Siamo dinanzi a te, Signore. Desideriamo ascoltare la tua voce.
Tu ci scruti e ci conosci, da lontano penetri i pensieri e ti sono note tutte le nostre vie. Donaci la sapienza del cuore per comprendere che ci ami dall’eterno e in eterno. O Maria Madre del Verbo prega per noi, prega con noi.
Mi piace pensare a Paolo che stamane porta con sé il vangelo e lo offre a tutti noi. Il suo sguardo è nel Signore; i suoi occhi accecati dalla Parola dell’amore divino come sulla via di Damasco; le sue mani ci fanno toccare la Vita, buona notizia da accogliere, meditare, custodire e spargere nel mondo.
Che cosa vive Paolo nell’affidarsi totalmente al Signore e dedicare se stesso al servizio del vangelo in mezzo a molte lotte? Egli non è mosso da volontà d’inganno, né da motivi di interesse, né da alcuna frode, adulazione o cupidigia. Ha una fierezza apostolica, tutta positiva, che gli permette una comunicazione del cuore con la comunità di Tessalonica.
Al centro non c’è Paolo ma il Vangelo; non il missionario ma la lieta notizia che viene dall’alto e scuote la coscienza dell’evangelizzatore.
Quasi a dire: «Cosa c’è nel mio cuore quando scelgo di servire il Vangelo e trovo ostacoli, invidie e gelosie?». La domanda non ha senso, se penso che Dio mi trova degno di affidarmi la Parola dentro una comunità, dove divento come una madre che nutre le sue creature e un padre che cura i suoi figli. Nessuno è apostolo per propria scelta, ma perché chiamato dal Signore.
Quali sentimenti, allora, deve manifestare l’annunciatore del vangelo? L’amorevolezza (siamo stati amorevoli in mezzo a voi), l’affetto (ci siete diventati cari), la dedizione (sino al dono della vita) insegnano come essere apostoli, lasciandosi plasmare dalla volontà del Signore. E qui è bello considerare l’immagine materna dell’Apostolo che evoca Cristo che si rivela nella dolcezza materna. Lo stesso Francesco d’Assisi fissa il Crocifisso che gli parla, il cui volto è pacificato e il cui ventre prominente richiama più il momento del parto della donna, anziché il dolore della croce. Il petto del Salvatore sembra donare il latte dell’esortazione e della
consolazione.
Prendendo spunto dalla mistica medievale, ciascuno di noi, nella Parola, si scopre familiare di Dio, e, alla scuola del vangelo, si immerge in quel tratto di maternità divina che è incoraggiamento, protezione, sostegno e fiducia. È ancora Paolo, che ricordando la donna che partorisce o allatta aiuta ad entrare nel vissuto della fede. «Figliuoli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore, finché non sia formato Cristo in voi» (Gal 4,19).
Nel prossimo futuro dovremmo relegare molte cose in secondo o terzo piano, forse addirittura lasciarcele alle spalle, e fare uno sforzo unico e radicale, personalmente e non solo personalmente, per mostrare in maniera convincente che la Parola di Dio è madre nella nostra vita e che noi respiriamo in essa.
Gli occhi di Paolo sono rivolti a noi, apostoli di oggi. Fissiamo il suo sguardo e orientiamoci nella sua stessa direzione, perché la voce del Signore è potente e dolce al tempo stesso, inquieta e consola, interpella e dona speranza. «La mia parola non è forse come il fuoco – oracolo del Signore – e come un martello che spacca la roccia?» (Ger 23,29). Ma i detti del Signore sono anche «più dolci del miele e di un favo stillante» (Sal 19,11). La parola del Signore è «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12). Essa è, però, anche sorgente di vita e di fecondità spirituale, è come la pioggia, che scende dal cielo per irrigare la terra arida e farla germogliare, «perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia» (Is 55,10). Essa è sempre la guida sicura nel cammino spesso oscuro e incerto della storia e della vita: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Sal 119,105).
Maria, Madre e Serva della Parola, la custodisca nel nostro cuore e sia per noi bellezza, gioia e letizia.