La realtà con cui confrontarsi
Vorrei toccare qualche aspetto della “fatica” del vivere oggi, che mi sembra si inserisca bene nella riflessione di questo incontro e che riguarda appunto le “ferite” dell’uomo contemporaneo, in particolare dei nostri militari.
I mutamenti in atto determinano esiti che sono molto più di semplici questioni sociali, ma rimettono in gioco l’idea stessa di uomo, il senso dell’esperienza umana e il tema della moralità e dei valori. Respiriamo una cultura dell’incertezza. Rispetto alla dimensione temporale, oggi prevale il “qui e ora”. Il presente è l’unico orizzonte di riferimento e, si è tagliato ogni legame con il passato, si è incapaci di progettare il futuro. Ma il presente é per sua natura provvisorio e l’esperienza dell’uomo contemporaneo - non solo i consumi, ma anche scelte importanti che attengono alla vita affettiva, al lavoro, alla formazione - è spesso caratterizzata da provvisorietà. E’ questo un tratto che per un militare può significare il recupero della dimensione estetica e ludica della vita, ma che potrebbe tradursi in superficialità e indifferenza.
Il lavoro stressante del militare può pregiudicare la vita familiare e personale, così come, viceversa, un’attività lavorativa gratificante può aiutare l’equilibrio affettivo e familiare. E’ anche vero il contrario, cioè che la serenità e l’equilibrio della vita personale e degli affetti familiari può consentire di lavorare meglio, così come, viceversa, una crisi familiare può pregiudicare anche il percorso professionale.
Incide in quest’aspetto anche l’indebolimento della valenza normativa delle Istituzioni che priva il soggetto di regole sociali e modelli di riferimento. Tutti notiamo il passaggio dall’educazione fatta di norme all’educazione affettiva. Questa transizione si caratterizza per l’iperprotettività del ruolo genitoriale, l’interpretazione in senso amicale del ruolo stesso e per una sorta di patto di complicità. Ne emerge una sregolatezza di vita non sempre armonica con la disciplina militare con conseguente disagio e inquietudine personale e familiare. Dei “bravi ragazzi sregolati”, frutto di quella famiglia affettiva di cui non abbiamo ancora visto gli effetti dirompenti.
La situazione economico - finanziaria prevede tagli anche allo strumento militare, che potrebbe essere condizionato da criteri legati all’utilità e all’efficienza a ogni costo secondo uno specifico modello di produttività. Il rischio è essere coinvolti in ingranaggi di tipo economico e politico. Il diritto diventa qualcosa di soltanto giuridico e non etico, il consenso si trasforma in operatività, il benessere del militare si subordina agli obiettivi descrivibili in termini economici. Che fare?
Il militare rischia, così, di trovarsi intrappolato tra le linee guide di una società di servizi per cui lavora e trascura quella gratuità che da sempre caratterizza le Forze armate. In questo contesto, il ruolo del medico si presenta di mediazione forte tra l’Istituzione e il militare in sofferenza, tra la persona del paziente e una sanità efficiente, pur razionalizzandone i costi. In questo compito è animato da dovere etico, dalla sua personalità umana e dalla dignità della sua professione, coniugando, di volta in volta, competenza scientifica e coscienza personale, verità e rispetto dell’altro, prudenza e responsabilità, per una relazione avente come fine la salute dell’altro.
La centralità della persona
Oggi, gli psichiatri e gli studiosi del comportamento sono gli specialisti della mente, mentre altri studiosi di medicina si curano del corpo, con l’accento posto sulla tecnologia che aiuta nella diagnosi. Ma, anche se può essere corrente parlare di salute e di malattia “mentale” e “fisica” nel settore professionale, nella realtà dei fatti, molti vedono la malattia, la salute e il loro corpo, come un sistema unico, che include anche una componente spirituale. Così le parti dell’individuo - mente, corpo fisico e anima - sono unite a comporre una realtà unica. La tensione in una di queste tre parti può contribuire al malessere nelle altre due. In tal senso, la persona può esprimere difficoltà emotive tramite sintomi fisici (somatizzazione), come pure una mente e un animo sano possono essere considerati componenti importanti di un corpo in salute.
L’attenzione alla persona del militare in situazione di sofferenza chiede al medico di evitare le generalizzazioni. Le sindromi non sono tutte uguali, così come non lo sono le persone che presentano lo stesso tipo di disturbo. Nessuno può permettersi di liquidare ogni disagio o disturbo con l’etichetta generica dell’esaurimento nervoso. Né si deve associare violenza a salute mentale. Chi coltiva l’idea che la malattia della mente è una minaccia all’integrità sociale, alimenta una cultura della paura e del sospetto nei confronti di chi patisce sulla propria pelle una qualche psicopatologia. Paura e sospetto si traducono in chiusura, difesa e diffidenza, atteggiamenti questi che originano una mentalità di emarginazione e solitudine, che non aiuta certo la cultura dell’accoglienza e della condivisione. La depressione, per esempio, pur essendo una categoria applicabile a più individui, si caratterizza in ciascuno di loro, differenziandosi in maniera singolare quanto a genesi, evoluzione e dinamica. Ogni persona, infatti, ha una storia, un suo passato, una sua struttura psichica, delle sue singolari interazioni familiari.
Si pensi, ad esempio, all’accostamento terapeutico con le persone in condizione di fragilità psichica o mentale: senza un’accoglienza e una cura totale della persona è difficile che una semplice terapia farmacologia, per quanto specializzata, possa rivelarsi davvero efficace.
La persona che soffre mentalmente non piace mai a se stessa. Che cosa piace a colui che è in dissidio con se stesso? Qui appare qualcosa di fondamentale: l’egoismo è una cosa naturale e del tutto scontata per l’uomo, ma non lo è per niente l’accettazione di sé. Si deve superare il primo e acquisire la seconda; è senz’altro tra i più pericolosi errori dei pedagogisti e dei moralisti cristiani quello di avere spesso scambiato fra loro i due compiti e in tal modo di aver eliminato il sì a se stessi, ma di non aver che rafforzato più profondamente l’egoismo come vendetta dell’io negato.
I principali cambiamenti del lavoro che attengono alla sua durata, alle modalità della sua prestazione, alla flessibilità e alle sue trasformazioni, con l’emergere di nuovi rapporti di impiego (penso alle missioni internazionali e alle emergenze del territorio nazionale), di nuovi profili di dipendenza e di autonomia, di forme inedite di precariato (ferma volontaria prefissata), con intrecci e sovrapposizioni inconsueti tra occupazione, disoccupazione e inattività, si rivelano spesso invasive e critiche per la vita dei militari. Andrebbero approfondite meglio le conseguenze sociali della flessibilità del lavoro, cercando di capire e spiegare cosa succede alle famiglie e alle persone concrete in presenza di percorsi di lavoro flessibili e instabili. Il venir meno di garanzie di continuità dell’impiego genera nuove situazioni di vulnerabilità, situazioni cioè a rischio, collegate soprattutto alla tipologia familiare di appartenenza. Nell’intreccio tra lavoro, grado di instabilità del lavoro e tipologia familiare si possono leggere le nuove forme di precarietà.
All’alienazione da routine e all’oppressione della monotonia tipica del lavoro sedentario, si sono sostituiti l’ansia da variabilità e lo stress da competizione individualizzata, permanente e senza legami. Si tratta di cambiamenti che richiedono un più forte investimento di risorse, non solo professionali, ma anche motivazionali, di qualità umane e di equilibrio psichico, e che non sono certo indifferenti rispetto alla sfera extralavorativa, rimettendo in questione l’equilibrio tra le diverse dimensioni della vita personale.
Il sostegno alle famiglie
La persona va pensata e considerata all’interno dell’ambiente familiare. Intervenire solamente sull’individuo significa non affrontare in maniera seria molti degli emergenti problemi della mente. E’ necessario analizzare e interpretare il disagio, qualsiasi esso sia, inserendolo in un quadro ben preciso, nella giusta cornice delle dinamiche familiari.
La malattia della mente mette in qualche modo a disagio chiunque la accosti. La difficoltà sembra nascere principalmente dalla preoccupazione di non saper stare accanto a chi si presenta avvolto da un alone di mistero e indirettamente costringe a fare i conti con se stessi, con le proprie questioni irrisolte, con le angosce e limitazioni.
D’altra parte chi è affetto da una grave forma di patologia psichica soffre di un’ansia devastante e ha quasi sempre la voglia di liberarsene, scaricandola su qualcuno. Lo psicotico vive un’angoscia pervasiva che sente di dover qui e ora eliminare. Ecco che a chi soffre di un severo disturbo psichico spesso mancano i limiti, viene meno la capacità di tenere dentro uno stato emotivo o un pensiero, quindi di discernere se, quando, che cosa, come e a chi è opportuno comunicarli. A motivo dell’ansia che lo abita, chi vive un disagio psichico ha un notevole bisogno di rassicurazioni e conferme, tant’è che non gli bastano mai le parole e i gesti di chi lo ascolta e con pazienza cerca di dargli aiuto, sostegno e sicurezza.
Il disturbo mentale coinvolge non soltanto l’interessato ma, in misura diversa, anche chi gli vive accanto. Può capitare addirittura che il disagio non sia percepito dal soggetto e ricada quasi totalmente su chi gli sta vicino. I familiari hanno un fardello pesante da portare e un ruolo determinante da svolgere, tanto che a nessuno sfugge alla pesante ripercussione sull’equilibrio della struttura familiare (le famiglie dei caduti in teatri operativi e quelle dei feriti resi diversamente abili).
Le reazioni sono le più diverse. Alcune famiglie aggrediscono il mondo circostante e rischiano di proiettare la causa del loro malessere sulle strutture sanitarie, sugli altri. Altre famiglie, sentendosi colpevoli e responsabili della situazione di uno dei propri membri, provano vergogna e si isolano.
A prescindere dal modo di reagire alle difficoltà, tutte le famiglie vanno sostenute e aiutate, stimolate a rimanere in qualche modo aperte al mondo circostante e in corretta relazione con l’ambiente esterno. Ai familiari vanno dati spazi e tempi per lo sfogo, la condivisione libera e sincera del vissuto, la comunicazione di pene e speranze.
Il servizio del cappellano militare
La malattia è espressione di un complesso incrocio di biologia e psicologia, di cultura e di scienza, di paure e di speranze, di certezze tecniche e di attese trascendenti. In questa prospettiva anche la religione, senza prevaricare esercita una funzione importante nella salute mentale. Ricordare alla scienza la trascendenza della creatura umana, la cui vita non può essere manipolata senza riserve, la cui dignità non dev’essere umiliata, la cui intimità non dev’essere violata. «Dio solo ha in mano l’anima di ogni vivente e il respiro di ogni carne umana» (Gb 12, 10), quella carne che ha creato «a sua immagine e somiglianza» (Gn 1, 27-28).
Se la malattia è vincolata a una radice trascendente, è scontato che anche la medicina dovrà essere sacra e il guaritore per eccellenza dovrà essere Dio, definito, come “colui che guarisce”. La manifestazione della sua azione sanante avviene attraverso mediatori: il profeta, il sacerdote, il medico (cfr. Sir 38,1-15). Il tempio diventa, così anche ospedale. Ciò premesso, credo che tra psichiatri, psicologi e cappellani bisogna realizzare un’alleanza terapeutica, dove diverse competenze si incontrano e si confrontano senza che si assolutizzi la volontà né dell’una né dell’altra, nella ricerca di un fine comune che è il bene del sofferente, di cui prendersi cura, mettendo da parte interessi privati e particolari.
Al cappellano il sofferente di mente pone solitamente un peculiare genere di richiesta: desidera essere aiutato a uscire dalla condizione di emarginazione e solitudine in cui si ritrova a vivere. Ora, questa relazione di accoglienza e solidarietà può realmente contribuire a farlo stare meglio. Lo psichiatra e lo psicologo portano il loro essenziale, ma non esaustivo, contributo. Tutti sono chiamati a collaborare, ciascuno per la propria parte, in fase curativa come in quella preventiva. Si tratta di educare alla salute e a una cultura dell’accoglienza. Non va però sottaciuto che i militari mentalmente sofferenti si rivolgono al sacerdote o si affacciano agli itinerari formativi e agli eventi celebrativi della comunità cristiana anche a motivo della loro fede, per quanto immatura possa essere. E’ evidente che l’accompagnamento spirituale, la presenza a momenti di catechesi e formazione, la partecipazione alle celebrazioni liturgiche della comunità non sono sufficienti. La persona che prega si sforza di cambiare la propria situazione e, nonostante questo impegno, rimane sommersa da evidenti sintomi di natura psichica. Saggezza vuole che il cappellano riconosca umilmente i propri limiti, faccia opera di convincimento perché l’interlocutore accetti il sostegno di altre figure professionalmente competenti. A volte può essere sufficiente che lo stesso cappellano in caserma, sulle navi e negli aeroporti, chieda consulenza a chi di dovere, al fine di intervenire e interagire con chi è in difficoltà nel miglior modo possibile, evitando di fare danni.
La religiosità si presta bene a fare da nido caldo e da rifugio a chi fa fatica a vivere in questo mondo. C’è chi lascia la realtà per ricostruirsene una più gratificante e accettabile. In questo senso, la fede può svolgere nei confronti di una psiche malata una funzione difensiva, può essere cioè coltivata a partire dalla falsa illusione che tolga l’ansia, elimini il senso di colpa, compensi frustrazioni e percezioni più o meno gravi di disistima. Da qui muovono le visioni allucinatorie, i rigidi dogmatismi che danno sicurezza, le proiezioni compensatorie, i ritualismi rassicuranti e altre forme di spiritualismo disincarnato. Il cappellano avveduto sa che è decisamente inopportuno dare credito con facilità a persone che vivono la fede in maniera “straordinaria”. Nell’assistenza spirituale, egli dovrà piuttosto operare un discernimento paziente e comprensivo di ogni ambito della vita del soggetto, ricostruendo il quadro complessivo della sua personalità. Le manifestazioni mistiche e le possessioni demoniache ci sono, ma prima di arrivare a definire come tali fenomeni straordinari, comportamenti bizzarri o immediatamente inspiegabili è doveroso muoversi con prudenza e cautela. D’altra parte, però, non si può neppure banalizzare la religiosità di queste persone. Anche i malati vivono una vera relazione con Dio.
La competenza professionale è fondamentale e necessaria, ma da sola non basta. Si tratta, infatti, di esseri umani, e gli esseri umani necessitano sempre di qualcosa in più di una cura solo tecnicamente corretta. Hanno bisogno di umanità, dell’attenzione del cuore che apre orizzonti inediti di speranza e di guarigione.
+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo