Come gli apostoli, lontani dalla Croce

Omelia per la S. Messa - Domus Pacis (Assisi), 21 febbraio 2012

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Carissimi,

il contrasto tra ciò di cui parla Gesù ai discepoli - il suo mistero pasquale - e ciò di cui i discepoli parlano tra di loro è stridente: «Avevano discusso tra loro chi fosse più grande». Diremmo: discutevano di autorità, di potere, di gloria e non di servizio.             
Gesù sa bene cosa significhi per lui Gerusalemme. Il suo è un annuncio pasquale, cioè completo di morte e di risurrezione. Tuttavia, ogni volta che Egli parla di mistero pasquale, i suoi discepoli sono distratti da altro. Essi non chiedono chiarimenti al Maestro, non si sforzano di approfondire il senso delle sue parole, perché catturati dal loro egoismo e preoccupati di stabilire chi sia tra loro il più grande. Nonostante tutto, Gesù, con divina bontà e materna comprensione, evita di rimproverarli e continua a prepararli per renderli partecipi della sua Pasqua, indicando nel servizio umile e disinteressato la giusta via da seguire: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti».    
E per rendere più espressiva la sua catechesi, il Signore accompagna le parole con un gesto. Pone un bambino al centro e lo abbraccia teneramente.       
Il più grande è un bambino. Ancora nessuna bugia appanna l’innocenza dello sguardo, nessun calcolo frena la confidenza del cuore; egli si affida e ha bisogno, chiedendo la mano, di essere stretto tra le braccia. Bambino è il simbolo dei piccoli del Vangelo, degli ultimi che smentiscono gli arrivismi umani e rovesciano i sistemi normali della convivenza. Non è questione di domandarsi chi è il più grande, ma di imparare ad accogliere gli umili e i semplici, come Gesù, il più piccolo dei piccoli.        
Chi accoglie un piccolo non fa che dire la verità di Dio come l’abbiamo conosciuta in Gesù. Si può dire che, se i bambini occupano un posto così grande nella predicazione di Gesù, è perché ciò è strettamente collegato alla sua filiazione. La sua più alta dignità, che rimanda alla divinità, non è una potenza posseduta per se stessa, ma l’essere sempre rivolto al Padre. L’uomo vuol diventare Dio (cfr. Gen 3,5) e deve diventarlo. Ma ogni volta che, come nell’eterno dialogo col serpente, cerca di arrivarci distaccandosi dalla protezione di Dio e dalla sua creazione, per contare solo su se stesso, rigettando la filiazione divina come dimensione di vita, finisce nel nulla.       
Opportunamente l’apostolo Giacomo pone una domanda: «Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi?», ed egli stesso risponde: «Dalle vostre passioni che fanno guerra alle vostre membra… umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà». Con l’amore del Signore non ci può essere confusione, doppiezza di cuore, compromesso, ma trasparenza e umiltà, per essere riconosciuti davanti agli uomini per ciò che si vale unicamente davanti a Dio. Egli solo esalta chi si sottomette a lui.
Signore Gesù, come capisco i tuoi apostoli che non capiscono. Mi sento uno di loro che allontana e si allontana dalla croce, rifiutando tutto ciò che porta l’amaro sapore della sofferenza.  
Tante volte come sacerdote non sono mediatore della tua persona ma di idolatria; come profeta annuncio le mie parole e dimentico la tua legge; come re sono assetato di potere militare ed economico e trascorro i miei giorni nell'ambiguità delle mie ragioni e non nella chiarezza della tua volontà.           

Trovo più facile sentire parlare della Croce, meglio se con un linguaggio appropriato, o parlarne io stesso. Però il discorso rimane alla periferia della vita, ne parlo come di un oggetto da trattare. Figurarsi poi a portare la croce degli altri! Tante volte nemmeno la vedo, e quando la scorgo o intravedo, trovo più comodo fingere di non averla vista. 
Signore, perdona le mie tante fughe dalla croce e ricordami sempre che senza le tenebre del venerdì santo non sorgerà mai il mattino della Risurrezione. Amen.


+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo

Data Inizio: 21/02/2012     Data Fine: