Ambasciatori di pace

Intervista al Sir Italia

Luogo:

Predicatore:

Una "missione internazionale" particolare, con regole d'ingaggio molto diverse dalle solite. Le "armi" saranno la preghiera e la riflessione, il teatro operativo invece Betlemme, Gerusalemme, Nazareth, Gerico, il monte Tabor, il lago di Tiberiade, il monte delle Beatitudini. Luoghi che hanno visto la presenza di Cristo e che i soldati italiani visiteranno in un pellegrinaggio, voluto dalla Chiesa Ordinariato militare per l'Italia, che partirà il 27 dicembre (fino al 3 gennaio 2012). "I militari italiani, che vi prendono parte - spiega al SIR l'arcivescovo castrense, mons. Vincenzo Pelvi - sono dei credenti, ambasciatori di pace per gli individui, per le nazioni e per l'intera famiglia umana". L'impegno è quello di "essere determinati e coraggiosi portatori della carità di Dio verso gli altri".  

Eccellenza, la Terra Santa, lungi dall'essere un luogo di pace, è dilaniata da conflitti e crisi che si riflettono anche a livello internazionale. Può sembrare un paradosso, allora, un pellegrinaggio militare nella terra di Gesù?
 
"I militari italiani, che prendono parte al pellegrinaggio, sono dei credenti, ambasciatori di pace per gli individui, per le nazioni e per l'intera famiglia umana. Per loro toccare la terra di Gesù diventa provvidenziale occasione per risvegliare la preghiera perché è in Dio che si radica il perdono e la misericordia reciproca. Nell'essere convinti che da Dio viene a noi ogni dono perfetto, ci rendiamo conto della futilità dei pregiudizi e delle divisioni dinanzi all'amore divino che ci attira. I militari non hanno paura d'invocare la concordia e contano sulla preghiera come sorgente di solidarietà che supera la paura dell'aggressione e della guerra. Alla potenza delle armi è necessario sostituire la potenza della vita di Cristo".

Il Sinodo per il Medio Oriente del 2010 ha esortato le Chiese a stare vicino alle "pietre vive" della Terra Santa. Nel pellegrinaggio ci saranno momenti di condivisione con le comunità locali?
 
"Certamente. Incontreremo il Patriarca di Gerusalemme e avremo modo di trattenerci con coloro che sono impegnati nelle scuole e negli ospedali sostenuti dai cristiani. Non mancheranno occasioni di ascolto dei fratelli ebrei e musulmani. La Chiesa Ordinariato, poi, desidera incoraggiare i cristiani a non allontanarsi dalla Terra Santa e dal Medio Oriente e sostenere iniziative di formazione che permettano a giovani musulmani e cristiani di prepararsi per lavorare insieme alla costruzione della pace".  

Lei ripete spesso che "la ricchezza delle forze armate è nel dono", come dimostrano le tante iniziative avviate da militari italiani al loro rientro in Patria, dopo le missioni internazionali. Sarà così anche con questo pellegrinaggio?
 
"Sono certo che militari e famiglie conoscendo la realtà di queste terre sante potranno sostenere progetti di amicizia, come già avviene in Kosovo, Libano e Afghanistan. C'è l'esigenza di accostare sempre più i cristiani ai poveri, agli sfollati, alle vittime delle tragedie umane e creare ponti di condivisione e solidarietà, così da rendere possibile un fecondo incontro di persone e di popoli delle diverse religioni e culture, arricchendo il tessuto della società e realizzando un fruttuoso dialogo interreligioso".  

In che modo questo evento si colloca nel cammino pastorale 2011-2012 della Chiesa Ordinariato che ha al centro la carità?
 
"La famiglia militare vive spesso l'esperienza di pellegrinaggi come momento di purificazione e rinnovamento spirituale. Durante la preparazione del Congresso eucaristico, i cappellani hanno espresso il desiderio di recarsi in Terra Santa per trovare la genuinità della fede toccando i luoghi di Gesù. Il Vangelo, contemplato nel suo ambiente di origine, manifesta e aiuta una comprensione più chiara delle parole e dei gesti del Signore. Tra l'altro, scopo del nostro pellegrinaggio è metterci sui passi di Dio Amore, programma del nostro anno pastorale, perché ci aiuti a vedere un orizzonte che sia oltre il nostro egoismo e per immaginare la vita di carità come Dio la disegna nel mondo di oggi. Ogni passo lungo le vie della Palestina vuole simboleggiare per noi l'impegno a essere determinati e coraggiosi portatori della carità di Dio verso gli altri. Toccare e gustare i luoghi benedetti dalla presenza fisica del nostro Salvatore, diventa uno slancio ad apprezzare più pienamente il dono della fede e a crescere in quella comunione che trascende ogni limite di lingua, di razza e di cultura". 

Cosa si attende da questo pellegrinaggio per l'Ordinariato militare? 

"L'augurio è che la nostra Chiesa avverta il bisogno di lasciarsi illuminare quotidianamente da Cristo scegliendo la vita e cercando la verità. È bello pensare di girare le spalle al sepolcro vuoto, cioè alle forme di scoraggiamento e sconfitta, e guardare avanti convinti che la fede e la ragione ci aiuteranno a costruire una spiritualità della speranza. Nella terra di Gesù a noi militari sarà ancora chiesto di abbandonare linee di pensiero, di azione e di reazione infruttuosa e sterile; in modo da rispettare i diritti e i doveri di tutti, impegnandosi a collaborare per il bene comune. È una sfida ma anche una grazia".


Daniele Rocchi

Data Inizio: 16/12/2011     Data Fine: