Servi del Mistero

Omelia per la S. Messa in occasione delle Ordinazioni diaconali - Basilica Santa Maria Maggiore, 15 ottobre 2008

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Carissimi,


nel vangelo di oggi, Gesù dopo aver messo a nudo l’ipocrisia del cuore, condanna il comportamento di quanti usano delle loro prerogative di cultura e di autorità per un vano prestigio e per una odiosa oppressione sugli altri. «Guai a voi farisei che pagate la decima… e poi trasgredite; che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze… siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo».

Questa parola così chiara riguarda noi, quando nel ministero diaconale, sacerdotale o episcopale cerchiamo la spettacolarizzazione e l’ostentazione, cedendo a forme di ricatto e manipolazione. Il rischio è che il nostro io, bisognoso di supporti e conferme, trovi nel ruolo una dimostrazione del proprio valore, dell’importanza agli occhi degli altri. Anche in noi può innescarsi un atteggiamento di ricerca di simboli di potere, in cui ricevere una silenziosa conferma della nostra bravura. Siamo tentati di vivere la donazione come un nostro diritto, in cui gli altri non possono interferire, su cui non è loro permesso esprimere opinioni, proporre suggerimenti. Tutto nel ministero diventa rigidamente organizzato, intoccabile, piatto, sempre uguale, non aperto alle sante novità di Dio.

E così cerchiamo l’immagine, il potere, il denaro nell’illusione di riuscire a proteggerci dalla superiorità che temiamo di cogliere nell’altro o dai cambiamenti introdotti dalla vita. Ci affanniamo a possedere dei beni, delle sicurezze che invogliano a individuare strategie, manipolare, creare alleanze per raggiungere i propri scopi, nell’intento di conseguire una pace che, con questi mezzi, non si riuscirà mai a trovare. Ecco allora la necessità di trattenere accanto a noi le persone che ci permettono la furbizia e l’egoismo non di un rapporto di sana amicizia, ma un legame di uso, che trasforma tanti sogni in bisogni.

Come ci ha ricordato l’apostolo Paolo, possiamo seguire la via larga della carne oppure la via stretta della grazia, lasciandoci uidare dallo Spirito. «Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze… Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,18-25). Lo Spirito Santo, quindi, è la guida sicura per diventare nuove creature, in una trasfigurazione il cui fine è lasciar intravedere la presenza divina nascosta nelle profondità del nostro essere, proteggendoci dal dilagare di banalità, superficialità, esteriorità da cui ogni giorno siamo bombardati e che, passando dai sensi, prendono dimora nel nostro cuore.

Lo sottolinea Filisseno di Mabug, vescovo siriano del VI secolo: «Non far partecipe del tuo corpo il tuo desiderio; non lasciare che il tuo piacere naturale lo dissolva e che la gioia e il diletto che sono in te scompaiano, ma trasportali dal corpo all’anima, come da una casa all’altra. Come si tirano fuori gli oggetti di gran valore da una casa che si sa sul punto di crollare, e li si porta in un’altra, nuova e solida, nella quale si ha fiducia perché non cadrà né verrà saccheggiata, così prendi tutte le passioni, che stanno presso il corpo e che sono note essere una occasione di bene, e falle entrare e collocale nella dimora della tua anima, in quella casa che non cadrà, non si dissolverà e non andrà in corruzione» (Omelia XIII).

Santa Teresa d’Avila, di cui oggi celebriamo la memoria liturgica, ebbe il coraggio di vivere alla ricerca di Dio, l’unico capace i acquietare il suo ardente desiderio. In un contesto monastico – ella ricorda – dove di passatempo in passatempo, di vanità in vanità, di occasione in occasione, si metteva in pericolo l’anima, la quale, guasta per tante distrazioni, si vergognava di continuare con Dio l’amicizia della preghiera. Il desiderio di Dio, per sempre fu il suo grido di amore struggente per una unione così profonda da esclamare: «Forse desidererò non desiderarti?... il mio Amato a me e io al mio Amato, e il mio Amato a me» (Esclamazioni). Un grido che si apre al silenzio, sostenuto da una volontà decisa che sottomette i sensi, «perché signora (la volontà) da poter essere usata in completa trasparenza, senza opacità, tutta in Dio» (Fondazioni), per ritrovarsi nell’opera dello Spirito, che accoglie l’anima e l’astrae dai sensi.

Cari amici, alla scuola di Santa Teresa, vorrei che voi foste  diaconi a servizio del Mistero, perché vanno biasimate quelle anime che cercano più le consolazioni di Dio che non il Dio delle consolazioni. Se l’anima fa ciò che è da lei, Dio farà ciò che è da lui.

Respirate Cristo a pieni polmoni, abbiate i suoi sentimenti, pensate i suoi pensieri, siate eco delle sue parole, preferite coloro che egli preferiva, seminate i suoi gesti di compassione. La vostra vita sia nascosta con Cristo in Dio!

«L’anima vostra quotidianamente immagini di essere davanti a Gesù Cristo, conversi spesso con lui, cerchi di innamorarsi di lui, tenendolo sempre presente. Gli chieda aiuto nel bisogno, pianga con lui nel dolore, si rallegri con lui nella gioia, si guardi dal dimenticarlo nella prosperità; e tutto questo senza andare in cerca di preghiere studiate, ma con parole semplici, intonate ai suoi desideri e alle sue necessità» (Vita, 12,2).

La Vergine Maria vi conduca con la sua dolcezza materna verso quella Nube dove l’aria è pura, il cielo chiaro, Dio vicino, dove trascorre l’incanto della intimità divina.

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