La Parola libera e guarisce

Omelia per la Festa di San Tommaso d'Aquino - Basilica San Domenico Maggiore (Na), 28 gennaio 2012

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Carissimi,

nel Vangelo i Giudei ascoltano Gesù e non sanno ancora chi egli sia; sanno soltanto che è diverso dagli altri. La sua parola non esprime solo quello che Gesù sa. Egli è la sua Parola, il Rivelatore è la stessa rivelazione, tanto che l’Evangelista Marco afferma: «Erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi».          
L’autorità dell’insegnamento consiste nel fatto che non è frutto di sapere libresco («non come gli scribi»), non è l’esito di un corso di studi. Non è solo autorità della parola, ma di colui che la pronuncia. E si tratta di un insegnamento trasmesso non solo con parole, ma anche con gesti, con azioni: la novità che lo contraddistingue è la novità di Gesù, che «portò ogni novità portando se stesso» (Ireneo di Lione).
Egli, infatti, non parlava come un maestro, ma come il Signore; non parlava per l’autorità di qualcuno più grande di lui, ma con la sua autorità. 
Al cuore del testo evangelico vi è l’incontro di Gesù con un uomo «posseduto da spirito immondo»; un uomo sofferente di disturbi psichici o afflitto da mali che si manifestavano in modo violento e insolito. Il male che affligge quell’uomo (che frequentava regolarmente la sinagoga, il luogo santo) ha anche una valenza spirituale. Quell’uomo manifesta di conoscere perfettamente Gesù («Tu sei il santo di Dio»: Gv 6,69), ma non vuole aver praticamente nulla a che fare con lui («Che c’entri con noi?»: Mc 1,24). La diabolicità dell’atteggiamento è lì: si confessa rettamente la fede, ma non ci si coinvolge nella sequela di Cristo fino alla fine.
Se la parola di Gesù suscita la meraviglia di una parte del suo pubblico, coloro che sono tormentati da uno spirito maligno vengono colpiti in pieno. La parola di Gesù fustiga il Maligno, lo costringe a farsi avanti. E quest’ultimo protesta.  
A riguardo afferma il nostro San Tommaso: «Il male fa perdere alla creatura la beatitudine che consiste nell’unione con Dio; fallisce così la piena realizzazione della sua capacità infinita, ma non perde né il proprio essere né una parziale realizzazione di sé. Perdendo l’unione elettiva col fine ultimo, sminuisce la pienezza della sua bontà e resta unita a Dio solo come una cosa naturale, senza che la sua volontà partecipi attivamente a questa relazione. Ogni male è un indebito rimpicciolimento del bene, come una restrizione di un bene che avrebbe dovuto essere più totale» (In Ep. ad Rom., VIII, lect. 6, n. 696). 
Prima di cacciare il male, la parola di Dio illumina gli angoli più segreti del cuore. Il Maligno viene identificato e costretto a uscire dal suo nascondiglio: «Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci!». E Gesù: «Taci! Esci da quell’uomo». La parola di Gesù ha effetto immediato, ma non senza che lo spirito maligno, lasciando il posseduto, gli faccia sentire un’ultima volta fino a che punto quell’uomo era diventato la sua vittima: «E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui».  
La parola di Gesù guarisce, ma facendo emergere il male, svelandolo e consentendone così l’espulsione dal profondo: quel male a lungo soffocato per non soffrire, ora viene portato alla luce e questi spasmi dolorosi si situano a metà tra la morte e la nascita. La parola di Gesù non seppellisce il male, ma osa farlo emergere e affrontarlo apertamente; è autorevole perché liberatrice; restituisce l’uomo a se stesso liberandolo dalla divisione che lo lacera e dai fantasmi che lo tormentano.
Quando la parola di Gesù tocca il nostro cuore, il mare ricalcitra più che mai, insorge, sembra dilagare. Più ci strapazza e ci tormenta, tanto più vicino è il momento in cui Gesù ci libererà da lui. Le tentazioni, le sensazioni di scoraggiamento, anche le nostre malattie fisiche, sono le estreme convulsioni dello spirito maligno che sta per essere cacciato via. Che cosa abbiamo più da temere? Gesù «comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». «Dal peccato - continua San Tommaso - l’uomo non ha il potere di liberarsi da solo, con le sole forze del libero arbitrio; per questo ha bisogno della grazia di Dio (cfr. III, q. 70, a. 4; III, q. 89, a. 2). La provvidenza di Dio fa buon uso dei mali, a volte per utilità degli stessi che li patiscono, come quando per opera di Dio le infermità corporali o persino spirituali ricadono a vantaggio di coloro che le soffrono; altre volte a vantaggio di altri, in un duplice modo: o per il vantaggio particolare di qualcuno, come quando, per la penalizzazione di uno, un altro si emenda, o per l’utilità dì tutti, come la punizione dei delinquenti è ordinata alla pace sociale» (In Div. Nom., IV, lect. 23).
Secondo San Tommaso quello che succede nell’universo finisce sempre per contribuire al bene dei giusti, di coloro cioè che lottano per salvaguardare l’ordine morale in ogni loro azione, poiché tutti e ciascuno di essi costituiscono le parti più essenziali dell’universo. «Tutto ciò che accade ad essi o alle altre cose ridonda a loro bene» (In Ep. ad Rom., VIII, lect. 6).
Oggi mi sento come quell’uomo nella sinagoga di Cafarnao nel cui grido è riassunta gran parte della mia vicenda: Che c’entri con noi Gesù di Nazaret? Sei venuto a rovinarci? Cosa c’entra il Signore con la mia vita? Cosa c’entra con il mio lavoro, la mia famiglia, il mio tempo libero, con la festa e il dolore? Mi concerne, mi importa, mi sfiora, mi è indifferente?  Il conflitto profondo fra la nostra parte di ombra e la nostra parte di luce si esprime con parole simili: Signore, lasciami tranquillo con le mie piccole cose, con i miei piccoli amori. Perché mi vuoi strappare da loro e gettarmi incontro a tutto, sempre più al largo?
Una parte di me si lamenta, ritiene che il vangelo sia in larga parte eccessivo, poco realistico, che chieda troppo. Una parte di me è invece contenta, perché tale deve essere il vangelo, se voglio che si tratti di un vangelo da Dio e non da uomini.  
«Sei venuto a rovinarci?». Ciò che Cristo rovina è la nostra connivenza col male, la quieta condivisione della giornata tra mediocrità e rimpianti. Questo è il nostro modo di essere oggi indemoniati: una giustificata e scusata, connivenza con il male che si nasconde dentro una falsa pace e una mediocrità acquisita. 
«Esci da quell’uomo». Da ogni uomo. Perché per questo è venuto il Messia. L’uomo come una terra invasa, occupata e straziata dal nemico, come un campo seminato di notte con i germi di tutte le morti, come un intrico di radici malvagie, come una buia prigione senza luce dentro l’inspiegabile mistero del male, può tornare a essere terra libera e sacra, riconsacrata perché redenta. Il suo liberatore è più forte di ogni nemico e definitivamente vincitore. Egli è il Dio salvatore, che si china sul male dell’uomo e, in un mistero di amore infinito e umanamente incomprensibile, lo raccoglie e lo guarisce facendosene un carico personale, doloroso fino alla morte. Ma è anche l’alleato invincibile che si schiera al fianco dell’uomo in lotta contro ogni male e lo fa partecipe del proprio destino di risorto vittorioso. Non c’è liberazione dal male che non sia in Gesù. 
A te, Parola divina fatta carne, rivolgiamo la nostra supplica. Nel frastuono di molte parole, concedici di sintonizzarci sulla tua che è Parola di vita eterna. Saremo così illuminati e irrobustiti perché la Parola ascoltata diventi un frammento di esistenza, una voce che si unisce al coro di coloro che si mettono alla tua scuola e vogliono vivere del tuo insegnamento. Amen.  

+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo

Data Inizio: 28/01/2012     Data Fine:

28/01/2012

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