’esterno che ci impone l’impossibile, bensì di un’esperienza dell’amore donata dall’interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L’amore cresce attraverso l’amore. L’amore è divino perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia «tutto in tutti» (1 Cor 15, 28). 
Per essere genuina, la carità cristiana deve, dunque, partire dall’interiore, dal cuore, dalle viscere di misericordia (cfr. Col 3,12). Quando un cristiano ama così, è Dio che ama attraverso di lui; egli diventa un canale dell’amore divino. Questo spiega la risonanza, apparentemente sproporzionata, che ha talvolta un semplicissimo atto di amore, spesso perfino nascosto, per la speranza e la luce che crea. Certo «l’amore - caritas - sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo». Ecco perché Gesù nell’Eucaristia rimane con noi sempre, sino alla fine dei secoli.


Le implicazioni sociali del mistero eucaristico
Nella comunione eucaristica è contenuto l’essere amati e l’amare a propria volta gli altri. L’Eucaristia racchiude e propone un progetto di solidarietà per l’intera umanità.
Non possiamo, perciò, rimanere inattivi di fronte a processi di globalizzazione che non di rado fanno crescere a dismisura lo scarto tra ricchi e poveri a livello mondiale. Dobbiamo denunciare chi dilapida le ricchezze della terra, provocando disuguaglianze che gridano verso il cielo (cfr. Gc 5,4). Il Signore Gesù, Pane di vita eterna, ci sprona e ci rende sensibili alle situazioni di indigenza in cui versa ancora gran parte dell’umanità. Si tratta di situazioni la cui causa implica spesso una chiara e inquietante responsabilità degli uomini.
Il cibo della verità spinge a rifiutare comportamenti indegni dell’uomo, per cui si muore a causa dell’ingiustizia e dello sfruttamento, e ci dona nuova forza e coraggio per lavorare senza sosta all’edificazione della civiltà dell’amore.  
Il cristiano, che si affaccia su questo scenario, deve imparare a fare il suo atto di fede in Cristo decifrandone l’appello che egli manda da questo mondo della povertà. Si tratta di continuare una tradizione di carità che oggi richiede maggiore inventiva. È l’ora di una nuova fantasia della carità, che si dispieghi non tanto e non solo nell’efficacia dei soccorsi prestati, ma nella capacità di farsi vicini, solidali con chi soffre, così che il gesto di aiuto sia sentito non come obolo umiliante, ma come fraterna condivisione. 
«Ciò comporta un cambiamento di mentalità, che purtroppo siamo ancora lontani dall’aver raggiunto. Ciascuno senta come proprio dovere di coscienza l’impegno etico della solidarietà universale, che non è “un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone”, ma “la determinazione ferma e permanente di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno”. Occorre superare pregiudizi, ristrettezze di visione, provincialismi culturali e sociali, educarsi alla pace con Dio, con se stessi, con gli altri, con la natura. Dobbiamo acquisire uno stile di vita più sobrio, più ricco di condivisione e di convivialità». L’impegno dei cristiani, in significativa convergenza con tutti gli uomini di buona volontà, potrà immettere un’anima spirituale e un saldo fondamento etico nelle decisioni e istituzioni economiche e politiche, nazionali e internazionali, necessarie nel prossimo futuro.  

Per una spiritualità della carità 
L’obiettivo della pace, della solidarietà, dell’unità dei popoli e delle nazioni riguarda l’intero pianeta che si profila di fronte alla nostra generazione come una meta ormai necessaria e concretamente perseguibile nella giustizia, nella libertà, nel riconoscimento dei diritti e dei doveri come dei valori di ciascuno.  
Come possiamo tenerci in disparte di fronte alle prospettive di un dissesto ecologico, che rende inospitali e nemiche dell’uomo vaste aree del pianeta? O rispetto ai problemi della pace, spesso minacciata con l’incubo di guerre catastrofiche? O di fronte al vilipendio dei diritti umani fondamentali di tante persone, specialmente dei bambini? Tante sono le urgenze alle quali l’animo cristiano non può restare indifferente. Di qui l’impegno di camminare nella carità caratterizzandola di concretezza e immediatezza, di competenza e passione, di progettualità e gratuità.        
Gesti concreti, impegni personali e familiari, accoglienza e ospitalità nella propria casa, messa a disposizione gratuita del proprio tempo e delle proprie capacità, presa in carico da parte della comunità cristiana di un servizio continuativo, interventi di solidarietà nelle emergenze, possono essere occasioni per crescere come famiglia di Dio, in una fraternità sempre più ampia. Agire nel quotidiano, sporcarsi le mani con i poveri, progettare insieme le risposte e riflettere sul senso di quello che si fa, di che cosa cambia nella vita degli ultimi e della comunità che li accoglie, sono orizzonti che orientano a percorrere la via della prossimità, del servizio e del dono di sé.         
E ancora, lo stretto collegamento tra gli impegni di carità e i doveri di giustizia, la percezione che per risolvere i problemi bisogna risalire alle cause e contrastarle, il legame esistente tra lo sviluppo dei popoli e lo sviluppo della pace nel mondo, la necessità di saldare insieme le grandi prospettive di cambiamento sociale e politico con i piccoli passi quotidiani e con la coerenza personale. A riguardo necessita una spiritualità della carità, che ha come anima la speranza, in grado di reggere dinanzi alle prove e agli insuccessi, che accetta la fatica del servizio meno gratificante, che vede un cammino di salvezza anche nelle situazioni umane più degradate, che mette in crisi l’efficienza dei suoi risultati. Perché ciò accada, è indispensabile un profondo legame tra il dono dell’Eucaristia e la disponibilità a farsi dono ai fratelli.  
La spiritualità che nasce dall’esercizio della carità è una spiritualità che scruta la presenza e l’opera di Dio nelle realtà create. In una società segnata da concorrenza, disgregazione, opposizione, nella quale non siamo nemmeno più capaci di parlarci senza ricorrere ai toni dell’offesa, l’esigenza della speranza, così controcorrente rispetto alla cultura dominante, è un cammino al quale sono chiamati tutti gli uomini. L’umanità, infatti, è una, e ogni essere umano o si colloca in una comunità, in relazione con altri, e allora si umanizza, oppure sperimenta quell’individualismo che ha come unico esito possibile la violenza. Solo la carità ricevuta e donata è per ogni persona l’esperienza originaria dalla quale nasce la speranza . 
È una virtù, quella della carità, che ci porta a proporre stili di vita alternativi alla cultura e alle mode correnti: l’attenzione ai poveri, l’uso ricco di gratuità del proprio tempo e del proprio denaro, il senso e la dignità dell’altro, l’accoglienza e il rispetto della diversità, l’apertura delle proprie case, forme di condivisione dei beni, il rifiuto dello spirito di cosificazione e litigiosità, le azioni di dialogo e di riconciliazione nei contesti di vita ordinaria. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita .  

L’Eucaristia per la vita quotidiana
Dall’Eucaristia riceviamo la forza che ci fa riscoprire e riamare la vita quotidiana: è il senso del Congresso Eucaristico che si è celebrato ad Ancona. Alla luce dell’evento vissuto con intensa partecipazione dalla nostra Chiesa Ordinariato merita di essere posta in evidenza quella carità realmente praticata nella nostra famiglia militare, che può costituire un tirocinio per rigenerare il tessuto umano.
Siamo sollecitati a percorrere, secondo le circostanze che caratterizzano la nostra vita, tutti i sentieri della carità, allontanandoci da ogni forma di odio o d’indifferenza, coltivando relazioni fraterne, andando incontro agli ultimi. Ci aiutano alcune pagine evangeliche. 

L’affettività: il sentiero dell’apostolo (Gv 21,15-17) 
La vita affettiva riguarda la dimensione più semplice e permanente della persona nell’interiorità e nel suo modo di relazionarsi con l’Altro, con gli altri, con l’universo. L’identità e la complementarietà sessuale, l’educazione dei sentimenti, la maternità -  paternità, la famiglia e, più in generale, la dimensione affettiva delle relazioni sociali, le varie forme di rappresentazione pubblica degli affetti hanno un grande bisogno di aprirsi alla ricchezza della relazione e al legame tra generazioni .
Ciò impegna a coniugare vita affettiva, razionalità e morale, di fronte ad una mentalità che spesso enfatizza l’emozione e l’edonismo, emarginando la ragione e la responsabilità etica. Assistiamo, infatti, a una tendenza che contrappone affetto e norma, passione e ragione e riduce a pura emotività l’esperienza affettiva, concepita come tutta interna al soggetto, passiva e ingovernabile dalla volontà e dalla ragione.
Eppure la vita affettiva è il luogo privilegiato del legame (re-ligo) e della responsabilità (re-fero) tra gli uomini, dove carità verso se stessi e verso gli altri hanno la stessa dignità. Un’autentica vita affettiva non può essere disgiunta da una dimensione etica, da una direzione verso cui tendere, un ethos. Nelle relazioni circola la speranza di bene con la sua forza unitiva di compassione e circola il male con la sua forza disgregante, di sfruttamento dell’altro e di dominio su lui. I legami affettivi, allora, possono essere la sede del benessere della persona ma anche di grave patologia e di sofferenza psichica. Tra identità individuale e relazione con l’altro esiste un legame indissolubile da non gestire mediante scambi immediati e bilanci frettolosi.
Sradicare l’affettività da una prospettiva di amore e percepirla come pura soddisfazione di un bisogno ridotto a ciò che si prova, porta a uno sbilanciamento degli aspetti emozionali a discapito dei valori che sostengono la dignità dell’uomo e di tutto l’uomo. La vita affettiva non può che essere, nella sua verità, una relazione eticamente orientata. 
Cosa dice Gesù a riguardo? Prendo spunto dal legame affettivo del Signore con i suoi più intimi amici, in particolare, con Pietro. Gesù gli domanda la prima volta: «Simone, mi ami tu con amore totale e incondizionato?». Prima dell’esperienza del tradimento l’apostolo avrebbe certamente detto: «Ti amo incondizionatamente». Ora che ha conosciuto l’amara tristezza dell’infedeltà, il dramma della propria debolezza, dice con umiltà: «Signore, ti voglio bene», cioè «ti amo del mio povero amore umano». Il Cristo insiste: «Simone, mi ami tu con questo amore totale che io voglio?». E Pietro ripete la risposta del suo umile amore umano: «Signore, ti voglio bene come so voler bene».  
Alla terza volta Gesù dice a Simone soltanto: «mi vuoi bene?». Simone comprende che a Gesù basta il suo povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde: «Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene». Verrebbe da dire che Gesù si è adeguato a Pietro, piuttosto che Pietro a Gesù. Il Signore dimostra il suo amore abbassando per tre volte le esigenze dell’amore. Chiede almeno l’affetto, se l’amore è troppo; almeno l’amicizia se l’amore mette paura.    
Nell’amare Pietro, Gesù mostra come si ama l’uomo. «Egli non disse: Pietro deve cambiare e diventare un altro uomo prima che io possa tornare ad amarlo. Al contrario. Egli disse: Pietro è Pietro ed io lo amo; se mai è il mio amore che lo aiuterà a diventare un altro uomo… L’amore di Cristo era illimitato, come l’amore deve essere quando si deve compiere il precetto di amare, amando l’uomo che si vede. L’amore puramente umano è sempre pronto a regolare la sua condotta a seconda che l’amato abbia o non abbia perfezioni; mentre l’amore cristiano si concilia con tutte le imperfezioni e debolezze dell’amato e in tutti i suoi cambiamenti rimane con lui, amando l’uomo che vede. Se non fosse così, Cristo non sarebbe mai riuscito ad amare: infatti, dove avrebbe egli mai trovato l’uomo perfetto?» .            
Da quel giorno Pietro ha amato il Maestro con la precisa coscienza della propria fragilità affettiva; ma questa consapevolezza non l’ha scoraggiato. Egli sapeva di poter contare sulla carità del Risorto. Dagli ingenui entusiasmi dell’adesione iniziale, passando attraverso l’esperienza dolorosa del rinnegamento e il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità d’amore.
L’Eucaristia è Gesù mendicante di amore, mendicante senza pretese che in Pietro interroga ciascuno: sì, Signore tu sai che un po’ di bene te lo voglio, un po’ di amicizia tra tanta indifferenza, un po’ di attenzione tra tanta freddezza; non oso dire che ti amo e come Pietro dico di volerti bene.           
Nel sacramento dell’amore, Cristo prende in mano il tuo cuore e lo rende incandescente. È bello intrattenersi con Cristo e, chinati sul suo petto come il discepolo prediletto, possiamo essere toccati dall’amore infinito del suo Cuore, diventare discepoli ed entrare in quel grande slancio di carità.
L’intimità eucaristica non ci allontana dai nostri contemporanei, ma, al contrario, ci rende attenti e aperti alle gioie e agli affanni degli uomini e allarga il cuore alle dimensioni del mondo. L’Eucaristia insegna ad aver amore e non ad aver ragione.

La fragilità: il sentiero dell’emorroissa (Mc 5,25-34)
Fragilità è ciò che può spezzarsi (frangere), qualcosa che non si caratterizza subito né come problema né come risorsa, ma più semplicemente come uno stato transitorio o un limite nel creato e nelle creature (ad esempio: marginalità, precarietà, provvisorietà, minorità, criticità, emergenze, ingiustizie…). In ogni stagione della vita l’uomo è fragile ; in tutte le generazioni si è fatta esperienza di quella fragilità che incide in modo e grado differenti sulla concezione che ogni individuo ha della vita e dell’uomo. Sono molte, infatti, le forme in cui la fragilità si esprime: la malattia, il dolore, la disabilità, il disagio, la debolezza, la vulnerabilità, la povertà, l’estraneità e altre ancora, che ameremmo non incontrare e non vedere ma che spesso sono nella nostra psiche, nella casa in cui viviamo o abitano dietro la porta accanto.
Siamo chiamati a guardare in faccia la nostra natura umana, che “deve”, “ha bisogno di” porsi dei limiti, misurandosi con due esperienze fondamentali della vita: il rapporto con se stessa e con gli altri. 
Lasciamo che ritorni continuamente agli occhi della nostra mente Cristo, che ha pianto, ha sofferto sulla croce, è stato insultato, è morto di fragilità e sull’altare prende su di sé il nostro dolore. Riflettere sul rapporto Eucaristia e carità mi porta alla donna del Vangelo, che è semplicemente evocata con il riferimento alla malattia che l’ha fatta soffrire per lunghi anni. Gesù è tra la folla e una donna gli si accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Pensava: se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita. Cosa poteva guarire, toccando un mantello? Ma quella donna era intimamente persuasa che, in tal modo, avrebbe toccato Gesù e avrebbe ottenuto la guarigione.
Tra la folla che fa pensare alla debolezza, alla superficialità e trascuratezza nel prendere in mano la propria esistenza, è presente Cristo Eucaristia. Egli fa toccare con mano l’amore, rendendolo rigenerante, con la sua disarmante tenerezza espressa in termini di estrema familiarità: frui, dulcescere, ardens desiderium, ardentissima caritas .
È l’Eucaristia del dono di sé. “Fare” anche noi ciò che fece Gesù spezzando il pane. Quel gesto non indicava solo condivisione, ma anche immolazione. Quello che Gesù dà da mangiare ai suoi discepoli è il pane della sua dolcezza . Egli, dopo aver pronunciato: Prendete…, questo è il mio corpo; prendete... questo è il mio sangue, non lasciò passare molto tempo e compì ciò che aveva promesso. Dopo poche ore offrì il suo corpo e il suo sangue sulla croce.
Noi non soltanto tocchiamo il lembo del mantello, ma qualcosa di più. Siamo in comunione con Lui, intimamente guariti nella nostra fragilità? Naturalmente, perché ciò avvenga, occorre avere la fede della donna del Vangelo , rimanendo nell’unione al corpo eucaristico di Cristo.
Noi militari, pur consapevoli delle nostre debolezze, possiamo attingere ogni virtù dall’Eucaristia. Vogliamo la fede, fondamento della vita cristiana? Questo è il mistero della fede e possiamo ripetere: Signore accresci la nostra fede. Vogliamo l’umiltà, che è l’inizio della perfezione? Accostiamoci al Dio umiliato e crocifisso per attingere alla sua umiltà. Vogliamo la purezza? Il corpo di Gesù è la carne santa che fa perdere il gusto dell’insipienza alla nostra carne. Vogliamo la forza per resistere alle tentazioni? Questo è il pane dei forti. Vogliamo il conforto nel dolore? Nutriti da quel cibo e inebriati da quel calice non sentiamo alcuna sofferenza. Vogliamo la carità, l’amore a Dio e agli uomini? Il pane eucaristico ci rende un cuore solo e un’anima sola. L’Eucaristia è carità e chi mangia la carità, vive di Eucaristia.

La festa: il sentiero degli sposi (Gv 2,1-11)
La festa delle nozze di Cana rischiava di terminare in modo mortificante per mancanza di vino. Ma quel banchetto doveva anticipare il matrimonio di Cristo con l’umanità, redenzione che dal Calvario si perpetua nel tempo con il sacramento dell’altare.
Quando Gesù è sommessamente invitato da sua madre a procurare il vino per la festa, risponde pensando prima di tutto alla volontà sovrana del Padre, che determina le ore della sua vita terrena: «Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4). Secondo il piano del Padre, l’ora del primo miracolo, che deve introdurre la prospettiva eucaristica, non è ancora suonata. Ma Maria conosce bene suo figlio e capisce che ogni speranza non è esclusa, persevera nella domanda credendo nell’onnipotenza di Gesù, che può anticipare l’ora. Riporta così la vittoria della carità divina.
E’ nella carità che noi militari ci accostiamo all’Eucaristia come allo stesso mistero di Cristo. Se sulla croce Cristo-Dio s’è eclissato nella sua umanità sofferente (in cruce latebat sola deitas), nell’Eucaristia scompare agli occhi perfino il corpo dell’Uomo-Gesù (hic latet simul et humanitas). Appare solo la povertà di un segno alla portata di tutti, il più comune tra i segni della terra, pane e vino in cui c’è il Signore in persona e l’intera opera della salvezza.
Quando Gesù cambia l’acqua in vino, lascia intravedere la trasformazione del vino eucaristico nel suo sangue. Avrebbe potuto procurare il vino in un altro modo, ma il genere di miracolo che compie, molto discreto, fa prevedere il cambiamento, segreto e meraviglioso, che sarà chiamato più tardi “consacrazione”.
Quella che Gesù diffonde con il pasto eucaristico è vita divina in abbondanza e senza misura che sostiene le esigenze di un amore illimitato verso gli altri. Si capisce, perchè Gesù abbia scelto il momento dell’istituzione dell’Eucaristia per enunciare il precetto dell’amore: amatevi come Io vi amo.

Il lavoro: il sentiero del Battista (Lc 3,10-14)
Soccorrere le vittime di terremoti e alluvioni, accogliere profughi, disinnescare mine, con personale rischio e pericolo, pattugliare città e territori perché i fratelli non si uccidano tra loro può considerarsi come un’attuale incarnazione delle beatitudini evangeliche, tratto distintivo del lavoro militare. 
La situazione dei militari appare segnata da una sorta di sfida: come essere annunciatori della carità di Cristo in contesti regolati dalla disciplina e dalle sue esigenze, sia di osservanza formale, che di obbedienza effettiva a logiche di uso della forza, predisposte per attaccare l’eventuale nemico? In altre parole: l’utilizzo di armi e mezzi di distruzione non contraddice il precetto dell’amore cristiano? Sembra risuonare la domanda che alcuni soldati rivolsero al Battista: «Cosa dobbiamo fare?» (Lc 3,14). Giovanni li invitò alla purificazione, alla difesa dei deboli, all’amore del prossimo. 
Anche nel complesso mondo delle Forze armate, preposte alla tutela della democrazia e dell’ordinata convivenza civile, è giusto ritenere che il rinnovamento della vita cristiana nasca da un’appartenenza unica e intera a Cristo Gesù. Chi vuole essere operatore di pace dovrà tornare al primato dell’amore, quotidianamente pronto a morire a se stesso per camminare sulla strada esigente e coraggiosa della carità eucaristica. È per amore che gli uomini e le donne in divisa accettano rinunce e umiliazioni sino a donare la vita, se necessario; ecco perché scommettono sull’accoglienza più che sulla sicurezza, sulla promozione d’ogni vita umana più che sui propri interessi. 
Lo sanno bene i nostri giovani impegnati in missioni internazionali, convinti che distruggendo l’amore, l’uomo distrugge se stesso. Al contrario la ricchezza delle forze armate è nel dono. L’amore vero non sopporta di restare semplice intenzione o parola, ma si fa gesto e opera, qualcosa che si tocca e si vede. Ma non si arresta neppure al semplice aiuto e si fa ospitalità. La differenza è grande; l’aiuto raggiunge i bisogni dell’uomo, l’ospitalità raggiunge la persona. Motivando l’impegno per la pace come forma autentica di fedeltà a Dio, sarà possibile passare dalle impossibili condizioni di una “guerra giusta” alle possibili condizioni di una “pace giusta”. Tutto questo deve essere mostrato attraversando passaggi epocali, vivendo conversioni di mentalità in ascolto delle esigenze del Vangelo e dei segni dei tempi.              
Servire l’uomo nella carità è servire Dio che si è fatto presente nell’Eucaristia, sempre e dovunque.

L’educazione: il sentiero dei viandanti (Lc 24,13-35)
Era stato lungo quel giorno e il suo tramonto portava tristezza. L’avvicinarsi della sera faceva paura. L’evangelista Luca riporta l’esperienza che le donne e Pietro fanno nel costatare il sepolcro vuoto (cfr. Lc 24,1-12) e racconta l’apparizione ai discepoli di Emmaus e agli apostoli che ancora credevano di vedere un fantasma mentre Gesù in persona era in mezzo a loro (cfr. Lc 24,13-49).
Ma la sera di quel giorno metteva paura nel cuore. I due discepoli di Emmaus avevano ascoltato attentamente il pellegrino che si era avvicinato mentre spiegava come le Scritture si riferissero a Cristo. I loro occhi erano ancora chiusi e la delusione era tanto grande da indurli a confessare: «Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele». Per questo insistettero: «Resta con noi perché si fa sera». È l’ora dell’incertezza e dello sconforto. Speravamo. Ora viene la notte e il giorno finisce.
I sentimenti dei due sono espressi con il simbolismo del crepuscolo, del giorno ormai al declino. Sono sentimenti di confusione, di stanchezza, di smarrimento. Quando si aprirono i loro occhi, lo riconobbero nello spezzare il pane. Ma Lui sparì. E le cose reali incominciano a prendere parvenza di ombre per le tenebre che scendono con il tramonto del sole.
Così gli Undici e gli altri che erano con loro, di fronte a Gesù che appare in mezzo a loro, stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma sarà Egli stesso a dissipare il dubbio ordinando di guardare e toccare le sue mani e i suoi piedi dove vedere i segni della crocifissione, poiché, aggiunge: sono proprio Io.
Gesù incoraggia i due di Emmaus, in qualche modo, a ritornare alla vita, a quegli eventi che avevano causato la tristezza attraverso un sapiente metodo di lettura, capace non solo di ricomporre tra loro gli avvenimenti attorno a un significato centrale, ma di comprendere, nel tessuto misterioso dell’esistenza umana, il filo rosso d’un progetto divino. La lettura della nostra professione militare diventa operazione spirituale, non solo psicologica, perché conduce a riconoscere in essa la presenza luminosa di Dio. L’Eucaristia introduce nella comprensione del nostro servizio all’uomo e alla società, senza paura e pigrizia. Sappiamo che senza il Signore si fa notte nella vita, però stando con Lui si ritrova se stessi, perché Egli solo ha «parole di vita eterna» (Gv 6,68).
Ascendendo al Padre, Cristo non si è allontanato dagli uomini. Egli resta sempre tra noi e, come ha pro¬messo, ci accompagna e guida mediante il suo Spirito. «Io sono con voi tutti i giorni» (Mt 28,20).            
Educhiamoci a vedere nell’Eucaristia quella presenza che ispira bontà, condivisione, giustizia, concordia e pace fino al ritorno del Signore. La Chiesa Ordinariato con la testimonianza di cappellani fedeli alla loro missione sino al sacrificio della vita offre un vero sentiero di carità.
Scorrendo la storia, si è colpiti dal grandissimo numero di persone “sante”, cioè di coloro che hanno raggiunto la perfezione dell’amore, sorretti dalla celebrazione eucaristia. Esse hanno considerato Cristo come vero autore della pace e si sono sforzate di conformarsi a Lui: persone umili, pazienti, dolci, caritatevoli, vissute nel silenzio, distaccate dal potere, dalla ricerca della fama e del successo; persone che hanno scelto una vita di rinuncia per aiutare i loro fratelli; persone che per la fede e per la carità sono andate incontro a sacrifici umanamente mai ricompensati. In quanti militari la vita eucaristica ha fatto risplendere un vissuto di generosa dedizione al bene della comunità nazionale e dell’umanità. Anche noi, alla scuola dell’Eucaristia, ci impegniamo perché non manchi il pane della fraternità, dove non è riconosciuto e attuato il senso della condivisione nella solidarietà e democrazia. Se trascurassimo l’Eucaristia, come potremmo rimediare con la carità a tante forme di povertà spirituale e materiale del nostro tempo?

Cittadinanza: il sentiero di Zaccheo (Lc 19,1-10)
Gesù entrò nella città e la stava attraversando, quand’ecco un uomo di nome Zaccheo. Gli disse: Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua. Gesù e la città sono in stretta relazione. Il cristiano che vive di Eucaristia appartiene alla città, respira nella comunità degli uomini, è figlio di Adamo e figlio di Dio. Ma quale rapporto ha l’amore misericordioso del Signore con la città dell’uomo?
Tenterò una risposta a partire da ciò che si presenta a Dio (movimento ascendente) e, poi, da ciò che Dio, tramite l’Eucaristia, (movimento discendente) dona agli uomini e alla loro città.
Quando i cristiani obbediscono al comando del Signore: «Fate questo in memoria di me» predispongono pane e vino, simbolo dell’uomo intero, frutto delle azioni dell’uomo nella storia e sulla terra. Sono dunque simbolo dell’uomo e della sua città. Sicché la città degli uomini non è estranea all’Eucaristia, anche se gli uomini si sentissero estranei a essa. Qualunque sia l’atteggiamento della città verso l’Eucaristia, essa non è mai estranea agli uomini che la abitano. Sul pane e vino consacrati, s’invoca la Parola di Gesù da cui scaturisce l’incontro, la condivisione, la commensalità, la comunione. Pane e vino, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, sono causa di benedizione e ringraziamento a Dio; pane spezzato e vino condiviso da tutti, pane che dà vita e bevanda che ristora... Una è la tavola di comunione, la cena del Signore in cui tutto è condiviso affinché tutti abbiano la vita. Al contrario la tavola dell’umanità è piena di cibo per alcuni, spesso diventa luogo di voracità per chi consuma tutto e subito, luogo di esclusione per i poveri, gli affamati, gli assetati della terra. Noi cristiani professiamo la necessità pacificatrice della mensa eucaristica, perché il pane che proviene dal lavoro sia sempre più condiviso. Non voracità ma rendimento di grazie, non egoismo ma solidarietà, non potere ma servizio, perché Dio sia tutto in tutti: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (v.8).
Ma l’Eucaristia riguarda la città anche per ciò che Dio attraverso di essa dona alla città degli uomini. Qual è questo dono? È il dono di uomini e donne che, plasmati dall’Eucaristia, vivono la logica eucaristica. Tale logica è quella di sacrificare la vita per gli altri, quella del servizio alla Patria, cambiando il male di questa terra in una terra nuova, feconda di carità reciproca. Essere cittadini di una nazione, averne la cittadinanza significa immettersi in un circuito di carità in cui far crescere un’appartenenza, che è dono e debito di amore reciproco. Di qui il coraggio di attraversare la città, passando tra le folle nel nome di Gesù. È necessario, faticoso e bello che l’Eucaristia attraversi la città dove abitano e lavorano gli uomini e le donne con le stellette, a cui Gesù annuncia la salvezza. Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto.
«Vivere in maniera eucaristica significa uscire da se stessi, dalla ristrettezza della propria vita e crescere nella vastità della vita di Cristo. Chi cerca il Signore nella sua casa non gli chiederà solo di preoccuparsi di lui e delle sue faccende. Comincerà ad interessarsi delle faccende del Signore».
Le caserme, gli aeroporti, le navi, i luoghi che tocchiamo nella vita quotidiana (affettività, fragilità, festa, educazione, lavoro e cittadinanza) sono quelli in cui si gioca la nostra carità eucaristica. Il rischio che sempre corriamo è di testimoniare l’amore nei luoghi che solitamente consideriamo a essa attinenti e per un tempo limitato. Invece la fede deve incidere nel quotidiano, guidarci in ogni istante, colmare la separazione fra eucaristia e vita, tra amore di Dio e amore del prossimo.          
L’Eucaristia dà impulso al nostro cammino storico, ponendo un seme di vivace speranza nella quotidiana dedizione di ciascuno ai propri compiti. Se, infatti, la visione cristiana porta a guardare ai cieli nuovi e alla terra nuova, ciò non indebolisce, ma piuttosto stimola il nostro senso di responsabilità verso la terra presente.      
Nel nostro tempo, così spaventosamente carico di conflitti, l’Eucaristia sacramento della pace acquista un particolare rilievo, perciò la Chiesa Ordinariato avverte come compito proprio quello di implorare e testimoniare il dono dell’unità per se stessa e l’intera famiglia umana.
 L’immagine lacerata del mondo, con lo spettro del terrorismo e la tragedia della guerra, chiama più che mai i cristiani a vivere l’Eucaristia come la grande scuola di pace, dove si formano uomini e donne che nella vita sociale, culturale, politica, si fanno tessitori di dialogo e di comunione.  
Accogliamo dalla Vergine Immacolata l’insegnamento della carità eucaristica, cosa è e da dove essa trae la sua origine e la sua forza sempre nuova. A lei, Donna eucaristica e Regina della Pace, affidiamo la nostra famiglia militare nella delicata ma esaltante missione al servizio dell’amore. 

+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo Ordinario Militare per l’Italia

8 dicembre 2011
Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Data Inizio: 08/12/2011     Data Fine:

Riferimenti

Annuncio del Vangelo e testimonianza della carità

Tipologia: Convegni dei cappellani

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