Carissimi,
nella Parola di Dio, ora ascoltata, ci sono due interrogativi che si illuminano a vicenda. Il primo, proposto dall’apostolo Giacomo: «A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere?» si completa con il secondo richiamato da Gesù nel Vangelo: «A che giova che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita?».
La domanda che il Signore pone ai suoi discepoli scuote anche il nostro cuore, per non cadere in una sorta di sonnolenza spirituale in cui non si riesce più a comprendere il senso della storia, su che cosa la nostra vita si fondi veramente e quali siano i criteri per discernerne l’autenticità e la bellezza dell’esistenza umana.
A nulla gioverebbe la fede e la nostra stessa vita se guadagnassimo il mondo intero, e poi perdessimo l’anima, intesa come la capacità e la volontà di portare tutte le conseguenze della relazione di amore verso Dio e gli altri nel vissuto quotidiano, avendo gli occhi del cuore rivolti verso la vita eterna.
Gesù chiama la folla, chiama proprio tutti, per ribadire che non si può vivere da pavidi discepoli nel compromesso. La fede è viva quando si rende concreta nelle opere, altrimenti è morta in noi che siamo vivi solo in apparenza. Chi non sa amare Cristo e i fratelli più di se stesso, anteponendoli momento per momento al proprio egoismo, si accorgerà di essere passato accanto alla vita senza averla mai gustata e alla fine si renderà conto di non riuscire a salvare i propri giorni.
«Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Per chi vuole veramente conoscere Gesù questa è la svolta decisiva. Essere affascinati e toccati dalla sua presenza, commossi dal suo amore fedele e costante, abbagliati dalla potenza delle sue parole o dei suoi miracoli, è poca cosa rispetto al passo decisivo: lasciarsi guidare da Gesù.
Il cristiano, infatti, è chiamato a seguirlo a prezzo della rinuncia piena e totale alla propria autoaffermazione. Quando tutti gli appoggi umani vengono meno e il senso del cammino si fa indecifrabile, allora il Vangelo si rivela essenziale per camminare in una fede sempre più spoglia e sincera.
Questa strada non ha alternative. E’ segnata identicamente per ogni uomo, dal momento che ogni uomo è fatto sull’immagine di Cristo. Una sequela in forma differente non è possibile. San Giacomo dice che sarebbe una fede senza le opere; una professione sterile della divinità di Gesù. Il rischio della fede è di non diventare azione. In verità la fede si fa storia con l’esempio di una vita ricca di carità.
Il cristianesimo è molto concreto e pratico. La fede deve realizzarsi nella vita, soprattutto nell’amore del prossimo e particolarmente nell’impegno per i poveri. L’amore diventa cura dell’altro e per l’altro, esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio: chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde per il Signore e il Vangelo la salverà.
Scegliamo dunque la vita, amando il Signore, obbedendo alla sua voce e tenendoci uniti a lui oseremo attraversare ogni giorno la morte a noi stessi, conoscendo fin d’ora l’ineffabile gioia della risurrezione. Non possiamo, infatti, vivere per lui se prima non moriamo a noi stessi, cioè alle nostre volontà proprie. Siamo di Cristo, non nostri! Moriamo, ma moriamo a vantaggio della vita, poiché la Vita muore a favore di quelli che sono morti. Ma nessuno può morire a sé, se Cristo non vive in lui. Ma se Cristo vive in lui, nessuno può vivere per sé. Vivi in Cristo, come Cristo vive in te! Ama se stesso nel giusto modo colui che odia se stesso a suo vantaggio, cioè si mortifica.
Ciò che Gesù ci insegna a lasciar perdere non è mai l’essenziale della vita, ma l’effimero, quello che sembra aver valore oggi, ma che domani ci lascia a mani vuote e con il cuore indurito. Sono gli scherzi del nostro io che tentano di volerci mettere sul piedistallo dell’autoaffermazione, che ci rende avari nel dono e nel perdono. Si segue solo se si ama.
Solo amando il Signore possiamo avere, come dono, la forza di perdere tutto e di seguirlo sulla sua strada, irta e in salita. Così, la nostra persona diventa, nell’amore, lode della sua gloria e felicità di chi ci vive accanto.
“Perdere se stessi” significa, allora, porsi nella logica del servizio al bene comune e non conoscere altro che la volontà di Dio. Scegliamo coraggiosamente uno stile simile a quello di Gesù. Scegliamo nel cuore una vita quanto più possibile vicina al suo modo di vivere fra gli uomini.
Che giova dunque… se c’è un vantaggio da desiderare è cercare il Signore Gesù crocifisso per essere fedeli al mistero della nostra vita e rispettosi del mistero della vita degli altri.
Alla Vergine Maria, Regina della Pace, affidiamo la nostra famiglia militare nella delicata ma esaltante missione al servizio della coesione sociale e del bene comune.
+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo