Un cuore che vede

Intervento al Convegno "Donne in difesa della pace nel mondo" - Pontificia Facoltà teologica "Seraficum", 16 dicembre 2011

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Carissimi,
l’essere umano esiste come maschio e femmina. La promozione della donna ha il suo passaggio obbligato nella comprensione del femminile a partire da un’antropologia che recuperi il valore della persona e metta in risalto la relazionalità tra femminile e maschile, valorizzandone la reciprocità uno-duale.  
La diffusione della sensibilità per il riconoscimento effettivo della dignità e dei diritti della donna in tutti gli ambiti della vita sociale non deve farci sottovalutare due tendenze: la prima vorrebbe difendere l’identità femminile facendo della donna l’antagonista e la rivale dell’uomo, spingendola a intraprendere la strada della lotta per il potere, e la seconda, al contrario, tenta di cancellare ogni differenza tra maschile e femminile, concependola esclusivamente come il risultato di condizionamenti socioculturali. Quando l’uomo o la donna pretendono di essere autonomi e totalmente autosufficienti, rischiano di restare rinchiusi in un’autorealiz-zazione che considera come conquista di libertà il superamento di ogni vincolo naturale, sociale o religioso, ma che di fatto li riduce a una solitudine opprimente.              
Ne consegue che la donna difende la pace proponendo la dimensione di “essere per”, realizzando la pienezza della personale specificità nell’accoglienza senza condizioni dell’altro.             
Dinanzi alle devastanti lacerazioni delle guerre che offendono la dignità della persona e sconvolgono la pace, la donna con le stellette è impegnata con passione a soccorrere le vittime di terremoti e alluvioni, accogliere profughi, con personale rischio e pericolo, pattugliare città e territori perché i fratelli non si uccidano tra loro.       
La situazione della donna in divisa appare segnata da una sorta di sfida: come essere educatrice di pace in contesti regolati dalla disciplina militare e dalle sue esigenze, sia di osservanza formale, che di obbedienza effettiva a logiche di uso della forza, predisposte per attaccare l’eventuale nemico? In altre parole: l’utilizzo di armi e mezzi di distruzione non contraddice la naturale propensione ad amare? Al di là di competenze e di abilità tecniche acquisite, la donna, pur impegnata in operazioni belliche, resta una persona con una convinta onestà morale orientata alla riconciliazione, e manifesta una non comune sensibilità etica. E’ capace, infatti, di assumere la sofferenza dell’altro, e tra gli altri del più debole, rispettando la dignità di “nemici inediti” che non riconoscono i principi fondamentali della persona umana.         
Anche in teatri operativi, ella non si vendica e non porta odio, assiste e si prende cura anche di chi la contrasta con ferocia. E’ per amore della pace che le donne in divisa accettano rinunce e umiliazioni sino a donare la vita, se necessario. A loro non basta più il presente di conflitti senza inizio e senza fine, dove non si distinguono combattenti e civili; ecco perché scommettono sull’accoglienza più che sulla sicurezza, sulla promozione della vita umana più che sui propri interessi.
Quella della donna militare, fiduciosa nel diritto umanitario e nella diplomazia internazionale, è una carità profetica, perché va oltre lo scacco e l’apparente fallimento dei valori. La guerra non è più “una cosa normale”. Lo sanno bene le nostre giovani impegnate in missioni internazionali, convinte che distruggendo la pace, l’uomo distrugge se stesso. Al contrario la presenza femminile nelle Forze armate è sorgente di dono e gratuità.   
La caratteristica femminile è un cuore che vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente. Di qui la concretezza necessaria per trasformare la carità in quotidiano. L’amore vero non sopporta di restare semplice intenzione o parola, ma si fa gesto e opera, qualcosa che si tocca e si vede. Ma non si arresta neppure al semplice aiuto e si fa ospitalità. La differenza è grande; l’aiuto raggiunge i bisogni dell’uomo, l’ospitalità raggiunge la persona (penso ai bambini Kosovari, alle donne in Afghanistan, agli anziani del Libano). La presenza delle donne insegna a non imporre modelli maschili ma a lasciar emergere le caratteristiche e specificità, come ad esempio la loro capacità di instaurare una relazione con le popolazioni locali nelle missioni di sicurezza internazionale.
I diritti delle donne sono diritti umani perciò il progredire della loro emancipazione diventa questione di giustizia per il benessere della società. Da loro impariamo a essere vigili nel destare le coscienze sulle questioni nazionali e internazionali e sull’importanza di ricercare adeguate modalità di ridistribuzione della ricchezza, di promozione della crescita, di cooperazione allo sviluppo e di risoluzione dei conflitti.
Le Forze armate, infatti, hanno tratto dall’ingresso delle donne maggiore opportunità organizzativa, spinta etico - morale, entusiasmo, impatto positivo sull’ambiente, ma soprattutto un apporto insostituibile, quanto a sensibilità, qualità relazionale, modo di affrontare i problemi, saggezza e di moderazione, coraggio e dedizione, a sostegno di una responsabile ecologia umana, che afferma la dignità della persona.  
Genio femminile è una categoria nuova e importante iscritta nell’ordine di un amore che ha nella fecondità il paradigma della vita della donna, capace di continuare a cercare dentro di sé quei percorsi etici preliminari della sua accoglienza, proteggendo con tutte le forze quell’eterno mistero del generare benessere e vita dalla frenesia della società contemporanea. Nel donarsi agli altri nella vita di ogni giorno la donna coglie la vocazione profonda della propria vita, lei che forse ancor più dell’uomo vede l’uomo, perché lo vede con il cuore. Lo vede indipendentemente dai vari sistemi ideologici o politici. Lo vede nella sua grandezza e nei suoi limiti, e cerca di venirgli incontro e di essergli di aiuto.
Le donne in uniforme divengono dunque, nel ventunesimo secolo, una componente essenziale nelle attività di pace in cui è impegnata, a livello internazionale, anche l’Italia. 
Con il loro apporto aggiungono un valore alla società di cui il nostro Paese deve essere fiero e riconoscente. Molta strada è stata fatta ma tanta deve essere ancora percorsa, nonostante che, dai media, si ha l’impressione che, invece di progredire, il nostro Paese regredisca, proponendo in modo ossessivo un modello decorativo di donna. Ma la realtà fortunatamente è diversa e abbiamo il dovere di esaltarla.

 

+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo

Data Inizio: 16/12/2011     Data Fine:

16/12/2011

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